Una persona può continuare ad abitare la nostra vita anche dopo esserne uscita. Ce lo racconta Laura Chivite ne “La rivolta delle capre”, che ha al centro il rapporto fra la narratrice e l’eccentrica zia Lidia, che inventa la storia di una capra, Juana, e delle sue tre vite. Un romanzo sul prezzo di ogni trasformazione, su ciò che bisogna lasciare andare per diventare se stessi…
In La rivolta delle capre (192 pagine, 17,50 euro) Laura Chivite costruisce un romanzo di formazione in cui crescere significa imparare a convivere con le contraddizioni. Al centro c’è il rapporto fra la narratrice e Zia Lidia, figura eccentrica, imprevedibile e magnetica che entra nella sua vita come compagna di giochi e mentore, ma anche come presenza ingombrante. È lei a inventare la storia di Juana, una capra grigia che vive a Londra e alla quale, episodio dopo episodio, vengono offerte tre possibili vite e tre possibili finali. Quella favola diventa il dispositivo narrativo attraverso cui la protagonista impara a interrogare desideri, relazioni e possibilità.
Deformando la realtà
Il punto di forza del romanzo – pubblicato da La Nuova Frontiera, tradotto da Elisa Tramontin – è l’equilibrio fra il registro fantastico e una materia emotiva molto concreta. Le capre, il cinema, i poteri mentali, gli incidenti grotteschi e le situazioni paradossali non servono a evadere dalla realtà, ma a deformarla quel tanto che basta per renderne visibili le verità più difficili. Il sarcasmo diventa una forma di difesa: Juana si trasforma in una “capra insolente” dopo aver scoperto nel cinema uno spazio capace di trasformare la propria estraneità in desiderio e immaginazione.
Una relazione che si spezza
Laura Chivite evita però di trasformare il legame con Zia Lidia in una semplice storia di emancipazione. La loro relazione è fatta di ammirazione e conflitto, complicità e rifiuto, dipendenza e necessità di separarsi. Quando il rapporto si spezza, la narratrice scopre che una persona può continuare ad abitare la nostra vita anche dopo esserne uscita: Zia Lidia sopravvive nei gesti, nell’umorismo, nelle parole e perfino nei disegni della protagonista. La memoria non procede in modo lineare: ricostruire il passato significa accettare lacune, contraddizioni e frammenti.
Un’unica fine non basta
Ne nasce un romanzo dalla forma libera, ironica e mobile, che trova nella lingua una delle sue principali risorse. La scrittura passa con naturalezza dall’umorismo al dolore e dal quotidiano al surreale. E il finale, che rifiuta di scegliere una sola delle tre vite di Juana, ribadisce la logica profonda del libro: alcune relazioni e alcune versioni di noi stessi non possono essere racchiuse in un’unica conclusione. La rivolta delle capre di Laura Chivite è così un romanzo sulla possibilità di inventarsi, ma anche sul prezzo di ogni trasformazione: per diventare se stessi bisogna lasciare andare qualcosa, senza riuscire a cancellarlo.
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