“La malinconia del tartufo” di Orso Tosco è il terzo episodio della serie che ha come protagonista il commissario Gualtiero Bova, detto il Pinguino. Un volume in cui il protagonista si abbandona più alla vita e ai sentimenti e in cui al centro della scena c’è sempre una terra, le Langhe, fra tragedia e comicità. Alle prese con l’assassinio di un anziano pittore, il Pinguino si metterà anche in discussione sul piano personale…
Terzo capitolo della saga dedicata al commissario Gualtiero Bova, La malinconia del tartufo (264 pagine, 17,50 euro) di Orso Tosco affianca al delitto più paradossale della serie la svolta più intima mai capitata al suo protagonista. Pubblicato da Rizzoli nella collana Nero, a due anni dal premio Giorgio Scerbanenco vinto con L’ultimo pinguino delle Langhe (qui l’articolo) e a uno da La controra del Barolo (qui l’articolo), il romanzo rispetta quella cadenza annuale che ha consentito a Tosco di costruire e consolidare un perimetro narrativo riconoscibile. Ed è proprio grazie a questo che, giunto al terzo episodio, può concedersi qualche libertà: dare per scontate alcune cose e prendersi il tempo per sottolinearne invece altre.
Un uomo bizzarro e una squadra sgangherata
Per chi arriva ora alla serie di Orso Tosco, Gualtiero Bova è un commissario ligure, da tutti conosciuto come il Pinguino per l’aspetto e per il modo di camminare, che è stato trasferito a Mondovì, nelle Langhe, più per punizione che per l’ufficiale promozione guadagnatasi sul campo. È un uomo bizzarro e tormentato che, oltre alla passione per il nuoto fuori stagione, ama fumare la pipa, ascoltare dub reggae e consumare i pasti senza un ordine tradizionale, e che ogni lunedì assume microdosi di LSD. Al suo fianco l’inseparabile bassotta Gilda Gildina e una squadra dichiaratamente sgangherata: il vice Raviola, latin lover di provincia, Telesca, agente metodica e appassionata, Listeddu, improbabile personaggio di catarelliana memoria. Intorno a loro si muove il mondo delle Langhe, con l’amico Giobatta, compagno di silenzi, che ama definirsi vecchio piuttosto che anziano, Miriam, domestica appassionata di droni, il pubblico ministero Olga Rama.
Lo spazio emotivo e gli antagonisti
Le avventure del Pinguino sono popolate anche dall’universo dei personaggi liguri che costituiscono il suo spazio emotivo: la madre, la zia e soprattutto Ava, la donna che ama, che da otto anni vive in coma. Sullo sfondo delle Langhe, fin dai primi due capitoli, si muove la Confraternita, misteriosa consorteria che nutre un culto per il sangue e ai cui vertici siede il Notaio. Un antagonista asimmetrico: il Pinguino non sa dell’esistenza della Confraternita, né che a essa siano riconducibili tutti gli omicidi su cui ha indagato fino a qui; il Notaio, al contrario, lo ha individuato da tempo, ne teme il talento investigativo e muove nell’ombra fili che finiranno per riguardarlo.
L’omicidio? Conta relativamente
Al centro del racconto, questa volta, c’è l’omicidio di Titti Sbrana, pittore novantaduenne celebre oltre che per le proprie opere anche per una vita di vizi e mondanità, ucciso con trentanove coltellate. Ma la ferocia non è il dettaglio più assurdo della scena: il vero paradosso è il movente, giacché Sbrana aveva già annunciato pubblicamente di aver prenotato il proprio suicidio assistito per il mese successivo, in una clinica in Svizzera. Scavando nella vita dell’artista, Bova riporterà alla luce opere macabre e ancora sconosciute; e mentre l’indagine sprofonda nei lati più oscuri, dalla clinica in cui riposa Ava arriverà una notizia che lo sconvolgerà, e che lo costringerà a mettere tutto in discussione. Quella de La malinconia del tartufo è un’indagine nella quale l’omicidio, pur restando l’innesco, finisce per contare meno di ciò che porta alla luce: da un lato i primi elementi di un disegno più ampio, dall’altro la vicenda personale del commissario.
Il pedale dell’ironia
Ne esce un capitolo di snodo, che apre nuove strade narrative e che ci restituirà un Pinguino diverso, consapevole, forse più lucido, costretto a fare i conti con i cambiamenti. Un commissario che comincerà ad avvicinarsi alla consapevolezza non solo sui fatti che indaga e sulla Confraternita che opera nelle Langhe, di cui finalmente avrà qualche informazione, ma anche dei propri desideri e dei propri sentimenti. Ad emergere, tra le libertà che Orso Tosco si concede in questo nuovo capitolo, è innanzitutto l’ironia. L’incipit affida la scena a Listeddu e al suo esordio nel campo dell’eros, ed è proprio in quella circostanza che il cadavere verrà ritrovato: pagine di puro divertimento e, insieme, il perno da cui prende avvio l’intera vicenda.
La consapevolezza degli amori
C’è spazio, poi, per l’amore e per la consapevolezza dell’amore. Nel caso del Pinguino si tratta di Ava e di Olivia Montenotte, la collega ligure conosciuta nel capitolo precedente, che irrompe nella sua vita sentimentale con fare pragmatico, risoluto e a suo modo amorevole; ma accanto a queste ci sono l’amore filiale, quello familiare e quello perduto, che riguardano tanto Bova quanto un altro personaggio del romanzo come Agata Oceano, sicario professionista al servizio della Confraternita. Ecco così che la morte, dal canto suo, non è più soltanto quella dei morti ammazzati, come in ogni giallo che si rispetti, ma diventa protagonista a pieno titolo. E sul versante opposto si impone la vita, che prosegue nonostante tutto e che continua nel suo corso perpetuandosi anche nei contesti più impossibili. Troviamo così un Pinguino che, per la prima volta, si concede alla vita e ai sentimenti: perdendo un po’ il controllo, assumendo un po’ più LSD del solito, pur rimanendo sempre lui ma abbandonandosi, non senza spaesamento, agli stravolgimenti che l’inaspettato produce. Il tutto è accompagnato da una certa poesia, che sta non solo nel titolo e nelle interpretazioni che di esso vengono date – un enigma dentro l’enigma, come già era avvenuto nel capitolo precedente – ma anche in alcuni passaggi della storia, e soprattutto nel rapporto tra il Pinguino e i suoi affetti più profondi: la madre, la zia, Ava. Una malinconia che non è solo tristezza, ma che si configura piuttosto come il sentimento che celebra i momenti in cui siamo stati felici o abbiamo creduto di esserlo.
Caso chiuso, enigma aperto
A questa apertura corrisponde, sul versante opposto, un lavoro per sottrazione. Dopo la sovraesposizione de La controra del Barolo, il Notaio arretra e rimane sullo sfondo: se ne scopriranno soltanto alcune abitudini inquietanti, ancor più di quelle già note, lasciando spazio all’immaginato, che è sempre più inquietante del descritto. Resta la provincia, che nella serie continua a essere il luogo in cui tragedia e comicità convivono, e nella quale Orso Tosco sembra ormai muoversi con la sicurezza di chi non ha più bisogno di presentare nulla. È qui che il romanzo compie il suo scarto: il caso viene chiuso, ma l’enigma che resta aperto non riguarda più soltanto le Langhe e i loro poteri sotterranei. Riguarda il Pinguino, quello che sarà disposto a fare quando saprà e, soprattutto, come lo ritroveremo nel prossimo episodio.
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