Veronica Galletta, se i sogni sono infranti e l’incanto è finito…

Nostalgia e disillusione in “Malotempo” di Veronica Galletta, sequel di “Pelleossa”. Il ragazzino protagonista del primo romanzo adesso è un uomo alle prese col presente e col passato, con il luogo d’origine in cui irrompe la modernità – siamo nella Sicilia degli anni Sessanta – con l’evocazione l’evocazione di un’epoca dove tutto sembra andare storto, ricostruzione romanzesca di una certa Italia del presente…

Ritorno a Santafarra, potrebbe intitolarsi così il romanzo che Veronica Galletta dedica al prosieguo della storia iniziata con “Pelleossa” (qui l’articolo), e uscito per Minimum Fax. Invece si intitola Malotempo, perché in effetti è una storia di tempi complessi, di piani che mescolano segreti sepolti di ieri e abusi edilizi di oggi, sculture di pietra e colate di cemento mafiose che si parlano e intrecciano i loro rimandi da una storia all’altra. In mezzo, una crescita che ha poco di formativo, ma molto di insoddisfatto, sfatato e infelice.

Del mondo incantato dell’infanzia

È così che ritroviamo Paolo, il Paolino della storia precedente: uomo adulto, di ritorno a Santafarra per il funerale del suo amico scultore, Filippu, colui che aveva messo su il giardino delle teste parlanti conosciuto del precedente romanzo. Era un luogo magico, dove Paolino sentiva le teste di Pirandello, Garibaldi e tanti altre personaggi parlargli, tra fantasia e realtà, in un mondo che sapeva di incanto e ben si addiceva a un ragazzino che sembrava perduto in un suo mondo fatto, appunto, di incantesimi e magie.
Paolo ora vive a Palermo, è sposato e ha due figli, che tuttavia in questo romanzo restano sullo sfondo perché al centro della vicenda non c’è un percorso di successo, ma piuttosto un grumo irrisolto di insoddisfazione che pulsa sotto il peso schiacciante di rimorsi troppo grandi per essere affrontati direttamente. A Santafarra sono gli anni Sessanta, la storia si volge tra il dicembre del ’67 e il gennaio del ’68: è arrivata l’apparente modernità fatta di cemento, costruzioni, vie di comunicazione che collegheranno il paese ai grandi centri dell’isola. A scapito ovviamente dell’incolumità pubblica, della giustizia, e persino dei ricordi. Pensando a Filippu e alle sue teste, che ora sono mute, Paolo adulto si scontra con la cruda realtà di sogni infranti contro un muro di realtà ben poco incantata.

Testa contro teste

Distratto, assente, rapito dal malessere, figlio insomma di un malotempo: questo è il nuovo Paolo Rasura. I suoi giorni a Santafarra si alternano tra ringhiosa invidia per le vite realizzate degli altri, apatia figlia della sua carriera di artista fallito, debolezza davanti a una realtà che cambia inesorabile, lasciando indietro, al mondo dei ricordi, della magia perduta, il suo tempo felice – protetto, salvato – con Filippu e con le teste. Paolo è un ciondolo che oscilla tra l’inappagata soluzione all’essere cresciuto, diventando adulto, e l’illusione che si racconta sul ritorno a Palermo, che si sposta di domani in domani, senza arrivare mai. Filippu non c’è più, il suo giardino è a rischio, perché proprio da lì deve passare la superstrada, e le teste sembrano non avere più voce, non regalare più futuro. Solo i sogni guardano avanti, ma per afferrarli e inseguirli ci vuole la determinazione dei ragazzini che oggi tentano di salvare il giardino, e che Paolo non trova più.
A restare solide nel terreno dell’immaginazione e della purezza, però, ci sono proprio le teste scolpite da Filippu, emanazione di un modo di vedere il mondo, tra fantasia e purezza infantile, che richiama da un lato la vera storia dello scultore di teste Filippo Bentivegna, dall’altro la rete intertestuale del libro, tra nuovi personaggi come Rachel Carson e Garcia Lorca, avvantaggiata dal dialetto, mescolato qui all’italiano in maniera forse meno evidente rispetto a Pelleossa, ma comunque parte integrate del ritmo e del suono della storia.

Di mappe, e di cantieri

Per il lettore che già conosca la scrittura di Veronica Galletta non sarà difficile individuare in questo romanzo due grandi temi cari alla scrittrice (qui una sua videointervista, qui un suo articolo). Il libro si apre infatti con una mappa dei luoghi “immaginari e non” che sembra guardare indietro a Le isole di Norman (qui l’articolo), esordio di qualche anno fa, che sullo spazio e i percorsi tra luoghi aveva costruito la propria trama. E a proposito di costruzioni, non può non emergere anche l’eco ingegneristica, al centro di Nina sull’argine (qui l’articolo), perché qui si parla di cantieri, di autorizzazioni, di progetti e di edilizia, e il profilo di ingegnere di Galletta è chiamato in causa. Sono spunti e temi di un progetto narrativo che, allargato a due romanzi, si prospetta come una sorta di saga, con i suoi personaggi, la loro evoluzione – o talvolta involuzione – e la prospettiva ampia che occorre ad approfondire la psicologia di ciascuno nelle maglie del tempo che passa, cambia, e delle vicende umane di un Malotempo che non è solo il nome di una contrada ma, piuttosto, l’evocazione di un’epoca dove tutto sembra andare storto e tutto viene facilmente dimenticato. La ricostruzione romanzesca di una certa Sicilia e di una certa Italia di oggi.
Anche il soggiorno di Paolo è un confondersi di ricordi all’indietro e personaggi dell’oggi sfuggenti, quasi un’odissea che lo tortura tappa dopo tappa nel viaggio, difficile, di ritorno. Chi è per esempio lo strano antiquario che cavalca i suoi sogni infranti e la frustrazione che ne deriva? E dove sono finite alcune delle teste di Filippu? Ancora una volta, mondi immaginari e reali (la mappa all’inizio del libro lo annunciava) si incontrano sulla carta e nell’inchiostro di Veronica Galletta, verso un finale che rinsalda la connessione profonda delle storie di Santafarra alla Sicilia vera, i cui sentimenti, personaggi e storture filtrano in una storia intrisa di disillusione, e gonfia di nostalgia.

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