Sono pagine di indimenticabile narrazione poetica, quelle che dedica Nino De Vita all’amico Leonardo Sciascia. Nel commovente e lieve “Noi ci ricorderemo” ricordi e incontri del poeta col maestro di Racalmuto. E interpretazioni e suggestioni che anche i più fedeli lettori di Sciascia non avevano forse mai colto…
Ho tra le mani un libro molto particolare, la biografia di un mondo, di un esperimento culturale, di un laboratorio unico, la Sicilia ai tempi di Leonardo Sciascia. Il libro è Noi ci ricorderemo (170 pagine, 18 euro) di Nino De Vita (Le Lettere, 2025), nello stesso tempo sorpresa e testimonianza attesa da tempo, per chi ha sempre conosciuto il legame tra il poeta, uno dei massimi esponenti della poesia contemporanea, e il nostro Sciascia. Nostro perché lo abbiamo amato, nostro perché apparteniamo alla sua lezione, nostro perché ne siamo tuttora orfani.
Sodali esploratori di anime
È, dicevo, un libro particolare, unico. Perché fatto da tante scene, come un’opera di teatro, ora brevi racconti, ora straordinarie storie in versi, siciliani e italiani, con quella forma inimitabile che ha fatto del poeta un riferimento per tutti quelli che leggono la Sicilia (il mondo, oserei dire) oltre lo specchio sbiadito della letteratura di intrattenimento.
De Vita narra, spiega, illustra venti anni di frequentazione assidua e viva amicizia con Sciascia, in una Palermo caotica e crepuscolare.
De Vita conobbe Sciascia nel 1969 a casa di Enzo Sellerio: “venga” gli disse il fotografo, “le presento Leonardo Sciascia”. Poche parole che cambieranno per sempre la vita e la visione delle cose del giovane De Vita: i due, poco a poco, diventeranno sodali esploratori di anime. Come, acuto e intelligente, ci fa notare Massimo Onofri nella prefazione, ci si immerge con piacere in queste scene, deliziandosi; eppure si impara, si scoprono e si riscoprono interpretazioni e suggestioni che anche i più fedeli lettori di Sciascia non avevano forse mai colto. Ci sono, poi, tutte le trame della tela che Sciascia aveva tessuto tra tanti intellettuali siciliani, unendone le intenzioni, di chi amava e di chi amava meno.
Tra la Noce e i viaggi in auto
C’è la campagna della Noce, tra silenzi, dialoghi familiari e tanti felici incontri; c’è il dolore straziato di Sciascia nelle ultime ore del suo Calvino; ci sono figure troppo spesso dimenticate, c’è la distanza amara con Danilo Dolci e ci sono Buscetta e la mafia allora invincibile; c’è la scoperta di Bufalino. Questa scoperta è, in questo libro, raccontata con una grazia unica, nessuno che ama la letteratura siciliana la può perdere. De Vita ne è testimone in prima persona, partecipe eppure lucidissimo: è tra i primi nel 1980 che ha tra le mani il dattiloscritto di Diceria dell’untore (Bufalino deve avere un romanzo nel cassetto, per forza, chiedetegli – così predicava Enzo Siciliano ad Elvira Sellerio). Quanti viaggi in auto, De Vita e Sciascia e Bufalino a parlare di libri, del Proust amato dallo scrittore di Comiso, molto meno da Sciascia.
E ci sono due ultime scene che mi piace segnalare. Quella in versi, stupenda, sulla tragica figura di Antonio Castelli, i suoi ultimi giorni, la ricerca di Sciascia, la galleria Arte al borgo di Maurilio Catalano, ultimo rifugio per quelle anime nobili. E poi la visita nel 1988 a Enna (la mia silente Enna) in occasione del Premio Savarese, una città riscoperta da De Vita dopo l’iniziale diffidenza.
Nel 1989, Sciascia muore, il 22 novembre. In auto, al ritorno da Racalmuto a Palermo, dopo la cerimonia funebre, De Vita è con Consolo e la sua tenera moglie. «Per quanto l’ho conosciuto, un uomo onesto, davanti agli uomini e davanti alla scrittura», sussurra De Vita. «Raramente accade di incontrare un uomo così grande», conferma Consolo, attonito.
Noi ci ricorderemo davvero di questo pianeta, soprattutto grazie a chi lo fa risplendere in queste pagine meravigliose, commoventi e lievi, pagine di indimenticabile narrazione poetica. Grazie, maestro De Vita.
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