Dario Voltolini, il rotolacampo ramingo che parla di noi

Un racconto allegorico in movimento che ci parla di sradicamento, violenze, misteri e segreti, un groviglio di rami, fogli e semi che il vento spinge ovunque e diventa testimone e coscienza, io narrante de “Il cespuglio” di Dario Voltolini. Un accumulo di frammenti e visioni che hanno la forza di modificare la percezione di chi legge…

Divertito e divertente, straniante, un racconto sul moto perpetuo dello sradicamento, il protagonista dell’ultimo lavoro di Dario Voltolini non ha radici profonde che affondano nel terreno, ma si sposta, rimbalza e viaggia. È un rotolacampo, un cespuglio, un groviglio di rami, foglie e semi sospinto dal vento attraverso deserti, mari, città abbandonate e profondità oceaniche. con la dignità di un io narrante a tutti gli effetti. È uno scarto improvviso, rispetto al passato, per lo scrittore piemontese (qui una sua videointervista) ma avviene in seno al progetto che Aboca Edizioni porta avanti con la collana Il bosco degli scrittori: alcune delle voci più interessanti della letteratura contemporanea si misurano con l’elemento naturale come centro propulsore del racconto, spostando l’asse dell’osservazione verso organismi e forme di vita solitamente considerati marginali. Il risultato, nel caso di Dario Voltolini è Il cespuglio (109 pagine, 15 euro), che si colloca in quella terra di mezzo tra la precisione della cronaca naturale e l’invenzione fantastica. Non una boutade, non una provocazione, ma un felice gioco letterario, in cui l’autore si sbizzarrisce, a partire da questo incipit

Come pianta

da stanotte non sono più piantata, sono spiantata, si è spezzata l’ultima paglia di legno e ho mollato il terreno. La notte è ghiacciata e sul deserto la luna non c’è. Aspetto che arrivi il vento. Le stelle sono spore sparse. Io sento soffiare un po’ d’aria, ecco che mi sposta. Comincio a rotolare, non so verso dove, chissà.

Qualcosa di umano

Pagina dopo pagina quel cespuglio diventa qualcosa di diverso: un testimone vegetale, una coscienza errante, un occhio che vede senza essere visto, un pensiero che si muove senza gambe né ali. Il risultato è un libro che si avvicina alla parabola, al racconto allegorico in movimento. Il volume si costruisce su questa dinamica di continuo spostamento, una narrazione che ha il sapore di una danza: il cespuglio vola, cade, rimbalza, riparte. Ogni caduta è un atto di liberazione, ogni rotolata un’epifania. Il vento lo spinge ovunque, il cespuglio diventa testimone di violenze, misteri, segreti umani. La sua voce filosofeggia, ironizza, riflette con una lungimiranza che molti dei bipedi incontrati lungo il cammino non possiedono. Guarda. E nel suo guardare mette a nudo l’insensatezza e la brutalità di ciò che vede. In quello sguardo distaccato, però, c’è qualcosa di profondamente umano: la solitudine del testimone, la nostalgia di un luogo dove posare le radici, l’ossessione di lasciare un segno, di spargere i semi in un posto degno di accoglierli.

La sostanza del vuoto

La “missione” del cespuglio, nel suo vagabondare transcontinentale, è infatti quella di trovare un luogo dove i suoi semi possano germogliare. Ma quel luogo non c’è, o forse sì, in una forma che il lettore non si aspetta, in un finale visionario e toccante. Non è un lieto fine, né una tragedia. È qualcosa di più sottile: una constatazione sull’ineluttabilità del movimento e sulla bellezza fragile di chi, pur non avendo scelta, continua a rotolare. Nel cuore del libro emerge un interrogativo che definisce la natura stessa del protagonista. Durante il suo viaggio si interroga sulla propria consistenza, accorgendosi di essere formata da una fitta trama di rami secchi, ma soprattutto dal vuoto che vi è racchiuso nel mezzo. Il cammino del cespuglio si chiude con un crescendo che vira verso territori visionari, lasciando nel lettore una sensazione di sospensione.

L’angolazione sbagliata? No, quella giusta

La scrittura di Dario Voltolini diventa via via sempre più scanzonata, quasi psichedelica. A volte si ha l’impressione di trovarsi al centro di un dibattito filosofico sotto un cielo notturno e l’accumulo di visioni e frammenti – più che una trama propriamente detta – conducono a un crescendo finale dalle tonalità alquanto fantastiche. Il lettore si ritrova amabilmente disorientato, stremato, a incaponirsi nel voler seguire la strada di questo arbusto ramingo. Dario Voltolini estremizza la rarefazione narrativa, un’essenzialità che, per paradosso, fa il paio con una debordante ricchezza di dettagli. Il testo procede per strappi e rimbalzi. I termini scientifici e botanici si alternano a espressioni colloquiali, mentre la struttura del testo accoglie improvvise accelerazioni e rallentamenti, riproducendo l’andamento asimmetrico del vento e degli urti. La forza del testo sta nella capacità di modificare, anche solo temporaneamente, la percezione di chi legge. E quando l’ultima pagina è stata letta, resta la sensazione di aver visto il mondo da un’angolazione sbagliata, e di aver scoperto che quella sbagliata, forse, era la sola giusta.

Seguici su InstagramTelegramWhatsAppThreadsYouTube Facebook e X. Grazie

Questo elemento è stato inserito in Letture e taggato .

Un pensiero su “Dario Voltolini, il rotolacampo ramingo che parla di noi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *