Ne “La notte devastata”, romanzo ambientato negli anni Novanta e nel sud della Francia, Jean-Baptiste Del Amo mette in scena – e la formula più onesta è quella dell’horror – lo sgretolamento della famiglia borghese, il difficile inserimento degli stranieri, la violenza, la scoperta del desiderio. Protagonisti alcuni adolescenti che sono dichiaratamente la proiezione di quelli di “It” di Stephen King
Un quartiere come tanti, costruito negli anni Settanta con l’illusione che vivere insieme fosse la promessa della felicità. Qui, in fondo a un vicolo cieco, nella cittadina immaginaria di Saint-Auch, si trova l’impasse des Ormes: una casa abbandonata da anni e nascosta dai rovi.
È in questo spazio che Jean-Baptiste Del Amo ambienta il suo ultimo romanzo La notte devastata (432 pagine, 20 euro), pubblicato in Francia da Gallimard nel 2024 e proposto in Italia da Feltrinelli Gramma nella traduzione di Maria Baiocchi.
Noto in Italia soprattutto per Il sale (Neo Edizioni, 2013), Del Amo – che conosce il paesaggio de La notte devastata dall’interno, giacché è simile a quello in cui è cresciuto – si cimenta per la prima volta con i confini di un genere, l’horror, trovando in esso la sua forma più personale.
Cinque adolescenti
L’ambientazione, il sud della Francia rurale e periurbano, è atipica per il genere ma non dal punto di vista temporale: tutto si svolge infatti negli anni Novanta, decennio che all’horror ha dato moltissimo, sia in letteratura che al cinema.
Protagonisti del romanzo sono – come vuole il topos del genere, da It di Stephen King, ma potremmo citare anche il più recente Stranger Things, che su quel revival ha costruito il proprio successo globale – cinque adolescenti: Thomas, Mehdi, Alex, Max e Lena.
Del Amo li costruisce secondo una logica precisa: ognuno porta una frattura sociale specifica: la violenza domestica, il lutto, il razzismo di provincia, il bullismo, l’omosessualità negata.
Insieme fanno le cose che si fanno a quindici anni in provincia: fumano, ascoltano musica, noleggiano VHS dell’orrore, trascorrono del tempo nella loro tana, le serre abbandonate.
La casa in fondo al vicolo la tengono lontana, come si tiene alla larga qualcosa che si sa pericoloso senza riuscire a spiegarne la ragione.
Un horror atipico
Tutto cambia però con la morte di un coetaneo, Simon Laval, in circostanze orribili e senza spiegazioni certe. È la sorella minore di Simon, Claire, a raccontare del collegamento con la casa, confidandosi con Lena ai funerali. Simon sognava la casa in continuazione, ci era entrato da solo mesi prima, dopo non aveva dormito quasi più, disegnava ossessivamente la facciata su fogli che poi bruciava nel barbecue in giardino. Da quel momento la casa smette di essere sfondo e diventa centro di tutta la vicenda. I cinque ragazzi ci entrano prima tutti insieme, poi uno dopo l’altro, in un avanti e indietro in cui ciò che accade tra quelle mura contamina il loro quotidiano.
Ne La notte devastata Del Amo si muove dentro i confini dell’horror ma lo fa in maniera atipica. La paura non viene da altrove, non ha la forma del mostro: è sempre relazionale, sempre incarnata in qualcuno o in un sentimento. Un patrigno, un bullo, un uomo violento, il senso di colpa, la paura di essere giudicati. La casa dell’impasse des Ormes non fa che rendere visibile l’invisibile, dare corpo a ciò che già abitava i ragazzi prima che ci entrassero.
Del Amo intreccia così i temi che attraversano il romanzo: lo sgretolamento della famiglia borghese, il difficile inserimento degli stranieri (la famiglia Belkacem, quella di Mehdi, è l’unica nel quartiere di origine non francese), la violenza, la scoperta del desiderio.
Una guida all’interpretazione
Un horror di formazione, ma non solo. La notte devastata si muove anche su un secondo livello, che Del Amo rivela nella postfazione che, a suo modo, rappresenta una guida all’interpretazione.
Racconta della casa abbandonata del suo quartiere di Tolosa che lui e il suo gruppo un giorno forzano e trovano congelata agli anni Settanta: la colazione sul tavolo, i letti disfatti, un’audiocassetta in cui una donna si era registrata mentre parlava al telefono e raccontava del naufragio della sua coppia. E ancora dei tascabili Pocket Terreur e J’ai Lu letti voracemente di nascosto, dei VHS registrati di notte, di Stephen King come primo maestro di narrativa, del cinema di Wes Craven e Cronenberg. Sono gli anni in cui Del Amo si chiudeva in camera a immaginare mondi altri, senza internet, senza la possibilità di trovare online chi condividesse le stesse paure o gli stessi desideri. Un tempo in cui l’horror era uno spazio privato in cui le paure potevano prendere forma.
La spensieratezza e l’inquietudine
Per descrivere quel tempo, Del Amo ricorre a un’espressione dello storico americano Martin Jay: uncanny nineties, traducibile come «strana familiarità», che solo a distanza di trent’anni mostra come quella spensieratezza collettiva fosse in realtà attraversata da un’inquietudine sorda: il razzismo, l’omosessualità tenuta nel segreto, l’Aids. Vicinissima, quell’epoca, eppure già lontanissima: senza smartphone, senza social, senza la possibilità di portare la propria identità in un altrove digitale quando quella del quartiere diventava insostenibile. Nella postfazione Del Amo racconta anche di essere cresciuto omosessuale in provincia, nel segreto di un’identità da nascondere mentre la scopriva. Spiega come il cinema horror degli anni Ottanta-Novanta sia stato uno spazio di resistenza queer: personaggi forti, spesso femminili – Ellen Ripley in Alien, Nancy Thompson in Nightmare, Sarah Connor in Terminator – e il body horror come metafora dell’epidemia che devastava la comunità alla quale «noi non appartenevamo ancora, o solo segretamente».
Non solo un luogo immaginario
Questa postfazione autobiografica retroillumina tutto. E si capisce perché La notte devastata, pur essendo un omaggio dichiarato al genere, non è mai soltanto questo. L’horror diventa strumento per dire cose che la realtà non riesce a contenere. Ecco così che Del Amo usa i meccanismi del genere con consapevolezza piena: la casa abbandonata, il gruppo di adolescenti che ci entra (eco dei protagonisti di It, a cui Del Amo rende omaggio fin dall’esergo), le visioni che si materializzano. La scrittura di Del Amo è densa, sensoriale, capace di tenere insieme il registro lirico e quello brutale. E al momento di scrivere «fine», racconta Del Amo stesso, ha sentito che non gli era mai costato tanto abbandonare i propri personaggi. Forse perché la casa dell’impasse des Ormes non è solo un luogo immaginario: è il posto in cui ogni adolescente, prima o poi, si trova solo davanti a ciò che non sa ancora come chiamare e l’horror è solo il modo più onesto che ha trovato per raccontarlo.
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