La cura dei genitori in età avanzata, la bassa natalità, la precarietà professionale e i lavori messi in crisi dall’intelligenza artificiale, ma anche un mondo all’insegna dell’efficienza e della performatività. C’è tutto questo nel ritorno in libreria di Dario Ferrari con “L’idiota di famiglia”, romanzo politico su una generazione sgangherata, e non solo. Protagonista un traduttore che lascia Roma per Viareggio, dove si occuperà dell’anziano padre che soffre di demenza senile
Lo scrittore Dario Ferrari torna in questo 2026 con il suo ultimo libro intitolato L’idiota di famiglia, (Sellerio, 518 pagine) titolo omaggio al romanzo di Dostoevski, L’idiota.
È il secondo libro che leggo di Dario Ferrari, il primo è stato La ricreazione è finita (ne abbiamo scritto qui) (Sellerio) e quando ho scoperto che era uscito un nuovo romanzo, non ho potuto non comprarlo. In particolar modo, in questo libro vengono affrontati temi molto interessanti: le relazioni familiari, il mondo dell’editoria, la genitorialità, il senso di inadeguatezza e di precarietà degli adulti.
Dario Ferrari si conferma un autore dalla prosa leggera ma sagace, brillante e ricca di ironia.
Il romanzo racconta la storia di Igor Nieri, insoddisfatto traduttore di quarant’anni nato e cresciuto a Viareggio, fidanzato con la scrittrice Marta Grosso, astro nascente della scrittura femminista dopo la pubblicazione nel 2021 dell’opera Il vicolo cieco. La coppia vive a Roma con un gatto chiamato Maestro.
Herr Professor e la famiglia Nieri
Il romanzo però inizia con un evento imprevisto: il padre di Igor, il professore Franco Nieri, soprannominato “Herr Professor” soffre di demenza senile e il figlio è costretto a tornare a Viareggio per prendersi cura del padre malato. “Herr Professor” viene descritto come il classico professore di storia e filosofia: rigido, severo, “austero”; amante di Dostoevski (il suo libro preferito è L’idiota), Spinoza e Gramsci, a poco a poco perde lucidità e smette di comunicare con la sua famiglia.
Immaginate di aver avuto come padre il meno conciliante dei filosofi della Scuola di Francoforte, prima di giudicare se non potevo diventare una persona un po’ più risolta: una persona che pensi a vivere, per esempio, anziché incastrarsi sempre tra le parole.
Igor ha una sorella Ester e un nipote di nome Cosmo. Ester è l’opposto di Igor: una donna vivace, intraprendente, vitale, piena di tatuaggi e che nella vita ha deciso di essere controcorrente. Cosmo, suo figlio di nove anni è un bambino peculiare ed ha un legame molto forte con il nonno. All’inizio per Igor la famiglia appare un luogo da cui scappare, ma piano piano la sua vita muta e a Viareggio, ritrova amicizie, ricostruisce i rapporti con la sorella e si dedica alla cura del genitore anziano.
Dei figli, solo quelli nati
La relazione con Marta però va in crisi: il desiderio inappagato della coppia di avere figli, si scontra con l’ambizione della scrittrice nel far carriera e la rottura definitiva tra i due avviene quando Igor si trasferisce a Viareggio. Nel romanzo vengono descritte le emozioni, le frustrazioni e i sogni di due quasi genitori, attraverso la poesia Scrivere un curriculum della autrice polacca Szymborska.
Un figlio che non nasce non è per definizione, un figlio: è solo il prodotto di proiezioni fantasmiche private, e come tale va trattato. […] E si che gli effetti che aveva prodotto erano stati realissimi. Realissimi i timori, realissima la felicità, realissima la sensazione di inadeguatezza, realissima la certezza di aver preso una decisione sbagliata (pag. 146).
La perdita di un figlio mai nato porta Marta a dedicarsi anima e cuore alla scrittura, al non dialogo tra i due per non ferirsi e all’incapacità di esprimere il dolore per qualcosa che si era sperato ma mai avverato.
Idargo
Il terzo filone narrativo all’interno del romanzo chiamato appunto Idargo è dedicato al ritrovamento di un faldone contenente la storia delle cosiddette “Tre Giornate di Viareggio”, avvenute dal 2 al 4 maggio 1920. Le vicende del presente si alternano, fisicamente, alle pagine battute a macchina, in cui Igor riscrive il romanzo storico composto dal padre che, privato della parola, riesce però a far sentire ancora la sua voce attraverso il figlio.
Ho la sensazione che mio padre si sia voluto vendicare della prematura scomparsa di sua moglie negando al mondo l’apparizione di quel saggio, e la sproporzione tra i due eventi – la morte di mamma e la soppressione di un’opera che nessuno attendeva e che pochissimi avrebbero letto – dovette sembrargli il sigillo della sua correttezza (pag. 250).
Questo intreccio di voci, di memoria collettiva e storica, però, si esaurisce col racconto della morte del padre e del successivo funerale, a sigillare una fase della vita di Igor che però non sembra comunque pronto a tornare a Roma, ma soprattutto non sembra pronto per riprendere il suo lavoro di traduttore.
L’Idiota di famiglia è un romanzo che ci fa riflettere sulle relazioni familiari e sulla cura verso i genitori anziani, ma non solo, il protagonista rispecchia quel senso di inadeguatezza, sfiducia e precarietà che caratterizza la generazione dei Millenials. Il romanzo affronta anche l’instabilità di alcune professioni – come quella del traduttore – dovuta all’avanzata feroce e prepotente dell’AI e dipinge un quadro satirico del mondo dell’editoria italiana sempre più complicato e agguerrito.
Senza perdere la tenerezza
Dario Ferrari racconta con semplicità, ironia e un pizzico di satira le vicende comuni che toccano milioni di italiani: la cura dei genitori anziani, la natalità in decrescita, la precarietà dei giovani, la società che ci spinge all’efficienza e alla performatività.
La cura del genitore anziano e la sua malattia è un tema ostico, crudo, che ferisce, ma lo scrittore riesce ad affrontarlo senza perdere la tenerezza. Toccante è il dialogo tra Igor e la badante di Herr Professor.
“Io vi avverto da ora: arrivo a Natale e poi smetto. Giuliano c’ha quasi ottant’anni, mi porta qui tutti i giorni in macchina da Piano di Conca; non ce la fa più nemmeno lui. E anche voi, Igor, come pensate di vivere? Te non ci devi tornare a Roma dalla tu’ moglie? Ester non deve trovare un po’ di riposo, a un certo punto? Ognuno c’ha la sua, di vita”
“Eh, lo so, ma mica il Professore lo possiamo far sparire”.
“No, ma fossi in voi comincerei a sentire l’Asl se lo prendono in una struttura, ammesso che si trovino senza svenarsi. Tanto per capire non capisce più nulla”.
[…] “Non riesco nemmeno a pensarci, Manola. Per favore” (p. 355).
In conclusione, ritengo che il romanzo di Dario Ferrari sia estremamente godibile, il suo stile è preciso e le sue riflessioni sono sempre sagaci, pungenti e altamente ironiche. Forse, se proprio dobbiamo trovare una critica c’è tanta carne al fuoco e poteva essere leggermente limato, ma in generale questo romanzo è uno specchio di una generazione sgangherata: è libro che è una satira, un romanzo politico e un ritratto familiare.
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