«Una generazione che non parla e quando lo fa non viene ascoltata da nessuno». È, in sintesi, l’affresco dell’esordiente Leonardo San Pietro, autore di “Festa con casuario”, in cui fotografa il guaio di diventare adulti, i giorni confusi e incomprensibili dei giovani d’oggi. Tutti a fare i conti con l’imponderabile, con le paure, con gli ostacoli, rappresentati da un animale bizzarro e pericoloso…
Qualche settimana fa Leonardo San Pietro ha festeggiato il suo ventottesimo compleanno, uno dei più sorprendenti, dopo la pubblicazione della sua opera prima per Sellerio, un racconto lungo nato come esercizio alla scuola Holden. Alt. Chi scrive non ha pregiudizi, non esalta e non demonizza la Holden, non la considera il paradiso o l’inferno. È un luogo che da qualche decennio fa i conti con la scrittura a trecentosessanta gradi, dove lavorano grandi scrittori e menti eccelse, ma anche autori tutt’altro che notevoli e individui che, secondo me, nel proprio campo magari non hanno sfoggiato il talento o la qualità che taluni attribuiscono loro. Fatta questa premessa e aggiungendo che questo nuovo giovane scrittore ha nuotato, nel bene e nel male, in un milieu che ha favorito le sue inclinazioni letterarie (genitori entrambi fondatori della scuola Holden, mamma editor di autori superlativi e leggendari, sorella gemella foriera di consigli), adesso Leonardo San Pietro, che ha lasciato Torino per Bologna, è solo quel che scrive, il modo ironico e autoironico in cui lo scrive, i pensieri che sprigiona e che può accendere. E quel che scrive è, per larghi tratti, da applausi, con una sfrontatezza e un coraggio che gli vanno riconosciuti.
… questo gli fa venire in mente che la nostra vita accade quasi tutta fuori da una limpida sintassi, e che anche quando accade all’interno di una limpida sintassi sbrodola continuamente, e che forse le frasi che scriviamo e i romanzi che leggiamo sono una specie di immenso tovagliolo per pulirci gli angoli luridi della bocca.
L’ennesimo party della letteratura
«Un atto inutile da cui dipende qualcosa di fondamentale, la vita di una persona». A pagina 60 di Festa con casuario (157 pagine, 17 euro) c’è un buon riassunto di questo libro, dalla lunga gestazione, di Leonardo San Pietro. Il quale attinge a uno dei temi eterni della letteratura, la festa – dal Satyricon a Romeo e Giulietta, dai party di Jay Gatsby magistralmente raccontati da Francis Scott Fitzgerald a quelli straripanti di sesso, droga e alcol di Ellis – per raccontarci il presente, la «sofferenza delle persone» («invisibile, intricatissima, solo cinque centimetri dietro la fronte, a scrivere la nostra vita»), i loro desideri inadeguati, la loro confusione, ansie, insicurezze, paure, i giorni incomprensibili che si susseguono quando l’età adulta non è davvero arrivata. Facile, penserà qualcuno, si limita a raccontare quel che vede, quel che vive; eppure non è affatto semplice catturare il presente, senza rimuginarci un po’, senza guardarlo un po’ già passato, alle spalle. Ma una festa potrebbe non bastare a raccontare l’oggi e i suoi protagonisti («una generazione che non parla e quando lo fa non viene ascoltata da nessuno») e allora Leonardo San Pietro ha tirato fuori dal cilindro un casuario, uno struzzo, ma molto più bizzarro e pericoloso, che ha il suo habitat naturale in Oceania ma che, per esigenze narrative, lui piazza nei pressi della villa della festa di compleanno di Isa M; cosa rappresenta il casuario? L’imponderabile, le sfide della vita, i problemi spiccioli e quelli che mettono in crisi, tutto quello che fa venire a galla quel che siamo davvero. Spiazza e regala tensione la “comparsa” del casuario. Un biglietto destinato alla festeggiata minaccia di morte Ezio, per lei qualcosa più di un amico, che però sta ritardando: se nessuno sarà capace di toccare il pericolosissimo animale, per Ezio, amatissimo da tutti i colleghi, non ci sarà scampo. Scherzo o realtà, tutto ruota attorno a questa intimidazione.
Spezzare l’inerzia
Nel bel mezzo del caos e di eccessi (c’è chi si apparta per fare l’amore, chi beve, chi si droga), di vuoti e solitudini struggenti, di «sane malinconie» e «allegrie posticce», sebbene coltivati in seno a un’élite – quasi tutti studenti di Lettere, molti figli di famiglie benestanti – il clima fa in fretta a cambiare. E c’è qualcuno che decide di spezzare l’inerzia, che sceglie il da farsi, fra dubbi e timori, per stanare il casuario, «innocuo piccione e orso letale».
Il mondo è di colpo un luogo troppo vasto e troppo complicato per muovere anche solo un singolo passo in una qualsiasi infinita direzione. […] E vorrebbe aggiungere che essere adulti è una minaccia, essere adulti gli sembra la cosa più terribile.
I brevi capitoli sono narrati ciascuno dal punto di vista di uno dei partecipanti alla festa, ognuno col suo stile linguistico, che è comunque scoppiettante, originale, spiazzante, alla ricerca di metafore inedite, ardite, che scompaginano quel che si potrebbe comunemente aspettare. Il finale è un concentrato di sorprese. Non si scorda facilmente questo romanzo di Leonardo San Pietro, per le tante domande che ci facciamo assieme a lui e ai suoi personaggi. Per il divertimento che l’ha animato nella scrittura, divertimento che si percepisce tutto, per il tentativo di illuminare il buio, di dare forma al dolore, di non nascondere, di non nascondersi, gli ostacoli dell’esistenza.
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