Fatima Daas, desiderare uno sguardo sul nostro lato migliore

Il bisogno di scrivere per respirare e non scomparire. Kayden, protagonista di “Stare al gioco” di Fatima Daas nasconde le emozioni dietro frasi trattenute, gesti sbagliati, silenzi, e annota pagine di diario. È una ragazza musulmana, con esitazioni e contraddizioni, attraversa il razzismo, il tabù della sessualità, i pregiudizi. La messa in scena di un’adolescenza credibile, che va avanti per tentativi…

Oggi conosco l’amore per la prima volta, mi sono concessa di innamorarmi di una persona che mi vede veramente, che risponde alle mie domande e accetta i miei silenzi. Senza di lei non sarei riuscita ad analizzare questa storia e neppure a mettere in parole questa lettera. Mi ci è voluto del tempo per imparare ad amarmi, per offrire il mio amore, per accettare di essere scelta, scegliere, di essere amata.

Le pagine del diario si riempiono di parole scritte in fretta, di frasi cancellate, di osservazioni appuntate mentre il mondo continua a correre. Kayden guarda tutto. Le scarpe consumate nei corridoi del liceo, le battute che fanno ridere gli altri ma non lei, gli sguardi che giudicano prima ancora di conoscere. Scrive quasi di nascosto, come se quel talento dovesse restare un segreto. Eppure è proprio la scrittura a diventare il luogo dove riesce a respirare.

Ogni dettaglio spiega

Fatima Daas affida alla sua protagonista uno sguardo inquieto, preciso, incapace di fermarsi alla superficie. Kayden annota ciò che vede perché ogni dettaglio sembra contenere una spiegazione che ancora le sfugge. Le parole diventano una lente. Le gira, le pesa, le rimastica, sperando che da qualche parte, tra l’inchiostro e la carta, emerga finalmente il disegno della persona che sta diventando.

Il cuore di Stare al gioco (180 pagine, 18 euro) non è la scoperta dell’amore, né la ribellione adolescenziale. È il desiderio ostinato di essere vista. Davvero vista.

Non attraverso le aspettative degli altri, non dentro le etichette che la società distribuisce con una leggerezza feroce, ma nella sua complessità. In fondo è quello che continuiamo a cercare anche da adulti: uno sguardo che sappia mostrare il nostro lato migliore.

Una lingua cangiante

I ragazzi che popolano questo romanzo parlano una lingua che cambia continuamente. Le parole rimbalzano tra chat, corridoi, battute, silenzi improvvisi. Hanno sogni che sembrano già incrinati e una stanchezza che non appartiene alla loro età, ereditata da un mondo adulto troppo spesso incapace di ascoltare.

Gli adulti restano sullo sfondo come muri. Impongono regole, giudizi, categorie. I ragazzi, invece, cercano fessure da cui entrare nella propria vita.

Entrare nel mondo di Kayden richiede pazienza. Lei non accompagna il lettore. Lo lascia fuori dalla porta, lo costringe ad aspettare. Nasconde le emozioni dietro frasi trattenute, gesti sbagliati, silenzi che sembrano più eloquenti delle confessioni.

Non sempre l’ho capita. Non sempre lei ha voluto farsi capire. È uno di quei personaggi che chiedono di essere inseguiti senza pretendere spiegazioni.

Una forma di difesa

Poi, lentamente, qualcosa cambia. Si comprende che tutta quella resistenza non è chiusura, ma difesa. Ogni frase del diario diventa il tentativo di dare un nome a ciò che ancora non riesce a essere pronunciato. Il suo è un urlo chiuso in gola.

Mi è tornata in mente una frase di Marguerite Duras: «Scrivere è anche non parlare. È tacere. È urlare senza fare rumore

È probabilmente questa la chiave del romanzo di Fatima Daas. Non la trama, ma quel bisogno quasi fisico di scrivere per non scomparire.

La storia di Kayden porta con sé il peso di molte appartenenze. È una ragazza musulmana. Attraversa il razzismo, il tabù della sessualità, i pregiudizi di un sistema che pretende definizioni nette e identità semplici. Fatima Daas non cerca di trasformarla in un simbolo. Le lascia addosso tutte le sue contraddizioni, le esitazioni, gli errori, le paure. Rimane una ragazza. Ed è proprio questo che la rende credibile.

Una voce acerba ma autentica

La lingua segue il ritmo dell’adolescenza. Si interrompe, accelera, inciampa, cambia direzione. Ci sono pagine che sembrano conversazioni rubate a un gruppo di liceali e altre che assumono il tono di una confessione. Questa irregolarità non è un difetto. È la forma stessa dell’età raccontata.

Stare al gioco non è un romanzo perfetto. Ha sbavature, momenti che sembrano sfuggire di mano, passaggi meno convincenti. Ma la perfezione avrebbe tradito la storia che racconta.

L’adolescenza non conosce linee dritte. Crescere significa procedere per tentativi, prendere misure sbagliate, cambiare pelle mentre qualcuno continua a chiamarti con il nome della persona che eri ieri.

Per questo il romanzo di Fatima Daas, tradotto da Camilla Diez per Fandango, continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina. Non perché offra risposte, ma perché restituisce una voce a chi troppo spesso viene raccontato dagli altri. Una voce acerba, contraddittoria, a volte difficile da seguire, ma autentica.

Ed è impossibile non fermarsi ad ascoltarla.

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