Il primo romanzo di Mario Tobino, “Il figlio del farmacista”, si nutre di speranze e di inquietudini, e percorre il cammino (autobiografico) che condurrà un giovane a diventare medico in un manicomio. Non abbellisce la vita, ma cerca e trova qualcosa che merita di essere salvato…
Il figlio del farmacista (96 pagine, 16 euro), edito da Vallecchi, è un racconto di vita che, pagina dopo pagina, si trasforma in poesia. Primo romanzo di Mario Tobino, è un libro in cui si percepiscono le inquietudini e le speranze del giovane scrittore, i suoi amori, le sue disillusioni, le passioni e quel desiderio, già così forte, di guardare la realtà fino a trovarvi qualcosa che vada oltre la realtà stessa. Il figlio del farmacista è un giovane che, come tutti, coltiva dei desideri e cerca la propria strada nel mondo, attraversando le difficoltà e le angosce della giovinezza. Ma in lui c’è anche il bisogno di trasformare ciò che vive in qualcosa che possa rimanere: i dolori, le gioie, le passioni e le inquietudini diventano materia di poesia. Il romanzo procede così per ricordi, fantasie, immagini, senza seguire sempre un ordine preciso. Un ricordo richiama una sensazione, una sensazione un’immagine, e un’immagine può riportare improvvisamente a un
tempo lontano. È come se Tobino non volesse ricostruire la propria giovinezza, ma lasciarla riaffiorare così come riaffiorano i ricordi.
Ricordare non è solo tornare indietro
Il protagonista non ha mai un nome: è sempre e soltanto «il figlio del farmacista». E forse è proprio in questo nome mancato che si trova una delle chiavi più interessanti del libro. Essere «il figlio» significa appartenere a qualcuno, essere legato a un padre che in queste pagine viene ricordato con un affetto profondo, quasi commosso. Ma significa anche appartenere a un luogo, a una casa, a un paese, alla farmacia del padre e a tutto ciò che quella farmacia rappresenta: un mondo intero, ormai lontano. «Il figlio del farmacista» diventa così un nome che contiene una persona, un luogo e un tempo. Un nome che, più di ogni altro, appartiene alla memoria. E Tobino sembra sapere che ricordare non significa semplicemente tornare indietro. La memoria, quando riaffiora, mescola ciò che è stato con ciò che ancora vive dentro di noi. Ha qualcosa di proustiano: basta un’immagine, una sensazione, un dettaglio minuscolo perché improvvisamente si spalanchi uno spazio immenso. Ed è forse proprio qui che nasce la poesia di questo libro, nella capacità di fermarsi davanti alle cose più piccole e sentirvi dentro qualcosa di sconfinato. Tobino guarda il mondo e, per un istante, sembra perdere i suoi confini: «e quasi gli sembrò di smarrire la mente per il tanto spazio che si sentiva nell’anima».
Una prosa poetica
Il romanzo è scritto in prosa, ma ha qualcosa della poesia. Non soltanto per le ripetizioni, le inversioni, le immagini e le figure che continuamente affiorano, ma per il modo in cui riesce a racchiudere il tempo. In poche pagine passano anni: la giovinezza, gli anni dell’università, qualche improvviso ritorno all’infanzia, fino alla vita adulta e al lavoro come medico in manicomio. Il tempo non viene
raccontato come una successione ordinata di avvenimenti; si deposita, piuttosto, nelle immagini e nelle esperienze che il protagonista porta con sé. Il poeta, per Tobino, è colui che osserva ma che, soprattutto, vuole comprendere ciò che vede e ciò che vive, lasciare che le cose entrino dentro di lui. «Ogni cosa può essere fatta carne» dal poeta. Il mondo diventa così esperienza interiore e, una volta attraversato, ritorna trasformato attraverso la parola. «Tutti sono in lui». Scrivere significa allora non lasciare che ciò che abbiamo vissuto rimanga soltanto qualcosa che è passato, ma permettergli di continuare a vivere in una forma diversa.
Togliere il superfluo
Forse è proprio qui che si trova l’idea di poesia di Tobino: «l’idea raschiata dalla morchia e fatta limpidamente umana era poesia». La morchia è lo sporco che, con il tempo, si deposita sull’olio e sulle pareti dei contenitori che lo hanno conservato, una materia scura e densa, che si accumula lentamente e che deve essere raschiata via. Tobino porta questa immagine dentro la poesia. Anche un’idea può ricoprirsi, con il tempo, di qualcosa che la rende confusa e pesante. Bisogna allora raschiare via ciò che la nasconde, togliere il superfluo, fino a riportarla alla sua forma più autentica e «limpidamente umana». Ed è proprio questo che Tobino fa nel romanzo. Non abbellisce la vita, ma la guarda fino a trovare, dentro ciò che è stato, qualcosa che merita di essere salvato. Un ricordo, un incontro, una passione, un dolore, persino un’immagine apparentemente insignificante: tutto può diventare poesia quando, liberato dalla morchia, rivela ciò che di vero conteneva. Alla fine, rimane un attimo, un attimo vero.
Seguici su Substack, Bluesky, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

