In “Sarah, Susanne e lo scrittore”, Éric Reinhardt intreccia realtà e finzione attraverso un raffinato gioco a tre voci: Sarah, la protagonista; Susanne, il suo alter ego narrativo; e lo scrittore, che trasforma la sua storia in letteratura. In questo racconto di verità frammentate e identità speculari, il lettore si muove tra autobiografia e invenzione, interrogandosi continuamente su cosa sia autentico e cosa costruito
Finalista al Premio Goncourt, Sarah, Susanne e lo scrittore (384 pagine, 19 euro) di Éric Reinhardt, edito in Italia da Fazi, con la traduzione di Anna D’Elia, racconta la storia di Sarah, moglie e madre la cui vita si sta lentamente sgretolando a causa di un matrimonio in crisi. Per elaborare ciò che le sta accadendo la donna si rivolge a uno scrittore, il quale racconterà la sua vita attraverso un alter ego di nome Susanne. In tal modo lo scrittore si immergerà a propria volta nella storia di Sarah, esplorandone il mondo interiore grazie al potere straordinario della letteratura.
Un romanzo, tre voci, la stessa storia
Tutto ha inizio quando Sarah, una donna segnata da un’improvvisa malattia e da un matrimonio in frantumi, affida la propria storia, ricca di clamorosi colpi di scena, a uno scrittore per elaborarne il dolore, per ritrovare un senso e per essere ascoltata. Ma non sarà lei a gestire la narrazione: sarà lui, lo scrittore – anonimo ma onnipresente – a filtrare, ricostruire e reinventare la sua esperienza, cambiando piccoli dettagli e dando vita a un personaggio tutto nuovo di nome Susanne Sonneur.
Il divertimento dell’opera è tutto qui: Susanne non è Sarah, ma le somiglia terribilmente. Vive in un’altra città (Digione) e svolge un’altra professione (la genealogista), tuttavia condivide con la nostra protagonista dettagli intimi e abitudini maniacali, come tormentarsi le pellicine delle dita o coltivare l’amore per la letteratura e l’arte. L’arte, nel romanzo, svolge infatti un ruolo fondamentale; fa da specchio fra le anime delle due donne protagoniste. Ed è attraverso Susanne che entriamo appieno nella storia.
Sarah aveva quella mania lì, sì, lo confessava, ma non in modo così estremo come l’eroina del suo libro…
Il potere maieutico dello scrittore
Attraverso un insolito espediente metaletterario, veicolato principalmente mediante l’utilizzo del discorso indiretto, Reinhardt costruisce una macchina narrativa affascinante in cui la voce dell’autore si intreccia con quella delle due donne e la storia stessa diventa oggetto di riflessione. Sarah non è solo il soggetto narrato, ma anche la lettrice del romanzo che il suo confidente sta scrivendo: interviene, si oppone, lo corregge. Così, pagina dopo pagina, il confine tra ciò che è reale e ciò che è fittizio si dissolve; l’identità delle due donne si sovrappone, muta, si scinde e si ricompone. E con esse cambia anche la nostra percezione del narratore: chi è, davvero, lo scrittore?
Come in ogni opera di autofiction, genere in cui Reinhardt si muove con destrezza, la domanda che ci tormenta è sempre la stessa: cosa c’è di vero e cosa, invece, è invenzione? Lo stesso autore gioca apertamente con questa ambiguità.
Il lettore comprende dunque che, dopo la malattia stessa, al centro del romanzo vi è il naufragio di una vita coniugale fondata su silenzi, omissioni e inganni. Quando Sarah scopre che il marito detiene il 75% della loro casa – e non il 50%, come ha sempre creduto – qualcosa fra i due si rompe definitivamente. Il tentativo della donna di ristabilire l’equilibrio fallisce e lei decide di allontanarsi, nella speranza di risvegliare la coscienza del marito. Ma la sua assenza non genera alcuna reazione, anzi, viene lentamente estromessa dalla vita familiare, abbandonata da marito e figlia. Solo il figlio maschio, con la sua timida presenza, sembra conservare un barlume d’affetto nei suoi confronti.
Trasferitasi in una nuova casa, spoglia e cupa come il suo animo, Sarah osserva da lontano il mondo che ha perduto. Si ritrova talvolta a spiare la sua vecchia dimora, finendo così per accorgersi che i propri cari sono andati avanti senza di lei. Sarah, ormai, non esiste più.
Un presente immobile e stagnante in cui Sarah sprofondava, circolare, inebriante…
Susanne: una via d’uscita immaginaria
È qui che Susanne diventa necessaria. Più forte, più lucida e forse più libera, il suo alter ego compie – almeno in apparenza – ciò che Sarah non riesce ad affrontare. Rientra in possesso della propria vita, si interroga sul significato di un misterioso quadro raffigurante due monache – quadro dal forte valore simbolico che, per scelta dello scrittore, il personaggio di Susanne aveva acquistato proprio all’inizio della storia come simbolo delle tensioni interiori della protagonista – e cerca una via di salvezza nella creatività. Lo scrittore, nel darle voce, esplora anche se stesso: Susanne è il risultato di una fusione emotiva tra la storia di Sarah e le sue esperienze personali, i suoi ricordi, le sue letture.
Il suo dipinto, detto dall’antiquario, fu come una freccia potente e voluttuosa che si piantò nel cuore di Susanne, proprio al centro del bersaglio.
Romanzo sul romanzo, inno alla letteratura
Sarah, Susanne e lo scrittore è un’opera originale che mette in scena il processo stesso della scrittura: l’ispirazione, la manipolazione del reale, la costruzione del personaggio, l’interferenza fra creatore e creatura. Reinhardt porta alle estreme conseguenze il meccanismo dell’autofiction, rendendo i suoi protagonisti delle figure a metà fra la vita e la narrazione. Nessuno dei tre – Sarah, Susanne e lo scrittore – esiste al di fuori della pagina, eppure li sentiamo vivi, autentici e nondimeno contraddittori.
Nonostante il forte valore simbolico, il romanzo non offre consolazioni. Sarah è una donna spezzata, condannata a una memoria che non riesce a lasciarsi alle spalle, i cui tentativi di riscatto vengono ostacolati da un ambiente familiare che la esclude e da un dolore che la intrappola. Ma forse, consegnando la propria storia allo scrittore, Sarah ha compiuto il primo passo per lasciare andare quel dolore. Forse solo raccontandosi in terza persona può sperare, un giorno, di vivere di nuovo per se stessa.
Lo scrittore riusciva a capirla, era chiarissimo cosa aveva fatto in quelle ore di solitudine. Susanne, dal canto suo, rifletteva sul romanzo, prendeva appunti, passava ore a scrutare il dipinto sdraiata sul letto. Ma Sarah come aveva impiegato quei primi giorni?
Magnetico e intrigante, Sarah, Susanne e lo scrittore è un dispositivo che ci cattura e ci mette in discussione. Pochi personaggi, ambientazioni semplici, e una forza emotiva e narrativa attraverso cui il lettore è costretto a dubitare, a rivedere, a ricostruire. E proprio in questo smarrimento si nasconde l’essenza più autentica dell’opera: una riflessione profonda sulla fragilità dell’uomo, sull’illusione del controllo e sul potere salvifico ed empatico della scrittura.
Seguici su Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

