Antoine Blondin, arguzia e comicità per raccontare una deriva

Il rapporto con il tempo tiene insieme una materia narrativa apparentemente dispersa in “Monsieur Jadis”, ultimo romanzo dello scrittore francese Antoine Blondin. Romanzo e autobiografia, il volume sovrappone vita e invenzione, tra episodi, incontri, ricordi e improvvise deviazioni: un congedo dall’audacia e dalla leggerezza della giovinezza, un racconto non cupo di fallimenti…

C’è un uomo vicino ai cinquant’anni in un commissariato di Parigi e c’è un ragazzo che è riuscito a sfuggire alla polizia. Siamo nel VI arrondissement, tra rue Mazarine e Saint-Germain-des-Prés, nella primavera del 1968. Poco prima, durante una retata, il giovane che camminava alle sue spalle si è messo a correre alla vista degli agenti, mentre lui è rimasto lì ed è finito in commissariato. Adesso aspetta che il ragazzo venga ripreso, convinto di avere riconosciuto in quella fuga qualcosa che gli appartiene, quasi una versione di sé rimasta indietro nel tempo. È da questo incontro mancato che prende avvio Monsieur Jadis (o La scuola serale) (185 pagine, 18 euro) di Antoine Blondin, quinto e ultimo romanzo dello scrittore francese, pubblicato nel 1970 e proposto in Italia da Medhelan, nella traduzione di Michele Zaffarano, con la prefazione di Massimo Raffaeli. Jadis, in francese, significa “una volta”, “un tempo”. E dietro quel nome si nasconde Antoine Blondin, parigino, classe 1922, scrittore e giornalista, firma de L’Équipe, conosciuto anche per i suoi reportage sul Tour de France e vicino a quel gruppo di autori che negli anni Cinquanta venne raccolto sotto il nome degli “Ussari”.

La madre e il giovane che è stato

Monsieur Jadis è un libro difficilmente classificabile, romanzo e autobiografia insieme, nel quale vita e invenzione finiscono continuamente per sovrapporsi. «Per molto tempo, ho pensato di chiamarmi Blondin, ma il mio nome vero è Jadis», si legge nelle prime pagine. Blondin prende la propria biografia, la affida a un altro nome trasformandola in materia narrativa. Nella densa prefazione che apre la nuova edizione, Massimo Raffaeli parla di un romanzo «esplicitamente autobiografico e ai limiti dell’autofiction» e individua proprio nel nome del protagonista la chiave di quella prospettiva retrospettiva attraverso cui il romanzo guarda al passato. Ma chi è Jadis, alter ego e rappresentazione di Blondin nel romanzo? «Vado per i cinquanta, e non porto la cravatta. Sono rimasto magro e scarno, e anche la mia opera lo è», dice di sé. La sua Parigi si è progressivamente ristretta: «Il mio universo si riduce a duecento metri quadri d’asfalto, una piantagione di bar tabacchi». Continua ad abitare le rovine di un appartamento sul quai Voltaire dove ha conosciuto, tra i genitori e gli amici, una «felicità di natura barocca». Molti di loro non ci sono più, alcuni morti di vecchiaia, altri troppo giovani, tanto da lasciargli la sensazione di «sopravvivere a dei bambini». Resta invece la madre, presenza ricorrente e rifugio al quale Jadis ritorna quando le cose vanno male, come quando Odile lo mette alla porta. È una delle figure che continuano a legarlo alla vita precedente, mentre lui stesso si guarda allo specchio come se il corpo invecchiato fosse soltanto un travestimento: dietro i segni dell’età continua a riconoscere il giovane che è stato.

Espedienti e avventure sgangherate

Più che seguire una trama lineare, Monsieur Jadis procede per episodi, incontri, ricordi e improvvise deviazioni. Raffaeli ne definisce la struttura «schidionata», riprendendo un’espressione di Viktor Šklovskij: una sorta di trama-spiedo sulla quale vengono infilati avvenimenti che potrebbero quasi vivere autonomamente. E in effetti Jadis vive di avventure sgangherate e continui espedienti: le notti nei locali di Saint-Germain-des-Prés, l’alcol, i debiti, le risse, gli arresti e i passaggi in commissariato, un’incursione notturna al ministero dei Lavori pubblici, Madrid e i Paesi Baschi, fino a una trasferta a Londra organizzata per assistere alla partita di rugby tra Inghilterra e Francia a Twickenham. Episodi che Blondin ricompone senza cercare di trasformare la propria vita in qualcosa di ordinato. Raffaeli parla, non a caso, di «una personale discesa agli inferi», affrontata dal protagonista con «un misto di autentico stupore e di irresponsabile autoindulgenza».

Amici e figlie

Dentro questa vita disordinata un posto centrale è occupato dagli amici: Marcel Aymé, che fu per Blondin un maestro, Albert Vidalie e soprattutto Roger Nimier, scrittore, compagno di avventure e interlocutore intellettuale, morto nel settembre del 1962 in un incidente automobilistico. Con Nimier Jadis condivide anche la trasferta inglese. Partono per assistere a Inghilterra-Francia, ma invece di entrare allo stadio finiscono per seguire la partita alla televisione nel retrobottega di un pub nei pressi di Twickenham. Dopo il fischio finale restano a bere, una discussione si trasforma in rissa e i due finiscono in un commissariato inglese. Anche una partita di rugby diventa così una delle tante deviazioni di una vita nella quale il programma iniziale sembra contare sempre meno di quello che accade lungo la strada. Ma l’amicizia con Nimier emerge ancora meglio in una scena più privata. È Natale e Jadis deve incontrare le due figlie nell’appartamento che i Nimier gli hanno lasciato per la sera. Jadis le aspetta, ma le figlie non arrivano e alla fine si addormenta. Quando si risveglia, trova sullo zerbino soltanto il loro regalo, un paio di calzini spaiati fatti a mano.

Donne e alcol

Le donne occupano un altro pezzo importante di questo mondo. C’è Popo, compagna di bevute e presenza eccentrica. E c’è Odile, figura tutt’altro che marginale, con cui Jadis vive una relazione fatta di rotture e riconciliazioni. Durante il viaggio verso i Paesi Baschi e poi in Spagna il rapporto trova una tregua. Da San Sebastián arrivano a Madrid, poi Toledo, Alcalá, Aranjuez e l’Escorial. Lontani da Parigi e dalle abitudini che regolano il loro rapporto, riescono per qualche tempo a condividere una quotidianità quasi coniugale. Il viaggio sembra sottrarli alle rispettive inquietudini e permette loro, almeno temporaneamente, di ritrovarsi. È proprio questa difficoltà a restare dentro le cose a tornare continuamente nel romanzo: negli amori, nella famiglia, nel lavoro, perfino nella scrittura. E naturalmente nell’alcol, presenza costante che scandisce giornate e notti, incontri e arresti, amicizie e disavventure.

Arte e morte

Monsieur Jadis non diventa però il racconto cupo di una deriva. Antoine Blondin racconta anche i propri fallimenti attraverso il comico e soprattutto attraverso una lingua raffinatissima, arguta, elegante anche quando la materia è una sbronza, una rissa o una notte trascorsa in cella. Accade anche quando il discorso cade sulla creazione artistica. In un bar Jadis e gli amici parlano dello scultore Dieulefils, impegnato da tempo in un’opera che sembra non riuscire a concludere. La conversazione finisce per spostarsi sul rapporto tra l’artista e ciò che crea, fino alla battuta di Albert Vidalie: «Che alibi meraviglioso, la creazione artistica, con i suoi scrupoli, i suoi capricci, le sue intermittenze!». Si può continuare a rimandare, suggerisce, finché all’improvviso arriva «la morte che passa a ritirare i compiti». Anche qui Antoine Blondin riesce a parlare della morte passando per una battuta, senza togliere peso né all’una né all’altra.

Il passato non sia solo rimpianto

Ed è proprio il rapporto con il tempo a tenere insieme una materia narrativa apparentemente dispersa. Gli amici morti, gli amori, le notti, le figlie, la madre, i bar, il giornalismo e la letteratura appartengono a un mondo che Jadis continua a frequentare mentre avverte che una parte di esso è ormai trascorsa. Per questo il ragazzo delle prime pagine assume un significato particolare. Jadis vede in lui «una luce segreta in cui mi sono voluto riconoscere» e arriva a considerarlo «quasi una delega di me stesso». Se non dovesse incontrarlo nuovamente, promette di cantare «un inno d’addio all’audacia, alla leggerezza, a tutto quello che non si recupera mai». Subito dopo, però, comprende che, se vuole accogliere quel ragazzo, dovrà farlo usando la memoria, «meglio però senza troppe malinconie». È forse questo il movimento che meglio tiene insieme Monsieur Jadis: tornare a ciò che è stato senza trasformarlo soltanto in rimpianto. Antoine Blondin lo fa attraverso un alter ego che è anche un travestimento e costruendo, pagina dopo pagina, un congedo dall’audacia e dalla leggerezza della giovinezza, da tutto quello che il tempo non permette di recuperare.

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