Nel suo nuovo romanzo “Quanto splende questo nero” Marco Amerighi intreccia la vita del pittore anarchico Lorenzo Viani con quella del suo studioso Enrico Dei. Da un lato il “pittore dei vàgeri”, irregolare e tormentato; dall’altro il critico d’arte che ne raccoglie l’eredità fino a esserne rapito. Un viaggio nella Versilia dei diseredati e nel potere viscerale della pittura, un’indagine sulla memoria e sull’emarginazione
Ci sono autori che possiedono il dono raro di individuare la crepa prima ancora di osservare la parete. Già in Randagi – romanzo che nel 2022 ha saputo intercettare le frequenze più sommesse dell’angoscia generazionale – Marco Amerighi sapeva mettere in scena personaggi mai al centro della scena, semmai sulla soglia, e da quell’angolo buio capaci di cogliere la trama reale delle cose, quella che magari sfugge a chi sta al centro. Nel suo nuovo romanzo, Quanto splende questo nero (352 pagine, 18 euro), Marco Amerighi riscopre e ricrea, con scorza letteraria, il più importante artista viareggino, Lorenzo Viani, il “pittore dei vàgeri” (così lui stesso chiamava i suoi personaggi diseredati), nato nel 1882 e morto da novant’anni. Nella finzione romanzesca scorrono parallele le esistenze di Lorenzo Viani ed Enrico Dei, il suo più appassionato studioso. Viani – anarchico e pittore esemplare dell’Espressionismo nostrano – è un irregolare per eccellenza e ogni sua opera un atto di resistenza esistenziale.
Ruvido e tormentato
Rispetto alla cronaca e alla storia, il romanzo, edito da Bollati Boringhieri, combatte un altra battaglia, accettando la scommessa di restituire il respiro, l’odore, l’ansia e persino le contraddizioni più sgradevoli dei corpi, ma soprattutto di sottrarre una traiettoria umana alla cronaca spicciola per restituirla vicina, viva, scabra. In Quanto splende questo nero (352 pagine, 18 euro) – questo il titolo del romanzo di Marco Amerighi – la figura di Viani ha la ruvidezza, l’incapacità strutturale di compiacere il potere o la critica borghese, il tormento di chi ha conosciuto la fame della Versilia rurale, le trincee della guerra, i bassifondi parigini e l’emarginazione. La sua pittura – popolata da viandanti, ubriachi, vedove di mare e figure segnate dalla fatica – rifiuta qualsiasi leziosità. Si struttura attorno a un nero d’avorio denso, materico, quasi un’impalcatura che non serve a spegnere la luce ma a farla affiorare per contrasto. È quello che la tradizione contadina e marinara chiama “buiore”, la penombra densa in cui l’occhio, superato l’abbaglio iniziale, comincia finalmente a distinguere i contorni della verità.
Una figura speculare
Accanto a Viani c’è una figura speculare: Enrico Dei, critico d’arte fiorentino, classe 1945. Se Viani è l’energia creatrice che impasta il dolore sulla tela, Dei è l’uomo del Novecento inoltrato che di quell’energia si fa custode, ricercatore e infine prigioniero. Dei riconosce nelle tele di Viani qualcosa che lo riguarda intimamente. L’incontro con un quadro raffigurante due bovi dalle corna ricurve diventa per lui una scossa sismica.Da quel momento, la ricerca delle opere disperse del pittore cessa di essere un collezionismo di maniera e si trasforma in una necessità. Recuperare i quadri venduti per pochi soldi, scovarli nelle case di proprietari distratti, preservarli dall’oblio diventa per Dei l’unico modo per dare un senso a tutto, le due voci si confondono, si sovrappongono.
La metamorfosi di Viareggio
E poi c’è Viareggio, con la sua metamorfosi: dalla darsena povera e dal lavoro dei cavatori al turismo balneare, tragurdo tagliato magari perdendo pezzi della propria anima lungo la strada. La prosa di Amerighi lavora sulla materia con la stessa precisione con cui un pittore stende il pigmento. Non c’è spazio per il superfluo; la narrazione procede come un arco teso che punta all’essenziale, qualsiasi sentimentalismo. Quanto splende questo nero finisce così per essere un’indagine severa sul valore dell’arte e della memoria, su due uomini, distanti un secolo, in grado di riconoscersi e di non andare perduti.

