Undici saggi narrativi eruditi, precisi e lucidi compongono “Falsi amici” di Claudia Durastanti. Il colore rosa, specie nelle varianti più oscure e conflittuali, è il filo conduttore del libro, in cui certe storie sono mascherate da riflessione teorica e viceversa. Dalla letteratura dei “transfughi di classe” alla violenza domestica, dall’amicizia fra uomini e donne alla maternità, ragionamenti più che originali e mai concilianti: niente sconti, da parte dell’autrice, nemmeno a se stessa…
… gli intellettuali si erano semplicemente suicidati rispondendo troppe volte al telefono.
Dovessi pensare a uno dei nomi più lucidi e intelligenti della sua generazione (di intellettuali, aggiungerei, se non fossero morti per le troppe opinioni a comando espresse…) non avrei esitazioni nell’indicare Claudia Durastanti, scrittrice, traduttrice, curatrice dei libri de La Tartaruga, osservatrice acuta del mondo che le gira attorno, dei decenni trascorsi, del futuro che sta arrivando e di tutto quello che sta davanti ai suoi occhi di lettrice. Chi l’ha già letta lo sa, e chi la leggesse per la prima volta farebbe in fretta a scoprire una delle sue qualità migliori: fare scelte, professionali, di scrittura, che nessuno s’aspetterebbe, decidere liberamente di non replicare, di “rischiare” formule nuove, di sperimentare, e lo dichiara subito, nel prologo del suo nuovo titolo, un bestiario, una favola con animali parlanti, che è anche una satira su certe dinamiche del mondo editoriale.
Una Cicogna, stanca di volare nei cieli della fantasia, un giorno decretò che si sarebbe dedicata ai saggi. Il saggio, d’altronde, è il volo libero che non deve render conto a nessuna gabbia narrativa; è l’appagamento che una mente trova in sé stessa dopo essersi posata sul mondo.
La funzione benigna degli errori
Stavolta, dunque, dal cilindro ha tirato fuori un libro di saggistica, che non dimentica la narrativa, con undici capitoli colti, precisi, lucidi nel senso di nitidi e brillanti. Roba che entusiasma perfino chi, come chi scrive, non sopporta i saggi. Si arrampica su sentieri diversi, Claudia Durastanti, l’amore e la violenza, il fascismo e il femminismo e la maternità, con cui ha fatto i conti personalmente, diventando da poco mamma della piccola Nina Rosalia (dev’esserci di mezzo Palermo…). E si arrampica su strade scoscese con passo sicuro, idee nette, riflessioni vigili, conclusioni ineccepibili. Con Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere (188 pagine, 16 euro), pubblicato da La Nave di Teseo, Claudia Durastanti riesce a tenere tutto assieme, anche argomenti all’apparenza distanti (Cesare Pavese, un dipinto di Piero della Francesca, Nick Cave, un paio di scarpe appartenute ad Amy Winehouse, Vincenzo Consolo), con sfacciata naturalezza e un’erudizione esibita con la facilità con cui si respira. E, ancora, con l’idea che anche l’errore, il fraintendimento, l’abbaglio abbiano comunque una funzione formativa. Come i “falsi amici” – i termini che, pur avendo un suono simile in due lingue diverse, custodiscono significati opposti e finiscono per trarre in inganno chi passa da un idioma all’altro – in cui si è imbattuta lei, lucana d’America, nella sua formazione bilingue, tra l’italiano e l’inglese.
… i falsi amici, da reietti nel mondo della traduzione, da errori di superficialità e incompetenza, possono essere invece delle spie benigne…
Maneggiare con cura la prima persona
Rosa Tiepolo a parte – ci aveva pensato già Calasso – tutte le altre innumerevoli sfumature, specie quelle più oscure e conflittuali, del rosa sono una chiave per guardarsi attorno, un elemento indicatore, rivelatore, un filo conduttore del libro, in cui certi racconti sono mascherati da riflessione teorica e viceversa, in una continua oscillazione tra i due registri. L’io in prima persona attraversa tutti gli undici testi, dalla maternità alla violenza domestica, dal femminismo alla letteratura, ma viene osservato senza sconti dalla stessa Claudia Durastanti, con un certo sospetto critico: scrivere in prima persona, ammette, è un gesto facile e oggi molto popolare, e proprio per questo va maneggiato con cautela, evitando di trasformare l’esperienza individuale in un espediente interpretativo buono per ogni contesto. Non la sola cautela.
… spero più di non usare la parola patriarcato senza congnizione di causa e di invocarla solo quando serve. Mi terrorizza l’uso indiscriminato del linguaggio per segnarsi un punto a favore, prendere la scorciatoia emotiva e contribuire all’opacizzazione del significato.
Impossibile oggi raccontare ascese sociali
Il rosa, dicevamo, declinato nelle sue variazioni – quello sporco dei muri di una casa povera, quello degli alberghi della Costa Azzurra in Fitzgerald, quello delle tele di Ettore Spalletti, quello delle scarpette da danza smesse, quello della pelle dei maiali macellati in campagna. Durastanti usa il colore – individuando cariche inquietanti nella sua apparente arrendevolezza – come un grimaldello per aprire ricordi distanti tra loro: la povertà dell’infanzia in Basilicata (e il rischio che diventi un’eredità retorica, priva di impegno politico), la scoperta dell’arte contemporanea, la lettura di un romanzo americano tradotto da Fernanda Pivano diventano tutte sfumature dello stesso pigmento. È un dispositivo elegante, capace di reggere per un intero libro senza sembrare un vezzo. Dai ricordi di figlia della working class – il rosa delle cotiche mangiate – nasce una riflessione più ampia sulla letteratura dei “transfughi di classe” (Ernaux, Eribon, Louis, Vuong), genere che ha permesso a molti di raccontare la propria ascesa sociale ma che oggi appare superato, perché le condizioni storiche di mobilità sociale del dopoguerra si sono esaurite: circa vent’anni fa si è interrotto il processo di stabilizzazione del reddito che nel secondo dopoguerra aveva permesso, attraverso le politiche di welfare, l’ascesa sociale anche a chi partiva da condizioni svantaggiate. Ed è abbastanza naturale anche interrogarsi sulla sostenibilità economica della vita letteraria, e concludere, come fa Claudia Durastanti, che l’autofiction sia diventata un genere “economico” da produrre rispetto al romanzo, che richiede investimenti a fondo perduto.
Vita, letteratura, mestieri
Alcuni capitoli funzionano come critica culturale applicata alla propria vita, oltre che alla letteratura, quando per esempio Cladia Durastanti scrive di violenza domestica, raccontando alcuni episodi con il padre come protagonista, o scrivendo di Beverly Marsh, la protagonista femminile di It che sposa un uomo violento dopo essere cresciuta con un padre che lo era altrettanto, diventa l’occasione per interrogarsi su come sia cambiata, tra gli anni Ottanta e oggi, l’idea stessa di amicizia tra uomini e donne. E non mancano storie e pensieri che rimandano alle traduzioni (l’invecchiamento di un mestiere, la sostituibilità delle competenze, l’ossessione contemporanea per l’intelligenza artificiale applicata alla parola scritta) e alle curatele editoriali, gli altri mestieri di Claudia Durastanti.
Il bizzarro universi del fascio-romance
Una delle idee più interessanti è la designazione di una tendenza di successo fra i lettori, il “fascio-romance”: l’Italia guidata dalla prima premier donna della storia repubblicana sta vivendo un’overdose di immaginario fascista, una fascinazione per un “mondo antico” con ruoli di genere rigidi, tanto nella narrativa quanto nella cronaca; Claudia Durastanti prova a capire come la nostalgia di regime sia diventata, quasi senza che nessuno se ne accorgesse, un genere editoriale. L’autrice analizza il fenomeno, che lei stessa ha battezzato “fascio-romance”, un «bizzarro universo» di grande successo commerciale (Giannone, Palminteri, Salvioni, Verna), di storie, diverse per «finezza letteraria», con uno stesso background, con protagoniste femminili e ambientate nel fascismo; sono storie che rielaborano suggestioni di Morante, Scurati, Ferrante, Viganò e Malaparte, spesso costruite su schemi ripetitivi di trasformazione pedagogica. I personaggi femminili sono sempre “porta-valori”, senza spazio per ambiguità…
Rispetto ad alcuni dei bestseller fascio-romance, leggere Nessuno torna indietro di Alba de Céspedes è quasi come prendere l’LSD: la crescita politica e sentimentale di de Céspedes nel 1938 appare davvero libera, meno ossessionata dal dimostrare in cosa consista l’ethos di una nazione e l’archetipo femminile che le appartiene.
Seguici su Substack, Bluesky, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

