Un pescatore in Camerun qualche decennio fa, uno psicologo nella Francia del presente. Sono nonno e nipote, non si conosceranno mai, sono i protagonisti del bel romanzo di Hemley Boum, “Il sogno del pescatore”. Una doppia storia quasi speculare, facendo i conti con inganni, traumi, gabbie, e il progressivo allontanarsi dalle radici…
Quindici anni di carriera a ritmo sostenuto per Hemley Boum, camerunense che scrive in francese e che Oltralpe miete riconoscimenti e consensi, anche presso i lettori. L’opportunità di conoscerla arriva grazie alla casa editrice e/o e all’infaticabile opera di traduzione di Alberto Bracci Testasecca, che ha firmato in modo ineccepibile le versioni in italiano dii molti grandi successi transalpini portati da e/o nelle nostre librerie, da Bussi a Schmitt, da Rufin a Perrin, a Barbery, per fare qualche esempio. Il sogno del pescatore (295 pagine, 18,50 euro), questo il titolo del romanzo di Hemley Boum, è a suo modo una saga familiare, una corsa forsennata lunga decenni, dal Camerun alla Francia, da un nonno a un nipote, le cui storie si alternano.
Da Douala a Parigi
Appena si presentò l’occasione mi modificai leggermente il nome, non molto, una ipsilon al posto di tre lettere. Comunque nessuno mi aveva mai chiamato Zacharias, gli amici mi chiamavano Piccolo Pa’, come avevano sentito da mia madre…
Zachary Mecobé, spesso contratto in Zack, è un giovane uomo del terzo millennio, psicologo a Parigi (finito in quella facoltà «per un terribile concorso di circostanze»), ma cresciuto in un quartiere popolare di Douala, in Camerun («con una madre severa ma amorevole»), che del suo passato recente e remoto non intende saperne molto, anzi non gli dispiacerebbe disfarsene. Zacharias Mecobé è suo nonno, vissuto in un villaggio di pescatori, Campo, nel Camerun meridionale. Le loro esistenze parallele, martoriate, quasi speculari, a loro modo di sognatori, scorrono grazie alla prosa di Hemley Boum con la quieta eleganza dei grandi romanzi. L’anziano Zacharias – in un microcosmo sconvolto dall’irrompere della modernità, che sgretola una cultura ancestrale – finirà in prigione, con l’accusa di un furto che rimbomba nella piccola comunità di cui fa parte. La figlia minore Dorothée fuggirà, inizierà a vendersi, metterà alla luce un figlio senza padre, colui che si ribattezzerà Zachary. E proprio lui, il nipote di Zacharias, in qualche modo, prolungherà questo allontanamento dalle radici, entrando però in crisi, perché per ritrovarsi, per riprendersi la propria vita, dovrà guardarsi indietro, capire davvero da dove è arrivato, da dove tutto ha avuto inizio. Entrambi – a una cinquantina d’anni di distanza – finiscono per fare i conti con inganni, traumi e gabbie.
La salvezza nelle donne
Rimuovere le proprie origini per costruirsi una nuova identità è la strada giusta? Fra stregoni e leggende, gioie e lacerazioni, cadute e smarrimenti – più dei personaggi maschili che di quelli femminili (che sono dure e caparbie, impermeabili alla tristezza), Hemley Boum prova a rispondere. Sotto il suo microscopio narrativo finisce l’esilio di Zack (narratore in prima persona nei capitoli che lo riguardano), costretto ad andar via, sotto i suoi occhi scorrono studi, storie d’amore, conti con il razzismo, vite non vissute. Tra il dolore e l’intima convinzione che l’amore esista. Tra donne, la moglie, la madre, che gli hanno salvato la vita. Viva Hemley Boum, viva la letteratura che trascina, che resiste, che commuove, che incanta.
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