Le origini di Ayrton Senna, campionissimo di Formula Uno, affondano nella Sicilia di fine Ottocento. La storia di Giovanna Magro, bisnonna di Senna emigrata in Brasile, e i primi passi e le prime vittorie da pilota sono intrecciate ne “Il tempo dei Senna”, romanzo di Giacinto Pipitone. Un libro nato dopo ricerche in archivio e indagini minuziose, come atto d’amore non solo nei confronti di un monumento dello sport, morto troppo presto, ma di un uomo figlio di una catena di scelte, coraggi, destini intrecciati…
C’è chi scrive per raccontare, e chi scrive per non dimenticare. Giacinto Pipitone, cronista parlamentare che ha contribuito a ideare un museo nel cuore della Sicilia su una leggenda della Formula Uno, appartiene probabilmente a quella schiera di scrittori per cui un libro può essere un atto di giustizia, per esempio può restituire nome e voce a chi il tempo ha cancellato. Il tempo dei Senna (272 pagine, 18 euro), edito da Kalós, suo esordio nella narrativa, forse nasce da questo bisogno. Non è un romanzo su Ayrton Senna, o almeno non solo. È un romanzo su ciò che precede il mito, sulle mani callose e sui sogni interrotti che hanno reso possibile qualcosa che, nel mondo, e soprattutto in Brasile, travalica lo sport. È un libro che parte da un nome trovato per caso, o forse per destino, in un archivio comunale polveroso: Giovanna Magro, bisnonna del campione brasiliano, partita da Siculiana nel 1894 con la madre Angela a bordo del piroscafo “Matteo Bruzzo”, quella nave degli emigranti che tagliava l’Atlantico carica di anime in fuga.
Un viaggio, una spirale
Il romanzo ha la struttura di un viaggio che si ripete, di una spirale che torna sui propri passi per mostrare che nulla è mai davvero finito. Giacinto Pipitone ha scavato nei registri del Comune di Siculiana, ha tirato fuori certificati di nascita e atti di morte, ha ricostruito genealogie interrotte, e da questa polvere di carte ha tirato fuori una storia di carne. E proprio a Siculiana è nato Astro, museo che sembra complementare al libro di Pipitone, due facce della stessa medaglia: una è la ricerca, l’altra è la narrazione. Migliaia di visitatori per un museo originale e tecnologicamente all’avanguardia, un risultato che nasce da un nome trovato in un archivio, da una scoperta che ha cambiato il modo in cui un intero paese si guarda allo specchio. Giovanna Magro non è più un nome su un documento. Diventa un’eroina letteraria, una giovane donna che prende una decisione che le costerà tutto: lasciare la Sicilia, i colori della terra arsa dal sole, i primi amori, le voci del mercato, per gettarsi in un oceano che non conosce e in un continente che non promette niente. La sua è una partenza senza ritorno, una delle tante che hanno svuotato i paesi del Sud in quegli anni di fine Ottocento, quando l’Italia era un paese che sputava i propri figli verso l’America come chi getta semi al vento sperando che qualcuno attecchisca.
Il filo che lega due storie
Giacinto Pipitone costruisce il racconto su due linee temporali che non si toccano mai, ma si rispecchiano continuamente. Da un lato c’è la Sicilia di fine Ottocento, con la sua miseria contadina, la guerra silenziosa fra contadini e latifondisti, la terra che non dà più da mangiare e che costringe le genti a scegliere fra la fame e l’esilio. Dall’altro c’è il Brasile del secolo successivo, e con esso l’epopea di Ayrton Senna, il pilota che ha cambiato per sempre il volto della Formula 1. Le due storie sono separate da un oceano e da un secolo, ma sono unite da un filo invisibile che è il sangue, la memoria, l’ostinazione. Neyde, madre di Ayrton e nipote di Giovanna Magro, è il punto di sutura fra questi due mondi. È lei che applaude il figlio sul gradino più alto del podio nel Gran Premio del Giappone del 1988, quando conquista il suo primo titolo mondiale. In quel gesto, in quelle mani che battono, c’è tutto il viaggio di Giovanna, tutta la sua paura, tutta la sua speranza.
L’eredità delle scelte
Il romanzo, beninteso, non cerca di dimostrare che Senna era un grande pilota perché aveva sangue siciliano nelle vene. Non cade nella trappola della genetica facile, dell’orgoglio regionale. Piuttosto, si chiede quanto le scelte prese da genitori, nonni, bisnonni, abbiano influito sul carattere di un uomo. Quanto il gesto di una donna che nel 1894 ha avuto il coraggio di lasciare tutto abbia aperto una strada che, cento anni dopo, un ragazzo di San Paolo ha percorso a trecento chilometri orari. È non è necessariamente una domanda che ammette risposte definitive. Il lettore, però, di sicuro, fra le pagine di questa epopea, sente qualcosa, magari percepisce davvero la presenza di Giovanna nelle curve di Suzuka, nelle vittorie sotto la pioggia, nell’ostinazione di un pilota che non accettava mai il secondo posto.
La Sicilia alle spalle
Il piroscafo “Matteo Bruzzo”, su cui Giovanna e Angela salpano verso il Brasile, è uno dei protagonisti invisibili del romanzo. Pipitone lo descrive come un grembo di ferro che genera una nuova vita, la culla che dondola tra due mondi, la bara per chi non sopravvive alla traversata. Le pagine dedicate al viaggio sono tra le più intense, senza risparmiare nulla: la puzza della stiva, il vomito, la paura del mare, la nostalgia che già prima di partire ti stringe la gola. Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è una strana bellezza. Giovanna, con la forza della disperazione, sceglie di sopravvivere, di costruire, di diventare qualcuno in un paese che non è il suo. Alle spalle lascia una Sicilia dura, di terra rossa e sudore, di sguardi bassi e mani spezzate dal lavoro. È la Sicilia dei contadini che combattono contro i latifondisti, dei piccoli paesi che si svuotano, delle donne che restano a guardare le navi allontanarsi dal porto. Ma è anche una Sicilia di colori intensi, di odori che non si cancellano, di una lingua che si porta dentro anche quando si impara a parlare portoghese.
Il campione e le sue donne
Ayrton Senna non appare subito nel romanzo. Pipitone lo fa entrare in scena con la stessa gradualità con cui un mito si costruisce: prima come presenza lontana, come nome che circola nelle conversazioni, come promessa. Poi, pagina dopo pagina, il campione prende corpo. Non il campione dei poster, dei documentari, delle statistiche. Un uomo di carne e ossa, con i suoi dubbi, la sua fede, la sua ossessione per la perfezione. Ma il cuore del romanzo non è la competizione. È il rapporto fra Senna e sua madre Neyde, fra Neyde e la nonna Giovanna, fra il Brasile e la Sicilia. È un romanzo sulle madri, in fondo. Sulle donne che restano, che aspettano, che tengono insieme i pezzi di un mondo che gli uomini cercano di sfondare con la velocità. Neyde, figlia di emigranti, educa il figlio nella fede evangelica, gli trasmette valori di onestà e determinazione che lui porterà in pista come un’armatura invisibile.
Macché destino…
«I Magro non credono al destino». Questa frase, che Pipitone pone come un motto familiare, è il cuore filosofico del romanzo. Il destino esiste o lo creiamo noi? È possibile cambiarlo? Domande che attraversano tutto il libro, dalla partenza di Giovanna alla carriera di Ayrton. Il pilota brasiliano, con il suo rifiuto di accettare i limiti, sembra dare una risposta: il destino è ciò che facciamo, non ciò che ci capita. Eppure, c’è qualcosa di più inquietante nel romanzo. La morte di Senna, il primo maggio 1994 a Imola, incombe. Pipitone la lascia filtrare tra le righe, in ogni descrizione della velocità, in ogni elogio della perfezione. Eppure, il romanzo non è un libro sul dolore. È un libro sulla vita, sulla continuità della vita attraverso le generazioni. Giovanna muore senza sapere che un bisnipote diventerà leggenda. Ma le sue scelte, il suo coraggio, la sua capacità di reinventarsi in un mondo nuovo, sono tutte presenti in quel ragazzo che sfida la morte ogni domenica.
La passione controllata
Nella prosa di Pipitone non c’è distacco freddo, ma nemmeno enfasi gratuita. C’è una passione controllata, una tensione che si trasmette al lettore senza bisogno di gridare e una consapevolezza che affiora sempre: alle spalle del fuoriclasse, dietro il volante c’è un corpo, un cuore, una storia di famiglia. Il testo è maturo e senza sbavature, non si avvertono le incertezze del debutto, la tentazione di mettere troppa carne al fuoco. Non c’è didascalismo storico, non ci sono lezioni di morale. Il romanzo si chiude simbolicamente con il Gran Premio del Giappone del 1988, quel primo titolo mondiale che Neyde applaude dal box. È una scelta intelligente, perché evita la caduta nella retorica della morte. Senna, in quel momento, è ancora vivo, è ancora il ragazzo che ha davanti a sé tutta la vita. E il tempo dei Senna continua, si ripete, si trasforma. È il tempo dell’emigrazione, del coraggio, della velocità, della memoria. Ogni volta che qualcuno aprirà questo libro, Giovanna Magro ripartirà da Siculiana, salirà sul piroscafo, attraverserà l’oceano, e ricomincerà tutto da capo. Ogni volta che qualcuno leggerà questo libro capirà che è un atto d’amore non per un idolo da museo, ma per un uomo che è stato il risultato di una catena di scelte, coraggi, destini intrecciati.
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