Sabrin Hasbun, tra Italia e Palestina si lotta attraverso l’amore

Nelle crepe e nelle cuciture della propria memoria famigliare c’è la fiamma intergenerazionale e anticoloniale dell’eredità palestinese. In “Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono” Sabrin Hasbun racconta i propri genitori, padre palestinese e madre italiana, con due storie personali figlie di Storie mediterranee apparentemente agli antipodi. Il monito fra le pagine? Ama la fine delle oppressioni imperialiste dei popoli, così il dolore non trionferà mai su di te

Due eredità che bruciano al contatto: la Palestina del padre e l’Italia della madre. Nasce da questo incontro Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono (Crossing. A story of palestinian love and resistance) di Sabrin Hasbun, pubblicato in Italia da Feltrinelli, con la traduzione di Silvia Rota Sperti. Nata ad al Quds (القدس‎, Gerusalemme), dove ha trascorso parte dell’infanzia, l’autrice italo-palestinese intreccia la memoria famigliare alle storie di oppressione e resistenza che attraversano il Mediterraneo. Non per ricomporre due metà in un’identità finalmente pacificata, ma per ascoltare ciò che il loro attrito rivela. Come può il coltello schiacciato sull’impasto sostare senza tagliarlo a metà?

Nato nell’ambito di un dottorato, il racconto porta il dolore e il furore palestinesi dentro le contraddizioni italiane, tra passato/presente coloniale e memorie antifasciste. L’appartenenza multipla diventa così un punto da cui guardare le crepe delle Storie istituzionali. Le seconde generazioni non raccontano soltanto sé stesse: interrogano chi abita il centro degli imperi e ne eredita i benefici. Interrogano “noi”.

La letteratura ci «porta eventi che sembrano lontani più vicino a casa», scrive Hasbun1. Avvicinare, qui, significa sottrarre la Palestina alla distanza che permette di osservarne la distruzione senza sentirsi coinvolti. Significa riconoscere le radici del colonialismo sionista anche nel terreno europeo e italiano, e ascoltare un contro-archivio che restituisce voce a chi la Storia dominante ha provato a cancellare.

Da questa memoria emerge anche una domanda sul presente: a chi serve dividere gli oppressi tra locali e stranieri? Alle destre della re-immigrazione coatta, ma anche alle sinistre che proclamano solidarietà mentre lasciano intatte le disparità nei quartieri e nelle scuole. Diverse sono le ferite di chi arriva dalle periferie degli imperi e di chi ne abita i centri; comune è la macchina che concentra potere e ricchezza nelle mani di pochi. La linea di separazione non passa allora tra popoli, ma tra chi subisce quella macchina e chi la guida.

È lungo questa frattura che Hasbun intreccia lutto famigliare e origini palestinesi. La memoria non offre un riparo dal presente: diventa materia viva per contrastarlo, per immaginare futuri diversi da quelli di morte disegnati dal capitalismo e dall’imperialismo.

Dolore e furore: le “s” della Storia e della storia personale

Dinanzi alle atrocità che si accumulavano nel nostro cuore fratturandolo, Adania Shibli osservava il dolore che le imbavagliava la “lingua”. Da piccola aveva affrontato il mostro che credeva albergasse in un angolo buio della casa: uno scatto verso l’interruttore aveva rivelato che non c’era nulla ad aspettarla con fauci insalivate. Lanciarsi verso la paura per ammansirla. Un metodo che teme non funzioni più con il mondo, perché potrebbe non arrivare il giorno in cui «potremo dire che oggi è meglio di ieri», né con la lingua: «svegliarmi un giorno e non averla più»2. È la reazione a catena del “trauma infinito”, rinnovato da eventi che producono «discontinuità fisiche, psicologiche, sociali ed economiche che si trasmettono a livello inter-generazionale»3. È possibile raggiungere comunque l’interruttore e incenerire il mostro? Che ruolo può avere la letteratura?

La chiave è il dolore. I sentimenti si racchiudono l’uno nell’altro a singhiozzi incontrollabili, come il lascito di una crisi di pianto. Il lutto si miscela nel dolore per la Palestina ed esplode nella scrittura:

Il dolore per la Palestina e il dolore per mia madre sono sempre stati collegati […] c’era qualcosa nella sua scelta di sposare un palestinese, di vivere in Palestina gli anni migliori della giovinezza, di imparare l’arabo, cucinare cibi palestinesi e cantare canzoni rivoluzionarie, di dedicarsi insieme alla sua famiglia a un ideale di libertà, che per me ha sempre coinciso con il vero spirito della liberazione palestinese.

Il racconto si centra su Anna, madre dell’autrice, cresciuta in Vernaccia, Grosseto, negli anni ’60. Il suo vissuto si incastra nelle storie della migrazione interna, dalla campagna alla città. Alla cascina non si poteva fare «altro che lavorare e faticare […] specialmente nella stagione del raccolto». Un mondo ancora non trasfigurato dai cementi dell’urbanizzazione, ma segnato dal fascismo e dalla resistenza: Messinella, ultra-cattolica e conservatrice, resta affezionata al fascismo; sua sorella Teresina, nonna di Anna, è antifascista e sposata con Pietro, in fuga dalla fucilazione per la chiamata alle armi del ’43. «Secondo Teresina, era colpa di Messinella e di quelli come lei se gli uomini, anziché lavorare la terra, erano costretti a morire come mosche o a nascondersi come topi».

Il lavoro contadino, la guerra, il terrorismo neofascista, l’oppressione femminile, l’ombra del clero e la povertà costituiscono i binari “di classe” di Anna, su cui si incastrerà il viaggio di Rami. La sua esperienza di profugo attraversa la Naksa (النكسة, “ricaduta”) e la Nakba (النكبة, “catastrofe”), mostrando nell’immigrazione la fuga dalla violenza coloniale, spesso accompagnata dal sogno contraddittorio di tornare per arricchire la resistenza, nel suo caso attraverso l’arte.

Anna e Rami cuciono i propri destini a Firenze. Lei porta la rabbia antifascista ereditata da Teresina e l’orgoglio femminile contro il maschilismo; lui il motore di chi deve respingere l’occupazione che divora la Palestina. Due rabbie, due dolori, due storie personali figlie di Storie mediterranee apparentemente agli antipodi, ma in contatto là dove memoria e archivio si riversano nel presente. Come dice una ragazza della loro comitiva: «non possiamo continuare a dire ‘risolviamo una cosa alla volta’. Dobbiamo affrontarle tutte insieme, come parti della stessa struttura, altrimenti non ce la faremo mai».

Le mani del dolore di Hasbun scavano nell’archivio familiare e producono un corto circuito: la narrazione passa dalla prima persona (“mio padre”) alla terza (“Rami”), quasi gli fosse estraneo. La storia famigliare si riannoda sulla Storia istituzionale, tra Italia e mondo arabo, oppressione e resistenza, nella scelta di lottare attraverso l’amore. D’altronde, cosa l’amore è se non un infinito sogno di libertà?

Per un popolo derubato dei propri archivi, la storia orale permette di costruire una Storia alternativa, niente affatto fantasiosa, seppur finzionale, rigorosa nella ricerca. Ci hanno forse abituato male a pensare che la storia personale debba fare scintille per contrasto con quella raccontata nei comuni e nelle scuole. Perché dove esistono quelle scintille, forse, a raccontare sono i pochi vincitori, non la maggioranza dei vinti, deprivati anche delle fonti per denunciare la falsità della Storia sigillata dal potere. Su quel sigillo l’intreccio tra memoria famigliare e riflessione politica si fa tenaglia, per spezzare il racconto dei potenti dal suolo sporco e inaspettato della letteratura.

L’amore e la giustizia: dove puntare la bussola

Sabrin Hasbun, così, segue a ritroso i peregrinaggi di sua madre, della sua famiglia, quelli sconosciuti (perché lei non era ancora nata) e quelli conosciuti ma fatti della materia tumultuosa dei ricordi infantili. Le tracce, le molliche, dolci e amare, lasciate da Anna e dal suo rapporto con la Palestina lungo questo viaggio ricostruito, permettono di confrontarsi con la perdita e seguire il demone della nostalgia. Un diavolaccio insaziabile e irrefrenabile, quello del piglio della memoria, tanto quanto lo sono la pulizia etnica e gli effetti prolungati del trauma diasporico. Un vento di dolore che attraversa l’eredità del trauma intergenerazionale, ma che, differentemente dal migliore esempio di letteratura europea romantica, muove l’azione di contrasto narrativo e non quella dello sprofondamento melanconico e solipsistico. Così, l’andirivieni della famiglia consente un affondo nella storia dell’occupazione sionista in quegli anni, attraverso la storia famigliare di Rami ma anche attraverso il presente vissuto dalla famiglia di Sabrin. La sua nascita è complicata dalla prima Intifada (انتفاضة, “sussulto”), momento di sommossa popolare teso alla liberazione, a cui l’Occupazione sionista risponde con brutale violenza e distruzione assoluta della vita quotidiana. È di fatto a partire da questo periodo che la permanenza in Palestina è infangata e resa impossibile ad Anna, ai suoi figli e alle sue figlie. Ma la sua ostinazione e l’amore per la libertà assoluta professata nel legame amoroso con un palestinese, e nel legame sanguigno e politico con la Palestina, tengono vivo eternamente il fuoco della responsabilità politica e famigliare. L’orgoglio politico, la lucidità emotiva nonché la forza di volontà sono la creta di cui si compongono le azioni della madre, anche quando la periferia toscana sottomette la famiglia al razzismo, all’emarginazione e al tentativo di isolamento: i primi segni negli anni ’90 delle infernali ondate di razzismo anti-arabo e anti-islamico che prenderanno piede negli anni successivi fino ad oggi. Anna, la madre di Sabrin, e le sue scelte, nonché la sua storia, esercitano una pressione anticoloniale sulla narrazione egemone che omette la storia coloniale in Palestina e la trasforma in una questione umanitaria che deve essere sistemata. Cercare nelle crepe, nelle fessure e nelle cuciture della propria memoria famigliare sprigiona la fiamma intergenerazionale e anticoloniale dell’eredità palestinese. Si porta un peso, un dolore ma soprattutto un’immagine di resistenza, che permette di affrontare dolore e gioia con una spensierata dolcezza, una sorta di predestinata salvezza incapsulata nella certezza di star facendo la cosa giusta. Un sorriso disegnato sul volto ambiguo di un gatto sornione. E non si tratta di una metafora retorica. I fatti di resistenza e crescita post-traumatica, come la grande forza di Anna d’innanzi alla malattia, sono infiniti. Questi costituiscono una rete di significati, virtù, amore e fede attraverso cui sopportare il peso del trauma storico e la disfatta delle condizioni di minima sopravvivenza.

La gioia dei bambini di Gaza che usano le macerie delle loro case come scivoli su cui giocare. I sorrisi fieri delle donne palestinesi arrestate per aver difeso i loro ulivi. La dolcezza dei nonni che dicono addio ai corpi delle nipotine con un bacio. La gioia ostinata di chi […] ricorda e sa che la bellezza non muore mai e che prima o poi ci sarà giustizia

La pazienza, il ṣumūd (صمود‎, concetto difficilmente traducibile che indica il radicamento e la resistenza al colonialismo israeliano), le espressioni culturali con cui si continua ad amare e sperare, con cui si ricostruisce il presente perennemente vacillante e fatto a pezzi, testimoniano lo «spirito di un popolo determinato ad esprimere il suo amore», scrive Samah Jaber. Finché si è vivi non soltanto si può ma si deve continuare ad amare. È possibile. È questa la lezione più grande che Anna, madre italiana di Sabrin, le ha impartito. Anche quando la speranza si dilegua nella polvere, si può continuare ad amare. Il punto, il centro nevralgico che muove l’equilibrio tra la disfatta dolorosa e la gioia silenziosa, è lì nel luogo in cui l’amore continua a germogliare. E come fa? Si appoggia sulla giustizia. Si alimenta della convinzione assoluta con cui scegliamo di consumare la nostra vita: il bene degli altri può essere il nostro. Non ci sono differenze tra popoli, ma soltanto tra oppressi ed oppressori. Il segreto, perciò, è tutto nella direzione del nostro amore, sembra sussurrare questo racconto. Indirizzalo verso i popoli oppressi, stringi i denti, senza compromessi fino alla loro liberazione. Perché, peraltro, la loro storia è la nostra storia. E inoltre, la storia che ci raccontano è soltanto una storia deformata e rimpinzata di interessi economici che soddisfano i pochi che siedono sulle pance vuote del mondo. È forse questo l’unico modo attraverso cui la gioia può non spegnersi nel fango dell’egoismo e dell’individualismo. Soltanto così si può continuare ad alimentare un dolore sorridente. Un sacrificio smielato, comandato fedelmente dalla giustizia quanto lo è il credente nel cammino di dio. È questo il messaggio cifrato che ci consegna il dolore calmo ma non rassegnato di Anna. Ama la fine delle oppressioni coloniali e imperialiste, così il dolore non trionferà mai su di te. È perciò questa la nota sibilata che questo racconta suona nelle orecchie di coloro che vivono tra le seconde generazioni, in Italia e in Europa. E così facendo, pone una sfida, ma soprattutto la promessa di una ricompensa per chi intende sposarla, a vita. Agire per un mondo libero dalle oppressioni è la migliore tra le cure per il dolore e per la bassezza d’animo in cui l’umanità è sprofondata. Un monito, un suggerimento, un flirt che rende desiderabile la liberazione dei popoli colonizzati. Lasciamoci corteggiare da questo incantamento doloroso. Da questo canto di morte e gioia sprezzante. Scegliamo da che parte soffrire, agire e sacrificarci, da che parte stare, perché soltanto così possiamo scegliere di non far marcire l’amore che è in noi.

1 https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/storie-palestina-libro-sabrin-hasbun-tutte-le-canzoni-della-pioggia-ci-riconoscono-mmg0hd73.

2 Adania Shibli, La lingua rubata. Di letteratura, Palestina e silenzio. Una riflessione e un dialogo con Maria Nadotti, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2025, p. 26.

3 Samah Jaber, Il tempo del genocidio. Rendere testimonianza di un anno in Palestina, Sensibili alle foglie, Roma, 2024, p. 94.

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