Un figlio dalla voce irresistibilmente autoironica e una madre impicciona e volgare. Lui insegnante e solitario, lei fumatrice di cannabis. Più che un racconto domestico, “La vera storia di Raja il credulone (e di sua madre)” di Rabih Alameddine, è un affresco della Beirut contemporanea e della sopravvivenza, a traumi, inganni e guerre, e anche all’amore materno che soffoca e protegge
Troppo semplice ricordare che Rabih Alameddine è uno dei massimi affabulatori del pianeta: i lettori italiani lo sanno da tempo, da quando pubblicava per Bompiani e anche adesso che è un autore (con Elisabetta Sgarbi, come alla Bompiani) edito in Italia da La Nave di Teseo. Troppo intuitivo comprendere che quel “e sua madre” tra parentesi, nel titolo del suo nuovo romanzo, con un carattere più piccolo, non è una banale appendice, non è una postilla qualunque. La madre è il cuore pulsante del libro, terremoto, voce, motore immobile anche quando tace. (384 pagine, 20 euro), tradotto per La Nave di Teseo da Licia Vighi, può inizialmente sembrare una commedia domestica, ma ben presto si rivela un affresco della sopravvivenza: al trauma, alla guerra, alla malattia, all’inganno, e soprattutto alla madre. È un libro importante nella “mappa” della produzione dello scrittore libanese, naturalizzato statunitense, e non solo perché grazie a quest’opera Rabih Alameddine si è aggiudicato il National Book Award nel 2025.
La cura come invadenza
Grazie a una narrazione tutt’altro che lineare, i lettori si immergono nella vita – più o meno ai giorni nostri – dell’ultrasessantenne Raja, «l’omosessuale del quartiere», insegnante di filosofia in un liceo di Beirut, che vive in un piccolissimo appartamento con la madre Zalfa. Lui ordinato, solitario, dedito ai suoi libri. Lei ottantenne fumatrice di cannabis, con una lingua che non conosce confini né pudori. Raja è geloso della sua privacy, la madre pretende di sapere ogni dettaglio della sua vita professionale e amorosa. E vanno avanti così, tra aggressioni e affetto, insulti e cure, silenzi e parole che feriscono per proteggere. È, dunque, anche un romanzo sull’amore che può esprimersi come tortura, sulla cura che si maschera da invadenza, sulla famiglia come gabbia dorata che protegge e soffoca insieme.
Un’occasione
La trama si innesca nel 2021, quando Raja riceve un invito da una fondazione americana che gli offre una residenza di scrittura in Virginia. L’invito arriva dopo una serie di disastri personali e nazionali – la guerra civile, la crisi bancaria libanese, la pandemia del Covid-19, l’esplosione del porto di Beirut nel 2020 – che hanno lasciato Raja con un desiderio di pace e quiete lontano dalla madre e dal dolore del Libano. Ma quello che sembra un colpo di fortuna, un’occasione, si rivela presto un altro inganno, e l’invito spinge Raja a raccontare e rivivere i disastri e i tradimenti passati, che avrebbe voluto dimenticare.
Bugie enormi e verità parziali
La voce di Raja è irresistibile, autoironica, spietata. Spesso si prende in giro ed è un meccanismo di difesa, ma sotto questa maschera c’è un osservatore acuto, un sopravvissuto che ha imparato a trasformare ogni trauma in materia comica, non per banalizzarlo, ma per renderlo sopportabile. E il romanzo si dipana così, tra digressioni, ritorni, ripetizioni, correzioni, bugie che si svelano tali, verità che si rivelano parziali. C’è un racconto nel racconto, quello del sequestro di Raja, durante la guerra civile libanese: un militare mascherato lo tiene in ostaggio e le conseguenze dell’episodio torneranno anche in futuro.
Lo specchio distorto
Al centro di tutto, però, c’è l’indomita Zalfa, tenera e volgare, una forza della natura. Raja è il suo confidente, ma non a trecentosessanta gradi. Raja, che la ama e la odia, che la desidera e la teme, è il suo specchio distorto, il figlio che non ha mai smesso di essere bambino, l’adulto che non ha mai imparato a separarsi. È, per così dire, capricciosa e imprevedibile, la madre, un po’ come la città di Beirut. Il romanzo affronta la guerra civile, la violenza sessuale, il crollo economico, il disastro, la pandemia. È un’esplorazione degli aspetti più oscuri dell’esistenza, questo romanzo di Rabih Alameddine, ma un’esplorazione brillante, ironica. Un romanzo e una voce che non si dimenticano.
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