Una novella che segna una svolta nella letteratura yiddish: è “Sulle rive del Mar Nero” di Israel Singer, campione di epos maestoso e disincantato. Lasciato lo shtetl d’origine, un diciottenne approda a Odessa e sogna di imbarcarsi per raggiungere la Terra Promessa. Irrompe però la Grande Guerra… Nuova puntata per la nostra rubrica Area 22, dedicata alla letteratura e alla cultura ebraica (qui tutte le puntate)
A volte, in una giornata storta, bastano poche pagina di una storia dei grandi autori della letteratura yiddish, per riconciliarci con il mondo. C’è da fidarsi a occhi chiusi davanti a Sulle rive del Mar Nero (112 pagine, 12 euro), breve e folgorante opera di Israel Joshua Singer, proposta da Adelphi nella traduzione di Anna Linda Callow. La sostanza narrativa purissima di questa novella? Lo scarto profondo tra il desiderio spirituale di una patria lontana e la crudezza dei confini materiali che la storia traccia sui corpi degli individui.
Il porto e il cuore a Est
Pubblicata originariamente a Vilnius nel 1925, in una più ampia raccolta di racconti, quest’opera segna un momento di svolta fondamentale nella modernità yiddish. Protagonista della vicenda è Pinkhas Fradkin, un diciottenne indigente che si è lasciato alle spalle lo shtetl d’origine per approdare a Odessa. La grande città portuale non gli offre che un’esistenza precaria, fatta di lezioni private d’ebraico e di vagabondaggi lungo i moli. Proprio in quel porto risiede la sola ragione della sua permanenza: il viavai delle navi dirette in Turchia, in Grecia e in Romania alimenta il miraggio del riscatto. Pinkhas contempla il mare con il cuore rivolto a Oriente. L’idea di imbarcarsi verso Istanbul per raggiungere la Terra Promessa non rappresenta soltanto una fuga dalla miseria quotidiana, bensì il tentativo di dare una forma al proprio destino.
L’utopia frantumata
Il disegno di accumulare il denaro necessario per la traversata viene azzerato dallo scoppio della prima guerra mondiale, a cui farà seguito il turbine sanguinoso della Rivoluzione russa e della guerra civile. L’utopia geografica ed esistenziale di Pinkhas si frantuma contro la macchina della mobilitazione militare. Invece di salpare per le sponde dell’Impero Ottomano, il protagonista si ritrova proiettato nel teatro bellico della regione di Cherson, territorio in cui i conflitti tornano ciclicamente, come nella drammatica odierna attualità, dopo l’invasione russa ai danni dell’Ucraina. La transizione dal sogno della terra promessa alla brutalità del fango delle trincee rivela la cifra stilistica più autentica di Singer. Laddove la letteratura yiddish dell’epoca tendeva spesso verso la rievocazione nostalgica dello shtetl, Singer opta per una rottura radicale con la lezione di Sholem Aleichem e degli altri classici yiddish, optando per una prosa asciutta, quasi cronachistica, capace di registrare il crollo delle illusioni individuali sotto la pressione dei grandi sconvolgimenti collettivi.
L’insofferenza per l’ortodossia
Per comprendere la peculiare fermezza dello sguardo di Israel Joshua Singer è indispensabile collocare la sua opera all’interno di un percorso biografico segnato da precoci rotture. Nato nel 1893 a Biłgoraj, figlio di un rabbino chassidico, Israel Singer manifestò ben presto un’insofferenza profonda verso l’ortodossia familiare. La scelta di abbandonare lo studio dei testi sacri per dedicarsi prima alla pittura e poi al giornalismo in lingua yiddish segnò l’inizio di un nomadismo intellettuale che lo portò ad attraversare i grandi centri culturali dell’Europa orientale, da Varsavia a Mosca e Kiev, fino all’emigrazione negli Stati Uniti nel 1933. Fratello maggiore e maestro riconosciuto di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua incarnò una voce radicalmente diversa nel panorama letterario del Novecento. Se il futuro Premio Nobel avrebbe attinto al serbatoio del folklore, del demoniaco e del fantastico, Israel Joshua scelse la via di un epos sociale e storico maestoso, sostanziato da un disincanto severo e da un’architettura narrativa di impianto ottocentesco.
Il gallo ingannato…
L’allegorico finale di Sulle rive del Mar Nero (c’entra una luce che inganna un gallo…), racconta certe illusioni di Pinkhas e, più in generale, le povere false speranze riposte dal Novecento. Uuna generazione di intellettuali ebrei orientali rimase senza patria. Dietro la vicenda di Pinkhas Fradkin, dietro il naufragio del suo progetto personale, ci sono fratture del passato, eterne fratture, che parlano direttamente alle inquietudini del presente.
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