L’amore e la morte, l’erotismo e la memoria per Kawabata…

Le riflessioni di un anziano dinanzi ad alcune fanciulle sedate con farmaci, in una speciale casa di appuntamenti. Ne “La casa delle belle addormentate”, capolavoro di Yasunari Kawabata i corpi diventano pagine da interpretare, riflettendo sulla caducità dell’esistenza

In una particolarissima casa di appuntamenti, attempati gentiluomini (tra i quali il protagonista, il 67enne Eguchi Yoshio) si concedono il piacere di godere della vista di splendide giovani donne tenute addormentate con dei sonniferi. Unica regola: non avere rapporti sessuali con le ragazze, ma del resto i frequentatori di questa casa privata non ne sarebbero neppure capaci. Definito da Goffredo Parise un «capolavoro della vecchiaia», La casa delle belle addormentate (216 pagine, 13,50 euro) – tradotto per Mondadori da Mario Teti e Ornella Civardi – è uno dei romanzi più noti e conturbanti dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, premio Nobel per la letteratura nel 1968.

L’ammirazione di Yukio Mishima

Di questo libro, «capolavoro della vecchiaia» ma anche della morte, dell’amore, della sessualità, dell’erotismo e della memoria, scrisse a lungo anche Yukio Mishima, uno degli autori giapponesi più importanti del ventesimo secolo. Del resto fra i due scrittori vi fu sempre un profondo rapporto di stima e affetto, testimoniato da un lungo e prezioso epistolario tra i due. «Ho sempre paragonato La casa delle belle addormentate a un sommergibile nel quale l’equipaggio sia rimasto intrappolato e dove l’aria venga progressivamente a mancare – scrive Mishima – preso dalla vicenda, il lettore suda, si sente cogliere dalla vertigine e percepisce con immediatezza unica il terrore del piacere che urge sotto la spinta  della morte che si approssima…». E questo intreccio, asfittico e poetico, tra l’erotismo e il sonno, tra il piacere e la morte, è il tessuto connettivo al quale si avviluppa l’intera storia, incentrata sulle riflessioni del protagonista, Eguchi, al cospetto di queste fanciulle addormentate, i cui corpi diventano pagine da leggere, da interpretare, sulle quali fissare i propri pensieri sulla caducità dell’esistenza.

Tra bellezza formale e profondità

«Le dita della ragazza erano lunghe e morbide – scrive Kawabata – e si piegavano liberamente come le dita di una mano (…) con le dita dei piedi, nel sonno, la ragazza parlava parole d’amore». Per tutta la sua lunga carriera letteraria, Kawabata è rimasto fedele alla ricerca di una bellezza formale che rispecchiasse anche la profondità dei contenuti e la complessità delle relazioni umane, indagando sul senso di solitudine, sulla caducità del tempo, sulle gioie e sulle miserie della vita quotidiana. Come era stato per il suo amico, e discepolo, Mishima, anche Kawabata si tolse la vita, il 16 aprile 1972, a 72 anni. Riguardo alla sua tomba aveva detto, alcuni anni prima: «Non vi avrei fatto incidere il mio nome né alcuna data. Solo chi mi conosceva avrebbe saputo che era la mia tomba. Gli altri ne avrebbero apprezzato la tranquilla bellezza e sarebbero passati oltre».

Guarda il video di Carmela Scotti, disponibile anche sulla sua pagina Instagram (clicca qui)

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