Letteratura sulla letteratura, le recensioni di Giorgio Manganelli

La scrittura come spazio dell’inattuale, con diritto a una aristocratica inutilità. Anche le recensioni di Giorgio Manganelli rivendicano lo stato di invenzione pura. In “Laboriose inezie”, tra grandi amori e sonore stroncature, si muove con la destrezza di un provocatore d’alto borgo, senza mediazioni o compromessi ma cercando la sfida

È tautologico sostenere che di autori di recensioni come Giorgio Manganelli ne servirebbero in quantità industriale. Le sue critiche erano una lezione di stile, perché era un maestro di prosa, estroso ed elegante e i suoi articoli diventavano letteratura. C’è un’idea di recensione che non si esaurisce nel resoconto editoriale o nella guida alla lettura, ma rivendica per sé lo statuto di invenzione pura. Quando Giorgio Manganelli scriveva di un libro, la pagina stampata cessava di essere un semplice commento per trasformarsi in una scommessa stilistica autonoma, in cui ad esempio la parodia e l’iperbole diventavano strumenti di indagine critica. In un’epoca dominata dalla rapidità degli slogan commerciali, la riapparizione per Adelphi di Laboriose inezie (352 pagine, 22 euro) di Giorgio Manganelli è un evento che rallegra.

Il gioco serio dei libri

Il volume raccoglie articoli pubblicati tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli Ottanta sulle pagine dei maggiori quotidiani e settimanali; pubblicato originariamente nel 1986, è ora riproposto da Adelphi sotto la cura di Ebe Flamini e Graziella Pulce. E anche in queste pagine non più disperse Manganelli costringe a fare i conti con un intellettuale che considerava la letteratura un gioco tragicamente serio, una finzione salvifica e un oracolo perennemente indecifrabile. Il titolo stesso è un manifesto, sottratto con calcolata ironia a un giudizio liquidatorio che il critico per eccellenza, Francesco De Sanctis, vissuto nell’Ottocento, aveva riservato all’Arcadia, si offre come un manifesto teorico capovolto. Le “inezie” manganelliane non hanno nulla di fatuo; sono, semmai, il risultato di un’applicazione geometrica e ossessiva sulla parola, il diario di un’incursione sistematica tra i fantasmi e i simulacri della scrittura. Gli interventi qui raccolti testimoniano il rifiuto di qualsiasi postura didascalica o rassicurante: il classico non è un monumento da venerare, ma una presenza sacra, minacciosa e ironica, la cui oscurità resta impenetrabile anche quando la superficie appare limpida.

Il duello della sintassi

Nelle righe imposte dal giornale di turno, lui riesce a «sfidare a duello, dichiarare una profonda e legalitaria passione, insultare qualcuno a sangue e proclamare lo stato di guerra». La recensione – in cui non manca mai lo stile anche quando l’indignazione è ai massimi livelli – diventa così un genere letterario a sé, “letteratura sulla letteratura” di pari dignità ai romanzi che affronta. Nello spazio limitato della terza pagina, Manganelli si muoveva con la destrezza di un provocatore d’alto borgo. La sua prosa non cercava la mediazione o il compromesso, preferendo la postura della sfida, l’insulto calibrato al millimetro o la dichiarazione d’amore assoluta. Questa inclinazione per lo scarto formale spiega la profonda sintonia con Pietro Aretino, scrittore fraterno e irregolare di cui Manganelli lodava la capacità di far coesistere l’alta retorica cortigiana e la sguaiataggine popolare. Il tribunale allestito da Manganelli non conosceva gerarchie accademiche o timori reverenziali. Il suo sguardo passava dalle visioni di Omero alle Metamorfosi ovidiane, per poi soffermarsi su figure eccentriche e ingiustamente confinate ai margini dei manuali, come il prosatore secentista Daniello Bartoli o la scrittura nevrotica di Carlo Dossi. Di contro, la medesima spietata lucidità alimentava stroncature memorabili: il Cuore di De Amicis veniva denunciato per il suo sadismo reazionario, Ugo Foscolo veniva ridimensionato per un’enfasi considerata intollerabile, mentre Luigi Capuana subiva una condanna radicale per la debolezza della sua architettura verbale, fino alla richiesta paradossale di espellerlo dal canone nazionale.

La capitolazione del burattino

Il baricentro di questa raccolta trova il suo punto di fuga nella riflessione su Pinocchio, figura a cui Manganelli ha teso un agguato critico per tutta la vita. Il finale del testo di Collodi subisce un rovesciamento totale rispetto alla morale comune. La metamorfosi finale del burattino in un fanciullo rispettabile, da sempre interpretata come una redenzione borghese, viene qui definita come una capitolazione, una vera e propria caduta nella normalità e nell’obbedienza. La natura originaria della marionetta, fatta di stecchi, nodi e spigoli, incarnava per Manganelli l’essenza stessa dell’anarchia fantastica, un rifiuto radicale delle leggi biologiche e sociali. Per accettare la condizione di essere umano, Pinocchio deve acconsentire alla morte della propria alterità. È in questo nodo interpretativo che si esprime il senso ultimo delle Laboriose inezie: una difesa della scrittura come spazio dell’inattuale, un elogio dell’artificio che si oppone al dovere della cronaca per rivendicare il diritto a una splendida, aristocratica inutilità.

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