Luccone e quell’inetta mediocre borghesia che vivacchia

Sullo sfondo di una Roma decadente, corrotta e bacchettona si muovono i personaggi de “La casa mangia le parole”, primo romanzo di Leonardo G. Luccone. I De Stefano sono una coppia apparentemente felice: un botto finale incrinerà tutto, travolgendo adulti immaturi e legati all’evanescente. Non una lettura agevole, perché con stile originale e ricercato l’autore consapevolmente abbandona sentieri sicuri, per stimolare il lettore, spiazzarlo, indurlo alla riflessione

Ci sono romanzi che bisogna lasciar sedimentare, una volta girata l’ultima pagina, prima di addentrarsi in riflessioni e valutazioni. La casa mangia le parole (528 pagine, 18 euro) di Leonardo G. Luccone, edito da Ponte alle Grazie, è uno di questi. Non è una lettura facile, chiariamolo subito: perché la struttura non è lineare, per le numerose digressioni che infarciscono il plot principale e che talvolta sembrano volerci portare altrove; e perché lo scopo dell’autore è quello di fotografare un (attualissimo) vuoto di valori, scavando nell’intimo dei personaggi, raccontando una storia apparentemente come tante.

Un romanzo ambizioso

Leonardo G. Luccone è all’esordio nella narrativa, ma il mondo dell’editoria è il suo mondo. Non solo perché ha già pubblicato (nel 2018, Questione di Virgole, per Laterza, libro che ha vinto il Premio Giancarlo Dosi per la divulgazione scientifica), ma anche perché da tanti anni traduce autori di lingua anglofona di un certo spessore, come John Cheever o F. Scott Fitzgerald, per citarne un paio. Quindi conosce le dinamiche dell’editoria, cosa può essere pop e cosa invece può diventare cool. E sa bene che il suo è un romanzo ambizioso che può essere facilmente considerato pretenzioso. Il limite è sottile, ma la sensazione è che a Luccone correre questo rischio non dispiaccia affatto.

Una coppia ideale, vicina alla… rottura

Il romanzo si apre con una coppia – i De Stefano – che si accinge ad andare a trascorrere l’ultimo dell’anno dai genitori di lei. Per tutti sono una coppia ideale: affascinanti, di successo e con un figlio dislessico (Emanuele) che ormai ha quasi superato i propri problemi e sembra avviato verso una vita di normalità e felicità. Contrariamente a ciò che lasciano credere tra un aperitivo e un ricevimento, però, i De Stefano sono sull’orlo della rottura e, avvolti nella loro patina di ipocrisia, non riescono neppure a confessarlo agli intimi. Lei vive di apparenze, di mode, di inquietudini che rasentano il farsesco. Lui si lascia prendere dal lavoro e si rifugia nell’amicizia con il collega Moses, il personaggio più riuscito del romanzo, un italoamericano geniale, ambientalista convinto, dal passato misterioso e burrascoso. Sullo sfondo si staglia una Roma decadente (incluso il mondo culturale a cui lo stesso Luccone appartiene), una Roma corrotta e bacchettona, azzeccata metafora della crisi di valori che sta vivendo l’Occidente.

Il giusto valore alle cose

«Tutto ciò che accade, accade senza che ce ne accorgiamo» sentenzia ad un certo punto uno dei personaggi del romanzo, forse a voler sottolineare come le nostre menti siano spesso occupate da futilità rigonfie di doppiezza che scoppieranno come palloncini al primo botto della vita. Botto che arriverà nelle ultime pagine e travolgerà le paturnie personali di adulti immaturi, testardamente legati all’evanescente. E sarà la tragedia, che in tutta la sua tristezza, ridarà il giusto valore alle cose.

Quelli con la tavola apparecchiata

Quella di Luccone è una critica per niente velata all’inettitudine della borghesia che si accontenta di vivacchiare nella mediocrità, incapace di cambiare, di distinguersi (dei De Stefano non conosceremo neppure i nomi di battesimo), di evolversi, men che meno di aggiungere qualcosa al mondo. E il dito è puntato contro un’intera classe, soprattutto contro i figli della generazione del boom economico, quelli che si sono trovati la tavola apparecchiata, che hanno sguazzato in un benessere indebito, spesso raggiunto con merito e sacrifici enormi da parte di chi li ha preceduti.

Dialoghi serrati e autentici

La narrazione è atipica, subplot e salti temporali non sempre agevolano la lettura, al contrario dei dialoghi che invece risultano serrati e autentici. È uno stile originale e ricercato, quello di Luccone, che può anche non piacere: è giusto sottolinearlo, perché l’autore si affida al ricordo e consapevolmente abbandona sentieri sicuri, nel tentativo di stimolare il lettore, di spiazzarlo, di indurlo alla riflessione. Tra i personaggi del romanzo, dicevamo di Moses, il più riuscito, l’unico che sembra avere la forza di urlare nel deserto, quello che più degli altri incarna la dicotomia di fondo del romanzo stesso; Moses è quello che incuriosisce di più, anche perché si tratta di un personaggio reale immerso nella fiction.

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