“La ladra” della debuttante Rosaria De Meo reinterpreta il romanzo d’appendice. Protagonisti di una tormentata storia d’amore sono il nobile Cristiano e la plebea Alba, fra colpi di scena e inganni, lettere che arrivano nel momento sbagliato e presagi che si avverano. Un’appassionante avventura di lettura…
Come un romanzo d’appendice che celebra la pura arte del racconto, il gusto del narrare per narrare, senza sovrastrutture. Come una cover di certe trame di Sue o di Natoli, alias Galt. Come la copertina realizzata da Luca Ralli, che firma anche quattordici illustrazioni che punteggiano le pagine, richiama e reinterpreta Il bacio di Francesco Hayez, così La ladra (533 pagine, 20 euro), debutto di Rosaria De Meo per Barta edizioni, dialoga con il genere che spopolava a puntate, con il sapore di una letteratura popolare che non si vergogna di intrattenere, di rapire, di strappare al presente i lettori.
Sulle orme di Dumas
L’autrice esordiente è un’insegnante che vive a Potenza, legge da una vita e immagina storie da sempre. La prima ad aver preso corpo in un bel rettangolo di carta è ambientata a Napoli, nel 1799, non un anno qualunque ma quello della rivoluzione partenopea. E si misura, volente o nolente, con due modelli ingombranti. Il primo è quello di Enzo Striano, che ne Il resto di niente raccontò la parabola di Eleonora de Fonseca Pimentel, facendo della sconfitta della Repubblica una tragedia collettiva raccontata attraverso una coscienza individuale, tingendo il romanzo di un pessimismo storico che non lascia scampo, né può permettersi di concedersi scorciatoie sentimentali. Il secondo è quello di Dumas, che ne La Sanfelice imbastì, invece, una macchina di avventura e passione, popolando la città di cospiratori, amanti sventurati e colpi di scena degni del feuilleton di cui era maestro. Rosaria De Meo, in qualche modo, si colloca, sotto l’insegna di Dumas, la rivoluzione le interessa come laboratorio di passioni contrastate più che come materia di riflessione politica, è lontano l’afflato civile di Striano, e i suoi personaggi restano sono solo sfiorati dal fuoco della Repubblica ma mai bruciati fino in fondo dalla sua tragedia.
Un triangolo
La Storia, però, non può restare come pura decorazione. La messa in discussione di un ordine politico diventa lo specchio del crollo di un ordine sociale più antico, quello che separava per nascita, per esempio, chi comandava da chi rubava per vivere. Cristiano Santacroce discende da una delle casate nobili più in vista della città; Alba, figlia di un padre ebreo che non l’ha riconosciuta, fa un mestiere che la società del tempo condanna e insieme tollera, quello del furto minuto nei vicoli. I due si incrociano e si riconoscono con una naturalezza che sorprende entrambi, ma tra loro si frappone una terza figura, la marchesa Colonnesi, la donna che Cristiano sta per sposare e che Alba continua a servire da vicino, complicando ogni gesto d’affetto con il sospetto del tradimento. Il romanzo costruisce attorno a questo triangolo un meccanismo fatto di duelli, sorprese, inganni, lettere che arrivano nel momento sbagliato, presagi che si avverano puntualmente.
Una grande tenuta narrativa
Il ritmo con cui si leggono i capitoli del romanzo di Rosaria De Meo è indiavolato, come si conviene a un romanzo che può sembrare una scommessa erudita o un’operazione nostalgica. Qualsiasi cosa sia La ladra non tradisce le attese, con colpi di scena disseminati qua e là, con piccole e grandi rivelazioni, con una giusta dose di dialoghi. È abbastanza naturale la rinuncia alla profondità psicologica, ma la tenuta narrativa non ne risente mai: c’è l’amore, con i suoi ostacoli, ci sono protagonisti e antagonisti, c’è l’amore come motore e il destino che sembra incombere su tutto e su tutti. È un’avventura da regalarsi fino in fondo la lettura di questo romanzo.
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