Un romanzo sardo fino al midollo con una struttura e una potenza da tragedia greca. È “Albergo Savoia” di Simone Azzu, che mette al centro della scena una città divisa dal corso principale e da un abisso sociale. Fra protagonisti tormentate e donne sottomesse, c’è un coro che osserva e giudica, l’intera comunità…
Nel cuore della Sardegna, da oltre trent’anni, prospera la casa editrice Il Maestrale, voce indipendente e libera che non manda debuttanti allo sbaraglio, ma li coltiva, ne tempera languori e furie, indica loro la via, per oltrepassare il mare e fare faville anche in continente. Prova ne è un catalogo che, oltre alla presenza di classici inossidabili dell’isola, a cominciare da Grazia Deledda, è popolato di nomi belli e importanti, lanciati, consolidati o ripescati, da Sergio Atzeni a Giulio Angioni, da Salvatore Niffoi a Flavio Soriga, da Marcello Fois a Giorgio Todde. A questa schiera di scrittori notevoli potrebbe, alla distanza, aggiungersi l’ultimo esordiente della serie, un insegnante di lettere, drammaturgo e regista, nato a Sassari, Simone Azzu.
Due centri di aggregazione
L’opera prima di Simone Azzu è Albergo Savoia (373 pagine, 20 euro): un romanzo sardo, nel senso migliore del termine, sardo fino al midollo, che guarda a cotanta tradizione ma prova anche a percorrere strade proprie. La struttura replica la tragedia greca – prologo, parodo, esodo – e il coro è la città stessa, una voce polifonica che accompagna il lettore. Una cartina apre il libro e un’altra, quasi identica, lo chiude: due mondi separati da pochi metri di strada e da un abisso sociale, così è divisa la città senza nome, nei pressi nel mare, divisa da un corso principale e con due punti di aggregazione, quello dei professionisti e dei benestanti è l’Albergo Savoia, nei vicoli c’è il Bar Delfino, destinato a poveri cristi, gente che sogna e spesso perde…
Tormenti ed errori
Eppure le due sponde si toccano, nella suite dell’albergo, dove Gianni e Maria si amano nascondendosi: lui, tormentato dal desiderio di un erede, lei cerca nell’amore una fuga, la ricchezza e la povertà che si mischiano perché la fragilità umana non conosce confini di classe. Attorno a loro ruotano Dino, che perde il lavoro con la chiusura degli stabilimenti di Fiume Pio, Giulia, cerca di scappare dalla provincia, Vittorio, imprigionato in un’esistenza che non sa cambiare. E c’è Fais, la cui debolezza sfocia nella violenza. Poi c’è la comunità, che osserva, giudica, ricorda, soffoca ogni slancio e riporta ciascuno nel ruolo che gli ha cucito addosso. Alle donne, mogli e amanti, non spetta decidere: pensano, soffrono, si caricano del peso di tutti, ma restano collaterali alla vita dell’uomo.
La lingua e il teatro
Come in ogni opera letteraria che si rispetti, oltre la storia c’è di più. Ed è la lingua il vero motore del romanzo: a macchia di leopardo, fra registri alti e bassi che seguono la geografia sociale, una lingua ora cruda, ora delicata, ora raffinata. È grazie a questa scrittura e alla scelta di una narrativa che si mescola al teatro, che Simone Azzu riesce, con eleganza e con profondità, a dar conto, attraverso vicende apparentemente minime a render conto dell’universale, di una psicologia dell’insularità tra attesa, partenza e attaccamento ai luoghi. È una Sardegna sopraffatta e colonizzata, quella che emerge dalle pagine di Albergo Savoia, una terra omologata, ma non al punto da sotterrare il divario di potere e la necessità di una lotta di classe.
Seguici su Substack, Bluesky, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

