Richard C McNeff alle origini del Satyricon. Con effetti speciali

Un parallelo tra l’edonismo selvaggio della moderna Ibiza – fra ricchi e criminali in cerca di relax e piacere – e la Roma neroniana, tra astrologi, adoratori del sole e fedeli di religioni strane, è il perno di “Mentre siamo ancora vivi”, romanzo che l’inglese Richard C McNeff ha covato per circa quarant’anni. Di mezzo c’è Petronio…

Per una volta le bandelle non mentono, non esagerano, non si lasciano andare. Nel 2024 i lettori italiani avevano scoperto il londinese Richard C McNeff, classe 1953, con un romanzo irresistibile, di culto, Aleister Crowley MI5, che si svolge nell’arco di un solo giorno, l’11 giugno 1936, data dell’apertura di una mostra surrealista a Londra. Il narratore è Victor Neuburg, poeta e discepolo del mago Crowley, e sulla scena salgono Dylan Thomas, Dion Fortune, fra ambienti esoterici e servizi segreti. Roba rara, per quel che racconta e per come è scritta. E adesso la casa editrice Atlantide, che aveva proposto il precedente volume, lancia in prima edizione mondiale un altro titolo di Richard C McNeff, dalla gestazione lunghissima, quarant’anni, e che, ancora, non somiglia a nient’altro di quel che fa capolino nelle librerie. Ha il passo del racconto d’avventura e le preoccupazioni del romanzo di idee; sa essere divertente senza rinunciare a una malinconia antica. Si intitola Mentre siamo ancora vivi (285 pagine, 19,50 euro), è stato tradotto da Alessandra Osti, e concentra, con grazia, due mondi, il presente e un passato vecchio di secoli.

Una tomba romana

Richard C McNeff è nato a Londra, figlio di un attore teatrale che lavorò anche nel cinema e in tv, e di una poetessa e artista di Liverpool. Nel descrivere il proprio lavoro ha sempre parlato di una terra di confine tra fatto e invenzione: ricostruisce figure e epoche reali, poi le anima sul foglio, costruendo intorno ad esse intrecci e possibilità che suonano vere, è la chiave di ogni cosa che ha scritto. Il nuovo romanzo si apre a Ibiza, ai giorni nostri. Marc, giovane filologo classico, scopre per caso una tomba romana: dentro, lo scheletro di una donna e un rotolo che racconta la vita di Marcus Alexander, detto Satyrion, vissuto sotto Nerone. Lì comincia il viaggio in un tempo antico.

Questa è (ed era) Ibiza…

Marcus diventa segretario di Petronio Arbitro, arbiter elegantiarum alla corte neroniana, e lo aiuta a scrivere il libro che diverrà il Satyricon, il cui titolo nasce dal soprannome dell’amico. Da Roma il giovane sale verso Alessandria d’Egitto, poi in Britannia, infine di nuovo a Roma, finché la disgrazia non lo relega a Ebuso, l’isola d’Ibiza, in esilio. L’isola compare qui nella sua doppia natura, quella dell’esilio romano e quella della vita notturna contemporanea: un luogo che prima ospitava chi veniva allontanato dal centro del potere, e che nel accoglie chi cerca di allontanarsi da sé stesso attraverso la musica, le sostanze chimiche, la sospensione delle regole

La droga e una partita a scacchi

Nel presente, intanto, Marc viene iniziato da Petrus, mentore enigmatico, a una sostanza psichedelica sperimentale che rende possibile il viaggio nel tempo. Roma che brucia sotto Nerone e la Ibiza contemporanea non sono due epoche separate da un tunnel, ma due strati della stessa materia, e la droga è solo il pretesto per farli affiorare insieme. Il lettore presto capisce di avere in mano una partita a scacchi dove pedine antiche e moderne occupano caselle corrispondenti, e dove ogni mossa dell’una rimbalza sull’altra. Figura centrale del registro antico è Petronio, non l’ombra affilata dei manuali di latino ma un uomo di carne e acume, capace di dormire il giorno e vivere la notte come ogni residente dell’Ibiza che McNeff frequentò negli anni Ottanta. Fu proprio nell’isola, leggendo che le Baleari erano note ai Romani che l’autore ebbe l’intuizione: l’edonismo selvaggio che aveva intorno – ricchi espatriati, artisti al verde, esuli e criminali tutti in caccia dello stesso prodotto di esportazione, il piacere – trovava il suo doppio nella Roma neroniana, tra astrologi, adoratori del sole e fedeli di religioni strane.

La chiusura del cerchio

La chiusura del cerchio, l’allineamento dei pianeti nella scrittura e nella struttura del libro, si è materializzata dopo decenni e il risultato è a dir poco eccellente, in cui le due epoche narrate si fondono progressivamente, e in cui è naturale chiedersi cosa resta di un uomo dopo duemila anni, se non un nome affidato per caso a un’opera altrui, e cosa significa, per chi lo scopre oggi, riconoscere in quel nome pronunciato tra le rovine di un’isola mediterranea qualcosa che somiglia, pericolosamente, alla propria vita.

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