Impenetrabile, vulnerabile, quasi insignificante è Jilian, protagonista de “L’accompagnatrice” di Ken Greenhall. Accanto a lei alcune anziane benestanti, a cui fa compagnia, e un padre cieco. Nessuno è davvero innocente né interamente comprensibile. Un’indagine – senza impostazioni ideologiche – sulle zone d’ombra che possono annidarsi dietro l’idea di accompagnare qualcuno verso la morte
Come in Elizabeth (qui l’articolo) è ancora una volta una donna la protagonista che Ken Greenhall sceglie per L’accompagnatrice (173 pagine, 18 euro), libro pubblicato per la prima volta nel 1988 e proposto da Adelphi nella traduzione di Monica Pareschi. Ed è ancora una volta una donna apparentemente forte, Jillian. Narratrici inaffidabili che si divertono ad ingannare il lettore con la loro sicurezza quasi spavalda. Ma per chi vorrà leggere tra le righe potrà scorgere una grande vulnerabilità celata.
Un punto di vista, ma diverse prospettive
Anche lo schema narrativo è riconducibile a Elizabeth: Jillian, la protagonista, parla in prima persona e racconta la sua versione dei fatti, quella che per lei è la verità. Rompe la quarta parete e si rivolge direttamente al lettore portandolo a dar fede alla sua versione.
Quello che però ogni volta cambia nei libri di Greenhall sono le domande che restano una volta chiuso il libro.
Di fatto il rischio della narrazione in prima persona è creare un limite unilaterale di prospettiva. Monopolizzare i livelli interpretativi.
Ma l’autore non cade in questo inghippo perché le sue narratrici benché si sforzino di imporci il loro punto di vista, in realtà fanno il contrario, ci spingono a cercare oltre le loro parole perché stimolano in noi l’incertezza rispetto a ciò che raccontano. Per questo il lettore è continuamente stimolato all’indagine analitica e a una valutazione critica che solleva dubbi e interrogativi.
Nelle circostanze giuste, le persone fanno cose che neanche immaginano di poter fare.
È un duro lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo
È proprio l’impenetrabilità la caratteristica principale che contribuisce a conferire a Jillian – e tutto ciò che le orbita intorno – un alone di mistero e inquietudine.
Apparentemente discreta, quasi insignificante, esercita il mestiere di accompagnatrice per anziane benestanti. Accanto a lei c’è Matthew, il padre cieco, figura enigmatica e carismatica, attorno al quale aleggia un’aura quasi mistica.
Dopo aver “accudito” diverse signore, si trasferisco nella periferica Serena per stare accanto all’anziana Elizabeth – nome evidentemente caro all’autore. Qui entreranno in contatto con la sua famiglia e si instaureranno degli strani giochi di potere tra loro. Tutti hanno uno scopo, nascondono segreti e agiscono per un tornaconto personale. Greenhall è abilissimo nel tratteggiare questi personaggi moralmente sfuggenti. Nessuno è davvero innocente e nessuno è completamente comprensibile, le loro motivazioni sfidano qualsiasi giudizio netto.
“E se le dicessi che voglio la sua vita?”
“Ne sarei lusingata. Nessuno la vuole. Io no di certo. E forse sarebbe uno scambio equo. La tua anima in cambio della mia vita”.
La vita è un dono… e la morte?
Con L’accompagnatrice, Ken Greenhall conferma la sua straordinaria capacità di trasformare l’ordinario in qualcosa di profondamente inquietante. Non cerca il colpo di scena facile né l’orrore esplicito: preferisce insinuarsi lentamente, costruendo un’atmosfera in cui ogni gesto di premura può nascondere un’intenzione sinistra. E viceversa: anche un atto estremo e spietato potrebbe non essere dettato solo dall’egoismo.
E qui si apre il dibattito sul grande tema chiave del romanzo: l’eutanasia e il fine-vita, un potente dispositivo narrativo per riflettere sul potere, sulla manipolazione e sull’autoinganno, più che sul dibattito bioetico. Un’indagine sulle zone d’ombra che possono annidarsi dietro l’idea di accompagnare qualcuno verso la morte fino alla progressiva corruzione del significato stesso di cura.
Tutto si trova al di là di un confine che non è mai netto ma soggettivo: magia e religione, assistenza e sopraffazione, compassione e dominio, amore e controllo. Ken Greenhall evita qualsiasi impostazione ideologica.
Proprio come nella realtà il concetto di verità è relativo.
Ma le persone, così mi pareva, usavano spesso l’amore come scusa per mutilare la vita dei loro cari.
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