Il branco che respinge i diversi è la dinamica chiave del breve ma profondo romanzo di Violaine Bérot, “Come animali”. Favola nera, thriller psicologico, giallo senza soluzione, il volume racconta come in una piccola comunità il mistero diventi accusa e poi condanna. Protagonisti un ragazzo solitario e una bambina di cui nessuno sa niente…
Pubblicato in Italia da La Nuova Frontiera e tradotto dal francese da Camilla Diez, Come animali (122 pagine, 17 euro) della scrittrice francese Violaine Bérot è un romanzo breve, ma profondo e intenso. L’autrice, che vive tra i Pirenei da oltre vent’anni, attinge proprio a quei paesaggi carichi di mistero per costruire una storia che è insieme una favola, un thriller psicologico e una scrupolosa riflessione sulla società contemporanea e sul terrore primordiale che l’uomo prova di fronte a ciò che non riconosce o considera diverso da se stesso; un’analisi spietata di come una comunità si difenda dall’alterità trasformandola in minaccia.
La bambina come innesco
La storia si svolge in un borgo isolato dei Pirenei francesi. In una casa solitaria vive Mariette con suo figlio, un ragazzo soprannominato Orso per la sua forza straordinaria e per la sua capacità unica di comunicare con gli animali. L’equilibrio di questa comunità viene sconvolto dall’apparizione improvvisa nel bosco di una bambina, di cui nessuno conosce l’identità o la provenienza .
Violaine Bérot, però, sottrae quasi subito la protagonista al centro della scena: la bambina non parla, non si racconta, non fornisce indizi sulla sua provenienza. Diventa così una pagina bianca sul quale gli abitanti proiettano le proprie ossessioni. Per alcuni è una vittima, per altri una selvaggia, per molti una perturbazione che andrebbe rimossa al più presto, insieme ad Orso che fino al momento del suo arresto se ne prende cura.
La scelta di Violaine Bérot di non svelare mai l’origine della bambina è il fulcro della strategia narrativa: lasciandola avvolta nel mistero, costringe il lettore a confrontarsi con lo stesso disagio dei personaggi. La bambina non è un enigma da risolvere, ma uno specchio in cui la comunità si riflette e si riconosce nei propri limiti.
L’Orso e l’alterità radicale
Accanto alla bambina, l’altro grande “diverso” è l’Orso, il figlio di Mariette. La sua forza sovrumana e il suo legame con gli animali lo pongono fuori dalla cosiddetta “normalità”, in una sorta di zona grigia tra l’uomo e la bestia. La comunità lo tollera finché rimane ai margini, nascosto tra i boschi, ma quando la sua esistenza si intreccia con quella della bambina, la tolleranza cede il passo al sospetto.
Ciò che spaventa gli abitanti non è tanto ciò che l’Orso fa, quanto ciò che rappresenta: un’alternativa possibile al loro modo di vivere, una forma di esistenza che non passa attraverso le regole, le gerarchie, i compromessi della vita sociale. La sua animalità è una minaccia perché mette in discussione la presunta superiorità della civiltà. E la paura, come sempre, si traduce in bisogno di controllo: l’Orso, dapprima tacciato di aggressività e pericolosità, va contenuto, interrogato, eventualmente rimosso.
La comunità come branco
La scelta formale più significativa è la frammentazione della voce narrante. Violaine Bérot rinuncia a un narratore onnisciente e affida la vicenda a una sequenza di monologhi, ognuno dei quali corrisponde al punto di vista di un abitante del borgo. Il lettore si trova così nella condizione di un inquirente che ascolta testimonianze contrastanti. Questo espediente genera un effetto straniante: la bambina, che pure è il motore della storia, rimane un’ombra, un vuoto attorno al quale la comunità si agita e si rivela. Ogni deposizione dice meno della bambina e molto di più di chi parla, dei suoi timori, della sua personale mappa del mondo. La scelta della struttura polifonica non è solo un espediente stilistico: è un modo per mostrare come la paura si moltiplichi nel passaparola, come ogni testimonianza aggiunga un dettaglio che deforma il quadro, come il sospetto si alimenti da solo.
Violaine Bérot descrive una dinamica che conosciamo bene: il branco che si stringe attorno ai propri simili e si prepara a respingere l’estraneo. L’incapacità di accogliere il mistero si trasforma in accusa, e l’accusa in potenziale condanna.
Un controcanto soprannaturale
A questo coro umano si sovrappone un controcanto di natura soprannaturale: le voci delle fate, che si esprimono in un registro poetico svelando la leggenda che la comunità tramanda su tali fate a cui vengono affidati i bambini all’interno di una grotta.
Ne emerge un romanzo che è insieme un giallo senza soluzione, una favola nera e un saggio sulla paura dell’altro. La sua vera materia non è l’evento eccezionale, ma il modo in cui una comunità ordinaria reagisce a ciò che non sa incasellare.
Non v’è dubbio che Come animali è un libro che parla al presente e alle nostre paure verso il diverso e l’anormale. Bérot, rifiutandosi di sciogliere il nodo del mistero che ruota attorno alla storia che ci racconta, ci obbliga a fare proprio questo: a restare con le domande, senza la comoda via di fuga di una verità definitiva.
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