“Son qui: m’ammazzi” di Francesco Piccolo è un passo importante a favore della piena consapevolezza di genere da parte degli uomini. Attraverso esempi più o meno scontati, analizzando alcune delle più note opere della letteratura italiana di tutti i tempi emerge un’assimilazione passiva del patriarcato
La letteratura contribuisce, al pari di tutte le altre arti, con le proprie opere e il proprio specifico codice espressivo, a costruire, veicolare, mettere in discussione, decostruire l’immaginario collettivo.
Se la trasmissione e divulgazione di schemi e modelli collettivi può forse dirsi ed essere spesso considerata inconsapevole, non solo in ambito letterario, in quanto quegli schemi, quei modelli del pensare, agire e progettare sono latenti e si annidano in ogni manifestazione e, di conseguenza, anche in ogni rappresentazione del reale, anche la più fantasiosa e fantastica, la loro messa in discussione critica, invece, non è mai improvvisata e inconsapevole, giacché comporta sempre una scelta, una volontà, una visione del mondo e del genere umano: mostrare e scardinare qualcosa che abita le nostre menti, le nostre azioni, il nostro modo di guardare non solo al presente e al passato, ma anche a quella cosa immateriale e non ancora esistente quale è il futuro, condizionandone in modo significativo gli sviluppi.
L’assimilazione passiva…
Nell’immane lavoro di analisi e messa in discussione di schemi e modelli di pensare, agire, immaginare il maschile, il femminile e i rapporti tra i generi, che sono alla base della società e del nostro muoverci e relazionarci al suo interno, che è finalmente iniziato e sta coinvolgendo un numero sempre maggiore di ambiti e soggetti, è impegnata anche la letteratura, dal momento che emergono al suo interno, in numero sempre maggiore, le voci critiche delle donne e di quanti, fra gli uomini, analizzano e decostruiscono i modelli, i linguaggi, gli schemi del patriarcato attraverso il loro lavoro di scrittori e letterati. Tra questi ultimi, una voce autorevole, decisamente consapevole del ruolo che le belle lettere debbano svolgere in questa campagna di civiltà è Francesco Piccolo che, da anni, attraverso i suoi scritti e interventi analizza e scarnifica l’assimilazione passiva del patriarcato, che riguarda tutte e tutti, e in particolare — questo sta a cuore a Piccolo, in quanto uomo e scrittore — il genere maschile.
Quanti esempi
Così è stato ne L’animale che mi porto dentro, Einaudi, 2018, in cui analizzava la cultura e “il culto” del maschio assimilati attraverso il proprio contesto socio-culturale e familiare, così è ora in Son qui: m’ammazzi. I personaggi maschili nella letteratura italiana (160 pagine, 15 euro), sempre Einaudi, edito da poco. Anche se, in quest’ultimo, a differenza del primo, Piccolo si dedica all’analisi della propria arte, prendendo in esame schemi e modelli maschili (di conseguenza, anche femminili) che il patriarcato ha trasmesso a generazioni di lettori e lettrici, attraverso le opere degli scrittori di genere maschile più autorevoli della nostra tradizione letteraria, a cominciare dal Decameron di Giovanni Boccaccio per finire con Via Gemito di Domenico Starnone. E l’esperimento riesce, colpisce, sorprende, in quanto la nostra letteratura è intrisa di patriarcato, basti pensare innanzitutto agli amanti furiosi che la popolano, come Orlando, ne L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, classico letterario che si legge e studia sui banchi di scuola, ma anche come lo stralunato Milton di Una questione privata di Beppe Fenoglio, esempio meno scontato ed evidente, ma che, attraverso la lettura di Piccolo, lascia trasparire come a un certo punto non gli interessi più la ragazza di cui è innamorato — Fulvia — in sé stessa, o il proprio amore per lei ed eventualmente quello di lei per lui, quanto piuttosto la propria ossessione privata — sapere se tra lei e l’amico Giorgio sia successo qualcosa e, in sostanza, sia stato “tradito” —, che sovrasta e oltrepassa la questione pubblica — la lotta resistenziale contro il nazifascismo. Stando così le cose, Milton, come ogni altro maschio ferito e (presumibilmente) tradito, è esclusivamente interessato a sé stesso, alla propria immagine al cospetto degli altri e l’incertezza lo dilania, lo fa vacillare e vagare senza posa alla ricerca della risposta.
È difficile, addirittura faticoso, leggere e cogliere Milton in questa chiave: è un personaggio letterario molto amato da generazioni e generazioni di lettori e lettrici. È una sorta di eroe tragico, post-romantico, guai a oscurarne l’aura.
Seduttori, inetti, silenti
Al vaglio dell’analisi di Piccolo sono poi sottoposti i seduttori incalliti, anche quelli che, nonostante l’avanzare degli anni, trovano il modo di legare e vincolare alla loro persona e immagine pubblica giovani e avvenenti donne, specie quelle bisognose di riscatto e conferma sociali, come nel caso di don Fabrizio Salina e Angelica ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Vengono, poi, analizzati gli inetti sentimentali alla Zeno Cosini ne La coscienza di Zeno di Italo Svevo, incapaci di amare in modo genuino e diretto, che per lo più si trasformano in predatori sentimentali e in uomini “ridicoli”.
Viene anche affrontata e analizzata l’assoluta difficoltà di parlare di sentimenti fra maschi, in particolare della sofferenza e delusione derivanti da un rifiuto vissuto in ambito sentimentale, come avviene fra padre e figlio ne Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani.
C’è, infine, trasversale a tutte le opere analizzate, la presenza di un codice “deontologico” maschile — comportarsi da maschio, secondo i canoni del patriarcato —, cui non è possibile derogare e che più o meno consciamente regola le vite di tutti i personaggi maschili narrati e, conseguentemente, anche quelle delle figure femminili che interagiscono con loro. Infatti, chi e qualora agisca in modo diverso, come fa l’Innominato davanti alle suppliche di Lucia, ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, smette di agire “da uomo”, venendo apparentemente meno alla propria vera natura e, cosa ben peggiore, finisce col non sapere con chiarezza quali siano la sua identità e il suo ruolo sociale, tantomeno se e quali possano essere l’immagine e il ruolo alternativi e differenti a quelli canonici del maschio, prescritti dalla cultura patriarcale.
Niente modelli alternativi di maschio
L’essenza dell’analisi di Piccolo risiede proprio in questo: evidenziare l’assenza di un modello alternativo di maschio, o meglio, di maschile, a quello veicolato dal canone letterario e passivamente assimilato dalle menti e dalle coscienze dei lettori di genere maschile, formatesi “leggendo tutti i personaggi maschili, libro dopo libro, negli anni, in tutta […] la vita”.
L’adultità delle collettività, come quella dei singoli, passa attraverso la consapevolezza di ciò che si è — il Sé —, della propria cultura e visione della vita, del proprio agire.
In questo senso, Son qui: m’ammazzi compie un passo importante a favore della maturazione e piena consapevolezza di genere da parte degli uomini, e non solo.
Seguici su Facebook, Twitter, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads e YouTube. Grazie

