Sara Ahmed, se denunciare molestie e razzismo è un problema

Stare al mondo contestando il potere, al di là del genere e dell’appartenenza. È la prospettiva femminista di “Non diciamo no da sole”, saggio di Sara Ahmed. Una lettura impegnativa che chiarisce perché il costo di denunciare molestie, ingiurie o provocazioni supera spesso quello del silenzio, mettendo a nudo certi meccanismi interni a istituzioni che trasformano chi segnala un’ingiustizia nel problema stesso…

Che vuol dire essere femminista? È una domanda inevitabile su cui meditare se si legge l’ultimo saggio di Sara Ahmed, Non diciamo no da sole. Arte e attivismo di denuncia (22 euro, 403 pagine), pubblicato dalla casa editrice Fandango nella traduzione di feminoska e revisione di Michela Baldo.

Nella visione di Ahmed, essere femminista significa praticare una forma di attenzione politica al mondo, un modo di percepire, nominare e contestare le strutture di potere che dispensano disagio e privilegio in modo diseguale. Essere femminista, in questo senso, non è una questione di identità (“sono una donna, quindi sono femminista”) né di appartenenza (“frequento certi ambienti, quindi lo sono”), ma piuttosto un modo di stare nel mondo che si misura dai suoi effetti, non dalle mere dichiarazioni.

Il personale è politico

Il punto di partenza è l’idea che il personale sia politico. Sara Ahmed seziona l’atto del “denunciare” a partire dalla propria esperienza di dimissioni, cogliendo con precisione chirurgica la tesi secondo cui reclamare non è mai un gesto individuale, ma uno scontro collettivo contro l’ostilità istituzionale.

Per quanto il peso dell’autrice sia reale, non siamo dinanzi ad un memoir in quanto l’esperienza personale funge da punto di accesso a un’analisi sistematica.

Ahmed è stata professoressa di Race and Cultural Studies alla Goldsmiths, University of London, e si è dimessa alla fine del 2016 proprio in seguito alla gestione inadeguata delle denunce di molestie sessuali da parte dell’ateneo.

Anatomia della denuncia

Non diciamo no da sole non è un manuale su come presentare una denuncia efficace, ma una sorta di etnografia istituzionale che smonta la denuncia come dispositivo di potere, rivelando come le istituzioni trasformino chi segnala un’ingiustizia nel problema stesso.

La base di questo libro non è teorica ma testimoniale. Ahmed ha condotto un’indagine durata anni, raccogliendo interviste con quaranta tra studentз, accademicз, ricercatorз e amministrativз coinvoltз in procedure formali di denuncia — incluse dieci persone che hanno ritirato il reclamo — oltre a diciotto dichiarazioni scritte e conversazioni informali via email o telefono. Il materiale emerge da università britanniche e statunitensi, ma le dinamiche che descrive non conoscono confini settoriali: chiunque abbia lavorato in un’organizzazione gerarchica riconoscerà i meccanismi che Ahmed mette a nudo.

Orecchie femministe

Quando una persona segnala razzismo sul lavoro o molestie sessuali in ambito universitario, l’istituzione trasforma la segnalazione nel “problema stesso”. Chi reclama viene isolato, etichettato, riscritto come “elemento di disturbo”, “esagerato”, “cronicamente lamentoso” — mentre l’ingiustizia originaria resta sempre lì, senza essere di fatto eliminata,

Il libro propone di ascoltare tali denunce con quelle che vengono definite “orecchie femministe”, ovvero una sintonizzazione sulla durezza delle parole, su come suonano e a chi puntano, tenendo a debita distanza un atteggiamento passivo di ascolto per abbracciare un metodo che si ponga l’obiettivo di ascoltare non per verificare se una denuncia è “vera”, ma per chiedersi quali condizioni strutturali la rendono necessaria.

La guastafeste: un’identità che si assume per necessità

Ahmed ha reso celebre la figura della “femminista guastafeste”, un’espressione che nasce da uno stereotipo antifemminista: le femministe parlano di sessismo solo perché sono infelici, perché vogliono rovinare la felicità degli altri. Ahmed l’ha rivendicata: «Se parlare di sessismo, razzismo, omofobia e transfobia ti rende infelice, allora è giusto che tu lo sia».

Il punto non è la volontà di rovinare. È che nominare un problema trasforma nel problema. Quando si dice che qualcosa non va, l’attenzione si sposta su di te: sei tu a creare tensione. La guastafeste è disposta a diventare il problema se è ciò che serve per iniziare ad affrontarlo, non perché le piaccia il conflitto, ma perché il conflitto è già lì e fingere che non ci sia è la vera violenza.

Seguire la vita istituzionale di una denuncia

Il saggio è organizzato in quattro parti che tracciano il percorso di una denuncia all’interno di una istituzione: come nasce, come viene processata, come viene fermata.

Nella prima parte Ahmed analizza il linguaggio, le policy e le procedure che dovrebbero regolare la denuncia. La sua tesi centrale è che queste procedure sono solo atti linguistici istituzionali che non corrispondono a ciò che nominano. Un cenno del capo, una promessa di “verifica”, un comitato che si riunisce: la denuncia viene incanalata in un percorso procedurale che la trasforma in pratica burocratica, mentre chi l’ha presentata diventa “il problema”.

Nella seconda parte, l’autrice affronta il concetto di “immanenza” della denuncia, descrivendo come quest’ultima finisca per consumare chi la presenta. L’analogia con il coming out è particolarmente efficace: la denuncia non si fa una volta sola, perché bisogna ripeterla, spiegarla, giustificarla a interlocutori diversi. La denuncia implica sempre un costo, che venga presentata o meno.

La metafora delle porte attraversa la terza parte del libro. Chi ha il potere di aprire? Chi di chiudere? Per chi sono progettate le porte e per chi vengono sbarrate? Ahmed esamina come il potere si riproduca attraverso gesti apparentemente neutri: la “collegialità” usata come arma per fermare le denunce, la volontà di “riconciliazione” imposta a chi ha subito un torto, la promessa di carriera come ricatto implicito.

La frase che meglio sintetizza questa sezione: “il potere funziona rendendo difficile contestare come funziona il potere”.

Nella quarta parte relativa alle conclusioni, Ahmed rifiuta di offrire una lista di raccomandazioni pratiche, ma evidenzia che la denuncia deve necessariamente essere trasformata in pratica collettiva. Se il costo della denuncia individuale è insostenibile, la soluzione non è rendere la denuncia individuale più “efficace”, ma trasformarla in atto collettivo.

Poesia e precisione

La prosa di Ahmed è a tratti accademica, ma con un ritmo lirico e riflessivo. Le frasi si ripetono, si trasformano, tornano, rendendo la scrittura non puramente decorativa, ma performativa perché riesce a riprodurre sulla pagina il movimento circolare della denuncia che non avanza mai in linea retta.

Tale scrittura accademica fa di questo libro una lettura impegnativa; alcune parti, inoltre, alternano continuamente argomentazione teorica e narrazione personale.

Un libro che si rivolge a chi vuole capire perché il costo di denunciare supera spesso quello del silenzio, e perché questa sproporzione non è un fallimento personale ma un meccanismo che va esclusivamente addebitato alle istituzioni e al loro farraginoso meccanismo di funzionamento; a chi cerca una mappa per orientarsi nel labirinto delle procedure, non una scorciatoia per uscirne.

Un libro che dà i giusti strumenti per riconoscere la propria esperienza come politica.

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