Ne “Il mulino sulla Floss”, grande romanzo di George Eliot in cui si intrecciano saga, romanzo di formazione e critica sociale, una giovane paga il prezzo della propria sensibilità e del proprio desiderio di essere se stessa. Tra esclusione sociale e desiderio di libertà, l’inquieta e anticonformista Maggie Tulliver attraversa una delle più dolorose vicende della letteratura vittoriana.
Mary Anne Evans, che scrisse sotto lo pseudonimo di George Eliot, costruisce un romanzo stratificato, in cui ogni simbolo, ogni avvenimento, ogni tema trova il proprio posto in un vasto affresco familiare, che racconta le vicende e le sventure di una famiglia vittoriana.
Il mulino sulla Floss (disponibile sia nel catalogo Mondadori che in quello Neri Pozza) è uno di quei romanzi che, giunti alle ultime righe, ci spingono a fermarci e a rileggerle, quasi a voler cogliere, nella loro interezza, la forza simbolica di una storia che soltanto alla fine rivela pienamente il proprio significato. È uno di quei libri che, una volta terminati, lasciano il desiderio di tornare al principio, alle prime pagine, là dove tutto ha avuto inizio, per ritrovare, alla luce del finale, i segni di ciò che era già scritto.
Saga familiare e, al tempo stesso, romanzo di formazione, Il mulino sulla Floss segue le vicende dei fratelli Maggie e Tom dall’infanzia alla prima età adulta. Sullo sfondo, la società vittoriana, con le sue regole, le sue convenzioni e le sue oppressioni, non si limita a fare da cornice alla narrazione: ne diventa il motore, plasmando i destini dei protagonisti e alimentando i conflitti da cui prende forma l’intera vicenda.
La colpa di essere intelligenti: le donne e il patriarcato
Il romanzo segue le vicende dei fratelli Tom e Maggie, ma è soprattutto quest’ultima a occuparne il cuore narrativo e a catalizzare l’attenzione dell’autrice. È interessante che abbia letto Il mulino sulla Floss subito dopo Northanger Abbey di Jane Austen, perché il tema che più mi aveva colpita in quest’ultimo romanzo era quello dell’ignoranza imposta alle donne dalla società. Se Jane Austen ricorre alla sua vivace ironia per denunciare questa condizione, George Eliot ci mette di fronte a situazioni che suscitano una rabbia ben più dolorosa, perché ci costringono a osservare da vicino le conseguenze di quell’oppressione.
Jane Austen, del resto, lo aveva già capito: “chi deve farsi degli amici deve restare ignorante. Presentarsi con una mente ben istruita vuol dire non poter alimentare la vanità degli altri, cosa che una persona sensibile dovrebbe sempre evitare. Specialmente una donna. Se ha la disgrazia di sapere qualcosa, dovrebbe nasconderlo più che può”. Ma Maggie Tulliver non può nasconderlo. Fin dalle prime pagine del romanzo, Maggie si rivela una bambina vivace, curiosa e, sì, disgraziatamente intelligente. Dico disgraziatamente perché, nella società in cui vive, l’intelligenza femminile non è una qualità da incoraggiare, ma una caratteristica da temere, quando non da reprimere. «Una donna non ci guadagna nulla a essere tanto intelligente; ho paura che non ne verranno che guai».
George Eliot dipinge una società che vuole le donne sottomesse, in cui l’intelligenza femminile diventa un pericolo: non perché sia davvero tale, ma perché minaccia l’ordine su cui si fonda il dominio maschile. È un pericolo per chi detiene il potere, per quegli uomini che temono di vedere messi in discussione i propri privilegi. E nel romanzo questa dinamica trova una delle sue espressioni più dolorose nel rapporto tra Maggie e suo fratello Tom. Sono numerose le scene in cui le capacità intellettuali della ragazza diventano motivo di ostilità per il fratello, che, incapace di tollerarne il valore, le riserva trattamenti duri e umilianti.
La disparità di opportunità tra uomini e donne emerge sin dalle prime pagine del romanzo, quando Mr Tulliver discute del futuro del figlio, destinato a ricevere un’istruzione che gli consenta di costruirsi una posizione rispettabile nella società. Per Maggie, invece, questa possibilità è preclusa. Ma il desiderio di apprendere è forte anche in lei: «lei disse a Tom che le sarebbe piaciuto andare a scuola, come lui, dal signor Stelling e imparare proprio le stesse cose». Sono le speranze di una bambina, di una Maggie che può ancora permettersi di immaginare il proprio futuro, che non ha ancora conosciuto fino in fondo le crudeltà di una società patriarcale, né compreso quanto i suoi desideri siano destinati a scontrarsi con i limiti imposti alla sua condizione di donna.
È un sistema che non risparmia nessuna donna. Ne è un esempio la stessa Mrs Tulliver, scelta da Mr Tulliver come moglie per una ragione ben precisa: «ho scelto la madre perché non era eccessivamente sveglia […] perché non avevo mica intenzione di farmi dire a casa mia come van fatte le cose». Una confessione che rivela con disarmante chiarezza quale posto venga riservato all’intelligenza femminile all’interno del matrimonio. E lo stesso Mr Tulliver, poco dopo, ammette che «possedere una moglie notevolmente inferiore quanto a intelletto, comporta, come molti altri grandi vantaggi, qualche inconveniente». Vale la pena soffermarsi proprio su quel verbo: possedere. La moglie, e la donna in generale, è descritta come qualcosa di cui disporre e sul quale esercitare la propria autorità. Non è riconosciuta come un individuo autonomo, dotato di una propria volontà.
Questa stessa logica si rifletta anche nel modo in cui Maggie viene percepita dai suoi familiari. Mrs Tulliver arriva a definirla un «pezzo di mobilio», mentre le zie ritengono che «era stata una nipote sommariamente indesiderabile, ma ora si era rivelata insieme decorativa e utile». Due espressioni che rivelano una concezione riduttiva dell’identità femminile: una donna può essere giudicata indesiderabile, decorativa o utile, proprio come un oggetto, a seconda di quanto riesca ad adattarsi alle aspettative altrui.
Nel romanzo, la disumanizzazione delle donne ricorre con una frequenza. Relegate a presenze da esibire, valutate per la loro utilità o per la capacità di compiacere gli altri, sembrano spesso private di una personalità autonoma. È una concezione che emerge, ancora, nel comportamento di Mr Tulliver quando, discutendo con la cognata, «non guardava la signora Glegg, ma la parte maschile del pubblico». Il suo sguardo si rivolge agli uomini presenti, come se fossero gli unici interlocutori degni di considerazione, gli unici il cui giudizio meriti davvero di essere preso in esame.
Una donna che osa esprimere le proprie opinioni, sostenere le proprie ragioni e persino contraddire un uomo diventa, in questo contesto, una presenza scomoda, quasi intollerabile. Non è la discussione in sé a infastidire Mr Tulliver, quanto il fatto che una donna pretenda di prendervi parte da pari. Lo chiarisce lui stesso quando afferma: «non mi verrebbe mai in mente di litigare con una donna se sa stare al suo posto». Stare al proprio posto significa accettare il ruolo che la società ha assegnato alle donne, senza mettere in discussione l’autorità maschile.
La diversità come condanna: Maggie e il desiderio di appartenere
«È un peccato che non sia un maschio», osserva Mr Tulliver riferendosi a Maggie. Un’espressione che rivela molto più di quanto sembri: ciò che il padre considera un peccato è che una qualità come l’intelligenza, ritenuta tradizionalmente maschile, appartenga a una bambina. Come se fosse una dote sprecata, incapace di trovare una collocazione adeguata in una donna. È questo uno dei primi segnali della divergenza di Maggie: in primo luogo, perché donna; in secondo luogo, perché troppo intelligente, troppo curiosa. Questa sua estraneità alle convenzioni emerge con particolare evidenza in due momenti del romanzo: il tentativo di unirsi a un gruppo di nomadi e il legame che stringe con Philip Wakem.
All’inizio del romanzo, in seguito a un episodio che teme possa attirarle una punizione, la piccola Maggie, terrorizzata all’idea di tornare a casa, decide di fuggire e di unirsi a un gruppo di nomadi. La sua famiglia stessa ricorre a questa immagine per descriverla, definendola una «zingara» e una «mezza selvaggia». Sono parole che rivelano quanto Maggie venga percepita come estranea persino all’interno della propria famiglia. Il parallelismo con il gruppo di nomadi assume così un valore simbolico: Maggie immagina di poter trovare altrove ciò che non riesce a trovare a casa, un luogo in cui non essere costretta a corrispondere alle aspettative altrui. Il suo desiderio di fuga diventa il tentativo, ancora infantile e inconsapevole, di sottrarsi a una società nella quale si sente inadeguata e dalla quale, in più occasioni, viene respinta.
Questo senso di estraneità riaffiorerà più avanti nel romanzo, quando Maggie si sentirà come «un viandante solitario, tagliato fuori dal passato». La fuga infantile assume un valore premonitore: anticipa quella solitudine e quel senso di esclusione che accompagneranno la protagonista nel corso della sua vita. Il desiderio di allontanarsi da casa si trasforma, progressivamente, nella dolorosa consapevolezza di non riuscire a trovare un posto nel mondo che la circonda.
Il secondo momento è rappresentato dall’amicizia con Philip Wakem, un ragazzo con una disabilità fisica. Anche in questo caso, Maggie sembra riconoscere nell’altro una forma di affinità profonda, un’esperienza di diversità che, pur assumendo forme differenti, entrambi condividono. Non è un caso che il narratore osservi: «Maggie provava una certa tenerezza per le cose deformi», frase che indica la sensibilità di Maggie verso ciò che viene percepito come imperfetto, anomalo o escluso. Nel ragazzo riconosce una vulnerabilità che le è familiare, quella di chi viene giudicato e limitato dagli altri sulla base di caratteristiche che lo allontanano dalla norma. Nel legame con lui si riflette, così, anche il desiderio di Maggie di essere accolta e amata per ciò che è.
Contro la corrente: il destino di Maggie
Quali possibilità restano, dunque, a una donna per sopravvivere in una società che sembra non lasciarle spazio? George Eliot delinea con lucidità il destino che attende le donne, costrette a confrontarsi con un mondo che impone loro limiti e che, allo stesso tempo, le colpevolizza per le conseguenze di quei limiti. È in questo contesto che acquista significato uno dei simboli più importanti del romanzo: l’acqua, e soprattutto il fiume, che sembra incarnare anche la condizione femminile e la lotta estenuante contro un destino imposto. «se solo […] non dovesse più battersi e lottare contro questa corrente».
Se non è possibile vincere la corrente, se ogni tentativo di opporsi sembra destinato a fallire, resta forse soltanto la fuga. E Maggie, in fondo, ha sempre cercato di fuggire: dalle aspettative della famiglia, dalle costrizioni sociali, da un mondo che non sembra disposto ad accoglierla per ciò che è.
L’acqua è un elemento ricorrente nel romanzo, un simbolo che ne racchiude i principali significati. L’acqua è fonte di vita, ma anche di morte; nutre e sostiene, eppure può travolgere e distruggere. La vicenda della famiglia Tulliver è legata fin dall’inizio proprio a un conflitto sull’uso delle risorse idriche, da cui scaturiscono conseguenze destinate a segnare profondamente il suo destino. Il fiume diventa così l’immagine di una forza che sfugge al controllo umano, imprevedibile e inesorabile, simile a una corrente capace di trascinare con sé tutto ciò che incontra. È il simbolo di un destino contro il quale gli individui tentano di lottare, senza poter mai essere certi di riuscire a sottrarsi alla sua forza.
Eppure, l’acqua può assumere anche un significato purificatore. Ma, a mio avviso, non si tratta soltanto di una purificazione dai peccati individuali, né tantomeno da quelli attribuiti alle donne: è piuttosto la società stessa, con le sue ingiustizie e le sue contraddizioni, ad aver bisogno di essere purificata. Una società che impone alle donne un destino e poi le condanna per aver tentato di sottrarvisi, trasformandole in colpevoli della propria infelicità.
L’acqua, infine, è anche fuga. Una fuga dal mondo, dalle sue regole e da un destino che sembra non lasciare scampo.
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