Si moltiplicano i libri sul cambiamento climatico. Ci piace segnalare volumi di Wolfgang Behringer, Jonathan Safran Foer e Leonardo Sciascia È a rischio il nostro intero modo di vivere, la conoscenza dei problemi, attraverso la lettura, è un formidabile modo di reagire…
La genetica classica distingue genotipo e fenotipo. Se il primo si riferisce al patrimonio genetico intrinseco di un individuo, fatto dall’insieme dei suoi geni, il secondo indica, invece, la possibilità che il genotipo si esprima realmente, in relazione alle condizioni ambientali esterne. Tutti gli esseri viventi, di conseguenza, sono figli dell’ambiente in cui crescono, e, da questo punto di vista, il clima rimane alla base della esplicitazione dei nostri caratteri, come anche della nostra coscienza, della nostra psicologia, della nostra anima. Non è un caso che negli ultimi decenni scienze naturali e antropologia, biologia e cultura dei popoli si siano ancora più intrecciate.
Ci sono molti testi che negli ultimi anni sono stati pubblicati sul rapporto tra clima e uomo, e molti se ne vanno aggiungendo nei cataloghi. Il motivo è ovvio: il cambiamento climatico, le paure che innesca, le soluzioni che abbiamo (poche purtroppo).
Ogni evoluzione figlia del clima
Un primo volume che vorrei segnalare è Storia culturale del clima: Dall’Era glaciale al riscaldamento globale (352 pagine, 15 euro) di Wolfgang Behringer (Bollati Boringhieri). Il testo analizza come la specie umana e ogni sua evoluzione, fisica e appunto culturale, siano figlie del clima. Guerre, nascita e morte delle civiltà, migrazioni, tutto ha una sua motivazione nelle mutazioni del clima.
Facciamo alcuni esempi.
La caduta della dinastia cinese Ming, agli inizi del Seicento, fu in gran parte legata ad una crisi alimentare provocata dalla cosiddetta piccola era glaciale. La stessa PEG, piccola era glaciale in acronimo, determinò in Europa sconvolgimenti epocali, portando carestie ed epidemie, acuendo quando non innescando le crisi politiche che sfociavano poi in terribili conflitti (la Guerra dei Trent’anni, per citarne una).
L’autore collega al clima anche l’evoluzione delle espressioni artistiche e letterarie, come del rapporto con la religione. Molta pittura del Seicento, così come molta letteratura, sono espressione del winter blues, della malinconia tragica degli inverni senza fine. E del resto è noto da tempo che è stata una fluttuazione del clima a favorire la diffusione della grande peste trecentesca che ha ridefinito il volto della cultura e della storia europea. Il clima, lo sappiamo, è sempre mutato, lentamente ma in alcuni casi anche velocemente. Il problema, oggi, è che la forzante antropica, dovuta alle nostre attività industriali, sta interferendo in modo del tutto inedito con un sistema di per sé già instabile.
La crisi climatica e il nido familiare
Se vogliamo, però, allontanarci dal campo della saggistica propriamente detta, non possiamo che citare quello che è ormai un piccolo classico, seppur uscito poco più di sei anni fa. Mi riferisco a Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima cambia (320 pagine, 14 euro) di Jonathan Safran Foer (Guanda). È un libro illuminante – verrebbe da dire pensando al titolo del capolavoro di Safran Foer – dove la nota capacità dell’autore di mescolare la Storia di tutti con le storie intime e personalissime sue e dei suoi personaggi, gli permette di dare da un lato informazioni precise sulle cause e i possibili scenari futuri dell’attuale crisi climatica e, dall’altro, di parlare di sé e del suo nido familiare, proprio perché la nostra vita è parte di un tutto, socialmente e biologicamente.
Del resto, più che seguire numeri e dati sullo scioglimento dei ghiacciai, alpini o polari che siano, per parlare di clima basta guardarci attorno: resisteranno alle neo estati, con 8 gradi sopra le media per settimane e settimane, il viale alberato sotto casa, le querce della casa di campagna, il nostro paesaggio, la cerealicoltura, l’olivicoltura da anni in calo di produzione? Per non parlare delle conseguenze sui sistemi urbani di cui abbiamo già avuto prova nelle scorse estati. Sembra un’apocalisse, non molto diversa rispetto a quella dei film di fantascienza, una distopia che paradossalmente incrina la nostra fiducia nel futuro anziché stimolarci nel dare credito alla scienza e ai climatologi. Sì, perché l’ennesima crisi planetaria (ma, come abbiamo visto, forse la causa di tutte le crisi), sta portando a nuove derive anti scientifiche, dove chi da anni aveva previsto ciò che ora sta accadendo viene visto non come una guida contro ulteriori disastri, ma come un untore, parte attiva di un complotto contro la forza primigenia dell’essere umano, libero, incosciente e irresponsabile di fronte all’universo.
La precarietà degli agroecosistemi siciliani
Mi piace concludere con una poesia che dà il titolo all’unica, giovanile, raccolta in versi di Sciascia, La Sicilia, il suo cuore (Adelphi). Si tratta di una dolente descrizione della Sicilia gialla, quella della porzione centro meridionale dell’isola, un luogo aspro, ingrato, seppure bellissimo. Ne riporto gli ultimi versi:
Gli antichi a questa luce non risero,
strozzata dalle nuvole, che geme
sui prati stenti, sui greti aspri,
nell’occhio melmoso delle fonti;
le ninfe inseguite
qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
non nutrirono frutti agli eroi.
Qui la Sicilia ascolta la sua vita.
La nostra terra è una terra di confine, a poche centinaia di chilometri dal più grande deserto del mondo. Gli equilibri degli agroecosistemi erano già molto fragili prima del global warming che, di conseguenza, potrebbe scatenare un cambiamento radicale dell’intero nostro modo di vivere. Le armi che abbiamo in mano sono poche. Ma, tra queste, i libri e la conoscenza risultano sempre le più formidabili.
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