Cosa è ciò che rimane ad ogni pretesa di giustizia, quando questa non sia affidata all’eterno? Un fantasma. Ce lo ricorda “Giulio Cesare” di William Shakespeare, che è più di una tragedia, più di una storia già mille volte raccontata: è una mediazione in cui la narrazione e l’introspezione (poesia e profezia) costituiscono, in un qualche modo, la forma e il fine… Un nuovo appuntamento della rubrica sul sacro letterario (qui tutte le altre puntate)
Certi modi di presentare la letteratura, di promuoverla, di organizzarla in spazi e tempi ponderati, sono pura mistagogia: una sacrificata consumazione educativa sul confine di quel Mistero che può esprimersi in qualche verso come sulla penna di chi ne scrive.
C’è una letteratura per la letteratura, dove questo per è servizio, è uno scrivere al servizio di chi ha scritto prima e di chi, dopo aver letto, potrà farlo ancora. È quell’editoria che non insegue l’effimero scopo di uno smercio di parole, ma che di una parola vuol farsi struttura profetica; quasi un impeto missionario dietro le apparenze della vetrina; un antico anelito sapienziale dietro la collana delle pubblicazioni, o la pubblicazione di una collana.
Così, il mio vezzo collezionistico è ancora inciampato su una copertina essenziale, monocromatica (rossa, questa volta), su dimensioni ridotte, come la benevola umiltà di certe persone che – facendosi piccole come certe piccole biblioteche – ti chiedono ti poterti camminare accanto senza occupare il tuo spazio, e solo per aiutarti, per non farti mancare un abbraccio quando ne avessi bisogno.
Un libro. Con il suo numero di serie: 806. Non l’ottocentoseiesimo libro di una collana, ma l’ottocentoseiesimo sforzo, attraverso un libro, di dirti qualcosa. Certe collane sono tentativi, reiterati consigli, una testimonianza contro ogni tentazione di resa.
Giulio Cesare (172 pagine, 15 euro), di William Shakespeare, con un saggio del poeta W. H. Auden. Questo il titolo del n° 806 della collana Piccola Biblioteca dell’Adelphi, per la traduzione di J. Rodolfo Wilcock.
Pocanzi si parlava di editoria come di struttura profetica: un organigramma di cultori della parola, del pensiero fatto parola. Una sinergia sussidiaria in cui, dal più grande ingranaggio all’ultimo, tutta l’azione editoriale volge alla promozione di un discorso sull’uomo che nulla e niente dovrà mai interrompere. Ecco perché – si è detto – ciò testimonia contro ogni resa al silenzio del pensiero e, di conseguenza, a quelle parole che, senza il contenuto del pensiero, oggi più che mai vagano come fantasmi vuoti di consistenza.
E la profezia, che certo tende all’eterno (perché dire al futuro sarebbe ancora troppo riduttivo), non può fare a meno dei puntelli della storia: di certi punti d’appoggio dai quali accendere la torsione d’un salto. Sono i classici della letteratura, che in certe collane si prendono per mano anche ad autori ed opere più nuove, perché può essere diverso il linguaggio, il genere, la struttura letteraria, e persino la fama e la notorietà, ma uno è il discorso. Una è la parola.
Poesia e Profezia
Mi viene in mente un’idea, che su questa rubrica dedicata al sacro letterario, non posso certo accantonare. Pertanto, nell’accogliere comunque un vostro atto di pazienza, sottolineo come io non la consideri affatto una digressione.
La scena è quella del Tabor, di un Cristo trasfigurato in un anticipo prepasquale, in una sconvolgente visione di luce accecante, sì, ma non annichilente. Proprio come la Verità. Accanto a lui, da un lato e dall’altro, Mosè ed Elia: l’uno è l’emblema della Legge, il condottiero obbediente e paziente, l’anima orante di tutto un popolo; l’altro l’infiammato simbolo del coraggio profetico, l’emblema del perseguitato che non si arrende e che, pur tra mille desolazioni, continua a riferire al mondo i sussulti di verità che giungono dall’alto, finché egli stesso non potrà raggiungerli su un carro di fuoco. Mentre di questi si può ben dire che sia un profeta, poiché non v’è dubbio alcuno circa la sua natura, la figura di Mosè rimane sempre un po’ imprigionata dentro la definizione d’un legislatore. Per me, però, è soprattutto un poeta. E prima di qualunque altra cosa. È un tizio che s’è fidato d’un roveto ardente come un re magio d’una stella, e questo – potrà forse sembrarci follia – è l’incipit di ogni avventura poetica, di ogni avvento dell’infinito attraverso la poesia.
Accanto al Trasfigurato vi sono dunque le anime di un Poeta e di un Profeta, colonne indispensabili su cui si costruisce l’impalcatura di ogni discorso sull’uomo. Essi discutono con Cristo circa il suo esodo, del percorso che dovrà compiere fino a manifestare la sua gloria: passione e luce. Noi lettori non udiamo la loro voce, ma l’evangelista ci conferma quel loro intrattenersi e parlare. Parlano con il Figlio dell’Uomo e, parlando con lui, è come se parlassero dell’esodo di ogni uomo. Ogni discorso sull’uomo, ne deduco, non può fare a meno della poesia e della profezia: dell’ardore e della speranza.
È in questo esatto contesto, in quest’ordine di cose, che a mio avviso si colloca la Piccola Biblioteca Adelphi e, nella fattispecie, il nostro Giulio Cesare.
Perché “nostro”?
Nostro è tutto ciò che ci appartiene, come storia e come cultura; come bagaglio di un’esperienza che affonda le proprie radici in un humus millenario, e che ha protratto rami e fronde di pensiero fino ai giorni nostri. Nostro è tutto ciò che, in un modo o nell’altro, convocandoci alla restituzione di un senso, ci interpella sulla complessità di una natura umana che, dismessi ormai gli indumenta e gli amictus dei tempi che furono, pur con dei jeans e una t-shirt addosso continua a funzionare pressoché allo stesso modo. Nostro è quello specchio nel quale, ogni mattina, scrutiamo il resto della nostra esistenza, ma anche i tratti a noi familiari, quelli che – seppure un po’ ingrigiti e arrogati dal tempo, alla fine ci fanno capire che, davanti a quello specchio, ci siamo sempre noi. Questo specchio, talvolta, all’argento e al vetro preferisce la cellulosa e l’inchiostro d’una pagina. Questo specchio, talora, è un libro: un potenziamento della nostra visione del sé, una trasfigurazione di coscienza che – misteriosamente – valica gli orizzonti del tempo. Ci si vede e ci si riconosce, cioè, nei volti e nelle storie di coloro che furono, fossero anche il tizio e il caio di tanti secoli fa, o – appunto – il Bruto o il Cassio descritti e ripresentati dal Poeta.
Una mediazione narrativa e psicologica
Il Giulio Cesare di Shakespeare, dunque, è molto più che una tragedia, intesa come semplice evento artistico e poetico; è una vera e propria mediazione in cui la narrazione e l’introspezione (poesia e profezia) costituiscono, in un qualche modo, la forma e il fine.
Shakespeare, cioè, non si limita a riproporre una storia dai più conosciuta, e dalla storia stessa già mille volte raccontata; la sua è una vera e propria ripresentazione nei termini quasi sacramentali di un memoriale: riportare sulla scena della pagina quei tanti personaggi, e i loro dialoghi, i loro solipsismi, le loro ossessioni, i loro intrighi come pure gli ingenui aneliti dei loro sogni illusori, significa non solo raccontarli e ricordarli, ma farli rivivere nelle mille declinazioni degli uomini d’oggi. Chi pensasse, leggendo il Giulio Cesare, di potersi sprofondare solamente in un racconto di cose… che furono, non riconoscerebbe le cose che sono per come sono.
Afferrando con maestria le anime dei suoi personaggi come altrettante piume d’oca, Shakespeare ricrea l’uomo d’oggi (del suo oggi e del nostro, perché un classico è sempre un aoristo), imprigionato dai tanti Cesare di cui, per svariate ragioni il più delle volte cangianti come alibi di idealismo, tenta di liberarsi. Il vero protagonista, dunque, non è Giulio Cesare; questi, semmai, è l’emblema dell’ossessione generalizzata e molteplice su cui inciampano tutti gli altri (reali) protagonisti che, sia detto per inciso, siamo anche noi.
L’analisi del poeta Auden, postilla provvidenziale alle pagine del poeta Shakespeare, ci restituisce la profondità di questa interpretazione, dove Bruto e Cassio – che sono come le quinte di scena da cui vengono partoriti tutti gli altri personaggi, ad essi strettamente connessi – appaiono come due paradigmi, due termini di confronto in cui, in maniera binaria, ciascuno dei lettori tende ad identificarsi: da un lato l’epicureo, dall’altro lo stoico. Due modelli di interpretazione della vita che, però, promettono smottamenti decisivi quando, infine, si presenta la realtà della morte.
Sembra di cogliere, da parte dell’Autore, una sorta di velata tristezza non tanto imbrigliata dagli intrecci della vicenda storica in quanto tale, quanto piuttosto in quegli esiti che da essa si mostrano: uomini determinati, capaci di muovere gli ingranaggi della storia di un popolo, ricchi delle loro passioni come pure delle loro eroiche atarassie, disposti a scommettersi senza tema di colpa, e tanti altri abbellimenti epici aggrappati alle loro decisive personalità: tutto questo, però, si annichilisce in un istante sulla punta di una spada. Senza la speranza di alcun Logos che sopravviva alle idee.
Il sacro shakespeariano – strutturato di eternità ancorché realistico nella descrizione psicologica della materia umana – appare dietro il velo dell’invisibilità letteraria nella figura eterea di una comparsa che, senza poter fare nulla, assiste sgomenta alla dissoluzione delle glorie e delle pretese umane tutte costruite sulle fondamenta di un tempo destinato a consumarsi.
Accanto a lui, e tra le statuarie presenze di Bruto e Cassio, quasi ad appesantire la già miserevole descrizione della natura umana, vi è il trickster di Antonio, il politico moderno e millenario, il saltimbanco della retorica imbonitoria delle masse umane, il giullare né cattivo né buono, analogo al satana ancestrale della coorte celeste, che – semplicemente – ha nella storia la sua ragion d’essere come un jolly in un mazzo di carte. Accanto a lui, e di fronte a lui, la stessa folla di Gerusalemme, solo spostata un po’ più nord-ovest, o in qualunque altra parte del mondo.
Una folla che, concedendo al pubblico di Shakespeare la pia illusione di leggerla, smascherarla e criticarla, altro non fa che descriverlo. Una tragedia, quella del Giulio Cesare, in cui dunque il pubblico è già dentro la narrazione, nel personaggio di questa folla che, dopo aver acclamato, condanna; e, dopo aver condannato, esalta.
Antonio e la folla, come Bruto e Cassio, è l’altra pariglia di personaggi principali. Un quartetto, perciò. Da un lato una coppia di ragazzini che filosofeggiano sulle necessità di farsi uomini, e dall’altro tanti uomini a ritrovarsi ragazzini che, convulsamente, selezionano dal distributore automatico delle idee – come delle bibite – quelle che, istante dopo istante, sembrano loro più gustose o dissetanti. Antonio è quello che mostra loro la vetrina delle idee: non sceglie al posto del popolo, ma fa in modo che le folle scelgano; è, in qualche modo, il banco di prova della loro libertà. Lui usa solo parole, ma siamo noi a compiere le nostre scelte.
È pur vero che, in un residuo di umanità storiografica, questo Antonio è in qualche modo ancora unito alla necessità di difendere la memoria e la dignità dell’ucciso; ma chi può negare che, dinanzi alla folla, la sua essenza mainstream non prevalga sui propositi della sua coscienza? È la feroce ironia di Shakespeare, che tanto ricorda certe pagine della Scrittura, in cui certi quasi eroi finiscono con il rimanere intrappolati nella rete delle loro miserie.
Il monito di un fantasma
C’è del sacro in queste ripresentazioni. Un memoriale, abbiamo detto poco sopra. Sì, un ricordo che si invera nello squadernarsi delle nostre vite di tutti i giorni, quando ci si alza la mattina desiderosi di compiere chissà quale miracolo sociale e poi, travolti dagli eventi, le nostre filosofie senza eternità si sgretolano sui frangionde della necessità, la monolitica ananke complice di un tempo sempre affamato di figli. E nel frattempo, ogni Antonio di turno, per quanto umanizzato dall’apparenza di certi sentimenti, ci mostra come la realtà sia sempre più forte e decisiva di ogni verità contingentata, di ogni vero disposto ad annullarsi quando, oltre i suoi limiti, non gli si conceda lo spazio di nessuna eternità.
E forse, in ultima istanza, quello spirito di Cesare che ad un certo punto comincia a vagare e a consegnare spettri di parole, altro non significa se non questo: ciò che rimane ad ogni pretesa di giustizia, quando questa non sia affidata all’eterno: un fantasma.
Seguici su Facebook, Twitter, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads e YouTube. Grazie

