Gundar-Goshen, il prezzo della colpa su chi sta ai margini

Ancora una volta sono i torti con effetti devastanti e le colpe il motore della narrativa dell’israeliana Ayelet Gundar-Goshen. Accade anche in “Ospiti”, dove un maldestro incidente si trasforma in una tragedia assoluta, a scapito di un innocente…

Non smette di fare i conti con la colpa, una delle certezze della letteratura israeliana contemporanea, Ayelet Gundar-Goshen, portata in Italia da Giuntina e da un po’ nella scuderia Neri Pozza. Scrittrice di valore assoluto e psicologa (dopo il 7 ottobre ha lavorato con le vittime del terrore), continua a ragionare letterariamente su un meccanismo riconoscibile, Gundar-Goshen. In Svegliare i leoni un medico investe di notte un migrante africano nel deserto e se ne va; in Bugiarda (ne abbiamo scritto qui e qui) è una menzogna a mettere in moto tutto; in Dove si nasconde il lupo una madre israeliana sospetta il figlio adolescente di un crimine d’odio dopo un attacco a una sinagoga. Dietro un torto c’è sempre qualcuno ai margini ne paga il prezzo, e la colpa diventa spesso il motore del racconto nella narrativa di Gundar-Goshen. Nel suo più recente romanzo, edito da Neri Pozza e tradotto da Raffaella Scardi, Ospiti (272 pagine, 20 euro) lo schema è più nudo, più crudo.

L’arabo arrestato

Un quinto piano a Tel Aviv, un balcone coperto di buganvillee, un operaio arabo che ripara la ringhiera. Naomi, giovane madre che addormenta ancora il figlio al seno, non voleva quell’uomo in casa: Yuval, il marito, l’ha messa davanti al fatto compiuto, e lei passa la mattina a misurare la distanza tra la propria paura e la propria buona educazione. È sola, convinta di non essere mai abbastanza brava e di vedere chiunque capire il bambino meglio di lei, perfino quell’estraneo (anche lui genitore di una bimba) sa calmare il piccolo, mettendola ancora più a disagio. Poi, in pochi secondi, il bambino, lasciato un attimo senza sorveglianza, spinge nel vuoto il martello dell’operaio, e in strada un adolescente muore. Naomi capisce subito che cosa è successo. I vicini capiscono altro: per loro c’è stato un attentato, e l’uomo che ha in mano gli attrezzi è il colpevole, catturato dalle forze dell’ordine

L’omissione

Il romanzo vive di una scelta di Naomi: tace. Non per inerzia, perché è laureata in legge, conosce la pena prevista per un omicidio colposo e lo sa mentre l’operaio viene portato via. La sua paura, inoltre, non nasce da un fatto, preesiste: le fa associare l’altro al pericolo prima che l’altro abbia detto una parola. Il risvolto porterà i genitori di Uri, questo il nome del piccolo all’origine del tragico incidente, a lasciare Israele per trasferirsi a Lagos, dove scopriranno cosa significhi essere una minoranza alle prese con una letale diffidenza. È una scrittura, quella di Ayelet Gundar-Goshen, che guida l’emozione con mano sicura e non lascia margini al caso, e il libro si legge con la tensione di un thriller morale, in cui si intrecciano altre storie, apparentemente secondarie.

Fin dove spingersi per proteggere?

Quello che Ospiti mette alla prova è il costo di un silenzio. La domanda che il libro rivolge al lettore è quanto lontano si sia disposti a spingersi per proteggere sé stessi e chi si ama. Naomi ha torto e ragione insieme, e il romanzo sa che le ragioni, in una società logorata dalla diffidenza, bastano a spiegare molto e a giustificare poco. Ogni lettore non faticherà a ritrovarsi nella protagonista, a domandarsi se l’avrebbe imitata. A comprendere punti di vista e posizioni che questo romanzo rende meno astratti.

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