Alfio Caruso, la nazionale e l’Italia tra speranza e allarme

Torna in una nuova edizione “Un secolo azzurro. Cent’anni di Italia raccontati dalla nazionale di calcio” di Alfio Caruso. Un libro tenero e spietato che, attraverso il calcio, racconta un Paese con la precisione del cronista e la sensibilità del narratore. Una “bibbia” di aneddoti e sentimenti, che non mitizza i campioni e, raccontando vittorie e sconfitte, finisce per descrivere Italia che oggi vive un periodo di transizione e divisioni, in cui lo sport non riesce a essere collante ma è l’ennesimo campo di battaglia 

Dedicato a voi che, seduti in poltrona, guardate i Mondiali, rimpiangendo l’assenza degli azzurri. Indossando un bel vestito Neri Pozza, dopo l’edizione Longanesi del 2013, torna in libreria, in versione aggiornata, Un secolo azzurro. Cent’anni di Italia raccontati dalla nazionale di calcio (784 pagine, 30 euro) di Alfio Caruso. La cronaca sportiva è più che superata, siamo dinanzi a una “bibbia” che oltrepassa gli steccati sportivi, un testo di storia italiana, piuttosto. E che nel suo aggiornamento tiene conto della recente morte di alcuni campioni, del ritiro di altri, delle nuove generazioni che provano a emergere, ma che negli ultimi quadrienni hanno mancato l’appuntamento con i Mondiali, il palcoscenico più ambito: tutto questo ha modificato la prospettiva, Alfio Caruso ha rivisto l’intero arco narrativo, inserendo riflessioni che il passare del tempo ha reso possibili.

Il calcio come storia nazionale

Nella sostanza Un secolo azzurro. Cent’anni di Italia raccontati dalla nazionale di calcio è una storia del Novecento italiano, e del primo ventennio del Duemila, filtrata attraverso, di volta in volta, undici uomini in campo. È un’operazione ambiziosa, che dall’esterno potrebbe rischiare di cadere nel banale o nel forzato. Così non è, l’autore riesce a costruire un racconto coerente, talvolta commovente, talvolta amaro, sempre fedele alla complessità di un Paese che ha trovato nella nazionale di calcio uno dei pochi simboli d’unità, capaci di sopravvivere a guerre, regime, trasformazioni sociali e crisi politiche.

Aneddoti, dettagli e personaggi

Alfio Caruso non è uno storico accademico. È un giornalista, uno scrittore, un narratore di storie italiane. Ha alle spalle una produzione varia, che spazia dalla cronaca giudiziaria alla storia contemporanea, sempre con un occhio attento ai meccanismi del potere e alle vite degli individui comuni. Questa formazione si sente in Un secolo azzurro: il libro non si ferma alle statistiche, alle formazioni, ai risultati. Cerca sempre il personaggio, l’aneddoto, il dettaglio che illumina un’epoca. E lo trova, con una frequenza che denota anni di ricerca archivistica e di passione. Il libro segue una struttura cronologica rigorosa, ma non pedante. Ogni capitolo corrisponde a un periodo storico, e all’interno di ogni periodo Caruso individua le partite, i tornei, i personaggi che meglio incarnano lo spirito del tempo. Non è una cronaca enciclopedica e omnicomprensiva: ci sono scelte e selezioni, realizzate con cura.

L’alba del Novecento

Il primo capitolo, dedicato agli anni Dieci e Venti del Novecento, è forse il più affascinante. Caruso racconta l’Italia giovane, quella del primo dopoguerra, che scopre il calcio come disciplina moderna, importata dall’Inghilterra e adattata al temperamento locale. La nazionale di allora era un’assemblea di aristocratici e borghesi, giocatori che facevano il militare o studiavano legge, e che affrontavano le partite con un rigore quasi militare. Il calcio era ancora un gioco, ma già un rituale nazionale: la prima vittoria contro la Francia, nel 1910, fu celebrata come una prova di virilità italiana, in un’epoca in cui il paese cercava disperatamente di affermarsi sulle scene europea.

La nazionale compromessa

Poi arriva il fascismo, e il libro di Alfio Caruso diventa più cupo. Mussolini capì immediatamente il potenziale politico del calcio, e la nazionale divenne uno strumento di propaganda. Il Mondiale del 1934, vinto in casa, fu l’apice di questa strategia. Caruso non cade nella facile condanna morale: descrive i giocatori, i loro dilemmi, la pressione esercitata dal regime. Vittorio Pozzo, il commissario tecnico, è il personaggio chiave di questo periodo: un uomo di grande intelligenza tattica, ma anche un funzionario del regime, che sapeva navigare tra le correnti del potere. La squadra del 1934 e del 1938, quella dei due Mondiali consecutivi, era tecnicamente brillante, ma politicamente compromessa. La seconda guerra mondiale e il primo dopoguerra occupano un altro capitolo fondamentale. Il calcio italiano uscì devastato dal conflitto: stadi distrutti, giocatori morti, campionati sospesi. Eppure, la nazionale tornò a giocare presto, quasi fosse un segno di normalità da affermare a ogni costo. Alfio Caruso racconta la ricostruzione, l’emergere di nuovi campioni, il passaggio da un calcio aristocratico a un calcio popolare. Gli anni Cinquanta furono quelli del boom economico, e anche il calcio ne beneficiò: più spettatori, più soldi, più attenzione mediatica. Ma la nazionale non vinceva, e quella mancanza di trofei divenne un simbolo dell’Italia che cresceva in fretta ma non sapeva ancora dove andare.

Il trionfo e la sconfitta a testa alta

Il 1968 e il 1970 sono i due anni che definiscono la generazione del calcio italiano più amata. L’Europeo vinto in casa, con la finale contro la Jugoslavia e la ripetizione che consegnò il trofeo, fu un evento di gioia collettiva che l’Italia non vedeva da decenni. Caruso ne ricostruisce l’atmosfera: l’entusiasmo delle piazze, la fiducia ritrovata, il senso di appartenenza a un paese che finalmente sembrava funzionare. E subito dopo, il Mondiale del Messico, con la finale contro il Brasile, la partita perfetta dei sudamericani, la sconfitta che non cancellò l’orgoglio. Il capitolo dedicato a questo periodo è tra i più riusciti del libro. Caruso racconta i giocatori, le loro vite, i loro conflitti. Giacinto Facchetti, il capitano, è il simbolo di un’Italia nuova, proletaria ma dignitosa, che aveva imparato a stare in campo con i più forti senza umiliarsi. Sandro Mazzola, il figlio di Valentino, morto nella tragedia di Superga, porta con sé un peso familiare che il calcio non può cancellare. Gianni Rivera, l’ultimo dei grandi numeri dieci, è il genio incompreso, quello che la stampa e i tifosi non perdonano mai abbastanza.

Il Mundial delle redenzioni

E poi c’è il 1982. Il Mondiale di Spagna, vinto contro ogni pronostico, con una squadra che nessuno dava per favorita e che invece conquistò il suo terzo titolo mondiale. Caruso dedica a questo evento uno spazio considerevole, e giustamente. Il 1982 fu un anno di svolta per l’Italia: la società cambiava, la televisione diventava il medium dominante, il calcio si trasformava in spettacolo di massa. La nazionale di Bearzot, con i suoi giocatori maturi, i suoi aneddoti familiari, il suo gioco non sempre brillante ma terribilmente efficace, incarnò un’Italia che sapeva ancora resistere, ancora lottare, ancora credere. Paolo Rossi, il bomber del torneo, è il protagonista naturale di questo racconto. Alfio Caruso ne ricostruisce la storia personale: il calcioscommesse, la squalifica, il ritorno, la redenzione. Il Mondiale del 1982 fu per lui, e per l’Italia, una storia di seconda chance. E quella storia diventa metafora di un paese che crede nelle redenzioni, che ama i ritorni, che premia chi riesce a rialzarsi.

Notti magiche e amare

Il 1990 è un altro anno chiave, ma di segno opposto. Il Mondiale in casa, organizzato con l’entusiasmo di un paese che voleva dimostrarsi moderno, finì in una delusione amara. La semifinale persa contro l’Argentina ai rigori, con la maledizione di Napoli e Maradona, è uno dei traumi calcistici più profondi della storia italiana. Caruso ne analizza le ragioni: la pressione dell’organizzazione, l’euforia esagerata, la mancanza di un gioco convincente. E soprattutto, la divisione del paese, che il calcio non riuscì a sanare: il Nord che fischiava Maradona, il Sud che lo acclamava, l’Italia che scopriva di non essere un paese unito nemmeno davanti alla televisione.

La generazione perduta e quella ritrovata

Gli anni Novanta e Duemila furono, per la nazionale italiana, un periodo di assestamento. Buone squadre, ottimi giocatori, nessun trofeo. Caruso descrive questa generazione con una certa malinconia: Baggio, Del Piero, Maldini, Totti, Nesta. Campioni di club, eroi dei tifosi, ma incapaci di vincere con la maglia azzurra. Il Mondiale del 1994, perso in finale contro il Brasile ai rigori, fu l’occasione mancata più dolorosa. Baggio, che sbagliò il penalty decisivo, divenne il capro espiatorio di un’intera generazione. Caruso lo difende, con argomenti solidi: senza Baggio, l’Italia non sarebbe arrivata in finale. Ma sa anche che il calcio non perdona, e che la memoria collettiva privilegia gli errori sulle imprese. Il 2006 segna una nuova epoca. Il Mondiale vinto in Germania, con la squadra di Lippi, in un’Italia scossa dallo scandalo di Calciopoli, fu un evento di portata simbolica enorme. Caruso ne coglie tutte le sfumature: la squadra che gioca meglio quando il paese è nel caos, la capacità di isolarsi dal rumore esterno, la vittoria dei rigori contro la Francia che vendica la sconfitta del 1998 e cancella, almeno in parte, il dolore del 1994. Fabio Cannavaro, il capitano, è il simbolo di questo trionfo: un leader silenzioso, un uomo che incarnava la sobrietà di un’Italia che aveva smesso di sognare in grande.

L’inizio del declino

La sconfitta del 2012, nella finale dell’Europeo contro la Spagna è la scintilla del declino. Caruso descrive gli anni successivi con toni sempre più grigi: la mancata qualificazione al Mondiale del 2018, quella del 2022, l’Italia che smette di essere protagonista, che diventa un’ombra di sé stessa. La vittoria dell’Europeo nel 2021, con Mancini, fu un fuoco di paglia: bellissimo, ma breve. La mancata qualificazione al Mondiale del Qatar, pochi mesi dopo, dimostrò che il calcio italiano aveva problemi strutturali, non solo di forma. Confermati anche nel presente.

Nessuna celebrazione

Alfio Caruso descrive un’Italia del calcio in transizione, che cerca un’identità nuova tra la nostalgia del passato e le esigenze del presente. L’Italia del 2026 non è più l’Italia del 2013, e nemmeno quella del 1982. È un paese più vecchio, più diviso, più incerto del proprio ruolo nel mondo. Il calcio, che fu per decenni un collante sociale, oggi rischia di diventare un altro campo di battaglia. Le discussioni sui giocatori stranieri, sui naturalizzati, sul senso di appartenenza, hanno contaminato anche il mondo del pallone: il calcio riflette la società, e se la società è divisa, anche la nazionale lo sarà. Tenero e spietato, Un secolo azzurro non è un libro celebrativo, ma il ritratto di  un paese che ha affidato troppe speranze nei piedi di undici uomini in maglia azzurra. E che, nonostante tutto, continua a farlo. Alfio Caruso scrive con la precisione del cronista e la sensibilità del narratore. Le sue frasi sono pulite, essenziali, mai retoriche. Più che perdersi in tattica o in tecnica, l’autore cerca il momento umano, il gesto che rivela un carattere, i calciatori non sono semidei o eroi di cartapesta, semmai individui con i loro difetti, le loro paure, i loro tradimenti. Il suo volume oscilla fra speranza e allarme, specie quando sottolinea, per chi non l’avesse chiaro, che il calcio non può sostituire la politica, non può sanare le divisioni, non può dare all’Italia ciò che l’Italia non sa darsi da sola.

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