Maria Attanasio, l’eterna lotta fra la rivoluzione e i privilegi

Non un romanzo storico destinato al consumo rapido ma un meccanismo narrativo che – fra massoneria, libri proibiti e delitti – si fa parabola tra chi immagina un ordine sociale diverso e chi vuole mantenere quello esistente. Protagonisti un barone, un aguzzino della Compagnia di Gesù (e anche Cagliostro). Per scrivere il romanzo “La Rosa Inversa” Maria Attanasio ha condotto ricerche d’archivio e messo in moto immaginazione, affidandosi a una prosa densa e poetica. Un libro che resterà 

Ha impiegato tempo per imporsi, molto più di colleghi con meno strumenti, meno rigore, meno carisma. Maria Attanasio, però, alla fine s’è imposta con la forza della sua passione per la letteratura, per la scrittura rigorosa, per la stesura di libri incantevoli e profondi, senza gli affanni di scadenze e aspettative. Pur non avendo nulla da dimostrare ancora, quella che probabilmente è la scrittrice siciliana più brava in circolazione, ha dato ancora prova di un valore raro, di una finezza letteraria lontana dai fenomeni usa e getta, scrivendo un altro libro che resterà.

Una biblioteca clandestina

In un palazzo nobiliare di Calacte, nome che nasconde appena Caltagirone, all’inizio del Novecento un uomo varca una porta rimasta chiusa per decenni. È un erudito ex professore di liceo, Giacomo Flerez, e il vano segreto in cui si imbatte nasconde un piccolo tesoro, una biblioteca clandestina con i testi che l’Europa cattolica aveva messo al bando, ci sono libri di Voltaire e Diderot, di Montesquieu e d’Alembert, oltre a riferimenti alla massoneria, roba sopravvissuta a secoli di censura. Poi c’è anche un manoscritto autobiografico firmato dal barone Ruggero Henares, l’antico signore di quelle stanze. Attorno a quel testo – sì, proprio l’ennesimo espediente del manoscritto ritrovato – Maria Attanasio, «una Yourcenar siciliana» come l’ha definita Nadia Terranova, costruisce la sua più recente opera, La Rosa Inversa (392 pagine, 17 euro), pubblicata dalla casa editrice Sellerio. Come avvenuto in passato con altri suoi testi, anche in questo caso la scintilla e la suggestione per mettersi all’opera hanno a che fare con ricerche e ritrovamenti di frammenti d’archivio, poi rielaborati verosimilmente, con la forza dell’immaginazione. Era accaduto con Francisca, la contadina travestitasi da uomo per continuare il lavoro del marito e finita sotto il tribunale dell’Inquisizione in Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, romanzo d’esordio del 1993. Ed era accaduto anche, per limitarci a un paio d’esempi, con Paolo Ciulla, il falsario caltagironese che ingannò il potere diventando una sorta di Robin Hood siciliano, protagonista de Il falsario di Caltagirone del 2007.

Un gesuita per nemico e una donna che ammalia

Nato a metà Settecento, educato nel collegio dei Gesuiti dove padre Crisafulli lo umilia, Ruggero Henares stringerà amicizia con un compagno, Giuseppe Balsamo, il futuro Cagliostro. I due vengono banditi, e quando nel 1767 viene disposta l’espulsione dei Gesuiti dalla Sicilia, sarà Henares a eseguire il provvedimento a Calacte, mandando in esilio il gesuita che lo aveva tormentato. Sotto la superficie dell’avventura settecentesca, fatta di logge (una la fonda proprio Ruggero Henares, la Rosa Inversa, dove si discute di uguaglianza e libertà), libri proibiti, delitti esemplari, fughe e travestimenti, si mette in scena una parabola sulla libertà di pensiero, e una battaglia tra chi immagina un ordine sociale diverso e chi difende con ogni mezzo i propri privilegi acquisiti. Fra tanti eventi storici verificabili (dalla messa al bando della Compagnia di Gesù al processo e alla condanna di Cagliostro) ci sono anche vicende private, come la relazione di Henares con Amalia, artista dai costumi liberi, personaggio a tutto tondo che ammalia.

Una partitura senza scorciatoie

La prosa è densa, musicale, stratificata: alterna precisione documentaria e aperture liriche; in un mercato incline a linguaggi piatti e trame prevedibili, Maria Attanasio chiede al lettore un orecchio allenato, restituendogli un piacere raro, quello di una prosa che non ha paura della propria intelligenza. Magari non è una scrittura per tutti, non tutti i lettori la troveranno agevole, assieme all’andamento complessivo non lineare, a capitoli fitti di nomi, date e rimandi eruditi, a una struttura organizzata come una partitura, ma quello di Maria Attanasio è un romanzo che trova la sua sostanza rifiutando la scorciatoia del romanzo storico levigato per il consumo rapido. E facendo davvero pensare, ancora una volta, a Leonardo Sciascia.

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