Micidiali e perfetti, i racconti di Samantha Schweblin sembrano porte che si aprono verso un’altra realtà, narrativa e emozionale. Accade così anche nell’ultima raccolta, “Il buon male”, che parla di noi umani capaci di fare il male credendo di fare il bene, o viceversa, del bene stesso che a volte si annida nel male ma che siamo incapaci di vedere…
Samantha Schweblin fa ritorno presso di noi con una raccolta di racconti successiva alla precedente Sette case vuote (Sur 2021, qui l’articolo). Un’arte, quella del racconto, che per la scrittrice argentina trapiantata a Berlino è forse la più congeniale e ne fa una delle più valenti e apprezzate interpreti nel panorama letterario mondiale contemporaneo, benché sia anche autrice di apprezzati romanzi quali Distanza di sicurezza (Sur 2020) o Kentuki (Sur 2019).
Sulla scia dei grandi
Quelli raccolti in Il buon male (160 pagine, 18 euro, Einaudi 2025) traduzione di Maria Nicola, sono sei, micidiali, perfetti, tanto da non rischiare di apparire blasfemi scomodando alcune grandi personalità dell’arte del narrare breve quali Raymond Carver o Julio Cortázar, due veri e propri numi tutelari per la Schweblin, e possiamo aggiungere anche Franz Kafka, per quel tanto di inquietante e indecifrabile alle quali alcune delle prove della scrittrice di Buenos Aires possono essere accomunate.
Il sostrato familiare
Nel caso di quest’ultima raccolta più che altrove emergono trame e legami familiari spezzati o corrosi, in situazioni e ambientazioni dai risvolti apparentemente rassicuranti del quotidiano aleggia una sottile inquietudine, e il mistero che sconfina spesso con il soprannaturale. Come nel caso del primo racconto della raccolta dal titolo Benvenuta tra noi, una a prima vista banale testimonianza di vita domestica di una madre e moglie che assume contorni raggelanti se si pensa che questa possa essere stata fatta dalla donna dopo il suo suicidio, instillando nel lettore il dubbio se questo sia o meno andato a buon fine. Il sostrato familiare e affettivo traspare in modo preponderante anche in Un animale favoloso, il commovente e straniante bisogno di contatto di una madre con il figlio morto molti anni prima e in Una visita del Superiore, l’ultimo racconto della raccolta, nel quale fa irruzione il tema del doppio e del dilemma della maternità, come anche della paternità, un inquietante affresco che prende spunto da una visita della figlia alla madre in una casa di riposo e nel quale la tensione di una violenza sul punto di esplodere fa la comparsa con un inusuale per la Schweblin andamento da thriller.
Lo sgomento oltre la pagina
C’è un merito in un narratore che va oltre lo stile, la forma, l’uso del linguaggio e i contenuti dei propri scritti ed è quello, almeno secondo chi scrive, di non abbandonare il lettore dopo l’ultima pagina, un merito che solo il grande mestiere di un narratore o narratrice può arrogarsi, lasciando il proprio racconto andare oltre la pagina, lasciandolo sedimentare nella mente del lettore con un senso di irrisolto, come infatti fanno i racconti di Samantha Schweblin che continuano a interrogare, sul bene e sul male, come lascia intuire il titolo, e a lasciare sottilmente sgomento il lettore dopo la loro fine, perché in essi, in tutti quelli riuniti in Il buon male, si verificano delle stranezze, e pur cercando di dipanarli non risultano mai chiari fino fondo, lasciando una traccia oscura o di luce ingoiata.
In Schweblin il dato realistico, freddo, duro e asettico si lega all’emozione, in quest’ultima raccolta più che altrove, testimoniando il bisogno della scrittrice di intraprendere un più serrato rapporto con il lettore, senza il quale le storie stesse non hanno vita. La realtà del quotidiano ci dice la Schweblin può avere degli squarci che solo uno sguardo con un surplus di attenzione può penetrare, scalfendo la superficie delle cose e andando in profondità, fino a quelle più strane e oscure che sembrano non appartenerci, fino a quelle più surreali o stranianti e grottesche, tanto da farci concordare con l’autrice quando dichiara: «Le cose più vere sono sempre le più strane», stranezze tanto prossimamente umane da suscitare un’emozione in chi vi si imbatta, una lezione imparata evidentemente dal già citato Carver, leggere il racconto Una cosa piccola ma buona dell’autore di Cattedrale può rendere l’idea.
Il soprannaturale come catarsi emotiva
Il soprannaturale nei racconti di Il buon male ha una funzione non meramente straniante allo scopo di un effetto fantastico, ma di catarsi emotiva. Si possono così verificare strane evocazioni o manifestazioni, come quelle di un gatto morto a migliaia di chilometri di distanza in William alla finestra, la suggestione delle sottili linee di confine tra la vita e la morte come nel già citato Benvenuta tra noi come anche in Una visita del Superiore, narrazioni che giocano con il concetto di vita e di morte mettendo in campo nella finzione narrativa delle vicende delle due protagoniste i labili confini tra l’una e l’altra. In ogni racconto della Schweblin la dimensione soprannaturale pur ancorata al dato reale di riferimento è una costante. I suoi racconti sembrano porte che si aprono verso un’altra realtà, non spaziale o temporale come nel più classico fantastico, ma narrativa e emozionale, come aprire un portale che in modo fulmineo ci rivela un altro livello di realtà e di relazioni, come solo un racconto può fare nella sua brevità e intensità, contrariamente a un romanzo che si sviluppa su una linea orizzontale, mentre un racconto deve colpire in profondità e quelli di Samantha Schweblin lo fanno, una lezione che la scrittrice argentina sembra aver assorbito al meglio dai maestri del narrare breve di suo riferimento pur nei loro differenti canoni.
Una lacerazione lontana
C’è in tutti i racconti sempre uno stacco sul passato, una lacerazione, qualcosa che è rievocato e ritorna, come dei fantasmi da una lontananza da decifrare, c’è sempre un conto con il passato da saldare o dei fili da riannodare, come in La donna di Atlantida, o L’occhio nella gola, racconto bellissimo che esemplifica anche lo scacco linguistico della expat Samantha Schweblin, la quale scrive in una lingua estranea rispetto a ciò che la circonda nel suo quotidiano, racconti nei quali il passato ritorna sotto forma di memoria narrativa, ripescando situazioni e persone con le scaglie di quello che di indecifrabile e oscuro si sono portate con sé.
Il buon male parla di noi, di noi umani capaci di fare il male credendo di fare il bene, o viceversa, del bene stesso che a volte si annida nel male ma che siamo incapaci di vedere, interroga le nostre più consolidate certezze, parlando la lingua fantastica della letteratura, parla delle inerzie delle nostre vite che scorrono placide e inconsapevolmente trangugiando le nostre identità verso i ruoli che ci sono stati assegnati, le nostre credenze, il nostro substrato culturale, la nostra appartenenza a un dato contesto, il cosiddetto reale. I racconti di Schweblin ci mostrano invece come da questa bolla che ha fagocitato il nostro livello di attenzione verso tutto ciò che ci circonda ed è diverso, e si trova appena sotto la superficie del cosiddetto reale ma non è direttamente visibile data appunto la nostra inerzia percettiva e il nostro livello di attenzione, è possibile uscire, magari anche con un buon libro come Il buon male di Samatha Schweblin, uno stimolo a tenere vive le nostre migliori facoltà: l’immaginazione, lo stupore dell’incontro con l’altro e con l’alterità, con il diverso, nel senso più ampio del termine, del mettere in discussione con il legittimo dubbio le nostre più consolidate certezze, in modo costruttivo e non distruttivo, un argine al totalitarismo della coscienza che spesso è propedeutico a altri.
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