Orazio Labbate, il dio caduto e guercio da cacciatore a preda

È un rituale di lettura esigente, “Cumùriu” di Orazio Labbate, secondo episodio di una trilogia, che si trasformerà in film e videogioco. Come nel precedente “Cravuni”, e con la stessa lingua densa che si fa materia fonetica, il protagonista è il detective Frank Labella, ancora in lotta con le forze oscure di una Sicilia metafisica, presenze deformi e creature notturne…

Molto prolifico e molto concentrato sul proprio percorso. Orazio Labbate lo immaginiamo come un recluso della letteratura, rintanato in un appartamento di dimensioni ridotte, dalle parti di Milano, con qualche incursione nel suo Sud del Sud, una Sicilia sconosciuta ai più, che è la benzina oscura che permette al suo motore di vibrare e andare avanti. L’ultimo obiettivo in ordine di tempo dello scrittore siciliano, salito alla ribalta con Lo Scuru (edito da Tunué nel 2014 e ripubblicato nel 2024 da Bompiani), è chiudere il cerchio con un’affascinante trilogia, iniziata con Cravuni (qui l’articolo), che adesso continua con Cumùriu, pubblicato da Polidoro, non una semplice casa editrice per Orazio Labbate, ma un partner decisivo, che gli ha affidato la collana Interzona e con cui ha lanciato la serie transmediale Grey Interzona, in collaborazione con la casa di produzione cinematografica Grey Ladder e lo studio di sviluppo videoludico Tiny Bull Studios.

Una domanda, dopo la vendetta

Cumùriu di Orazio Labbate accoglie chi legge scaraventandolo in una cella oscura, nei pressi degli appartamenti Vastasu a Riesi, Sicilia profonda, Sicilia metafisica. Dentro c’è Frank Labella, il detective di Afton, Oklahoma, già incontrato nel primo atto della trilogia Cravuni (tutte storie destinate a trasformarsi in film e videogiochi). Ma l’uomo che un tempo inseguiva la vendetta per l’omicidio della madre, il poliziotto con un occhio solo soprannominato “Uorbu”, ora si ritrova nella condizione opposta: è lui la preda, il recluso costretto a fare i conti con un isolamento totale. In passato Frank Labella si era scontrato con il boss della «Mafia spiritica», Tony Lavuru, un Ermes degradato e mafioso. Se il primo volume della trilogia viveva dello shock culturale del ritorno in Sicilia e della violenza primordiale delle sue campagne, questo secondo capitolo stringe l’inquadratura. La vendetta si è consumata, o forse si è solo sclerotizzata in un vuoto ossessivo. Quel che rimane è una domanda sull’identità profonda di un uomo che scopre di avere la carne pesante dei mortali ma il destino mutilato di un dio caduto.

Sacro e profano collidono

La felice costante di queste opere è una lingua densa, incrostata di dialetto siciliano che si fa suono puro, materia fonetica molto affascinante. La scrittura si sposa poi con un andamento da videogioco arcade e con una vicenda che si articola in tre livelli distinti, attraverso il superamento di soglie, lo sblocco di passaggi e lo scontro diretto. Tra binari arrugginiti e puzza di umido. Le prove a cui Labella viene sottoposto si consumano nel sottosuolo, all’interno di quattro templi ricavati nei vagoni di una metropolitana fantasma. Ogni vagone è una stazione della memoria e del delirio, dove il detective smarrisce i confini della propria percezione per interagire con un pantheon di creature notturne e presenze deformi, con un quotidiano in cui il sacro e il profano – ancora una volta – collidono continuamente. Chi si accosta a Cumùriu di Orazio Labbate si abbandona a un rituale di lettura esigente, a segreti sotterranei, a ombre che continuano a muoversi anche quando la luce si spegne. In attesa del terzo capitolo.

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