L’Iliade, la guerra come espressione della fragilità umana

Minima marginalia, una riflessione a margine del poema omerico: in mezzo alla forza, al coraggio, alla guerra c’è la considerazione identitaria dell’Altro, come nell’episodio di Diomede e Glauco, nel libro VI dell’Iliade. Una lezione di humanitas, quella dell’Iliade, rimasta inascoltata…

A fondamento della nostra civiltà occidentale vi è una mnemosyne aedica, un Iliupérsis di guerra, forza ed ira, entro cui hanno trovato spazio bighe di passioni e trame di guerrieri votati all’etica eroica del coraggio, dell’onore, della gloria, nella vittoria come nello scacco. Avidi di guerra, elusori della vergogna; fondatori di una genia di generazioni soggette alle Erinni, assetata di sangue, odi e vendette; eppure, nel poema della forza, ha trovato spazio, in quello stesso campo di cruenti e fatali accecamenti, la considerazione identitaria dell’Altro, il suo riconoscimento come xènos-hostis, cioè come nemico, ma anche come xènos-hospes, ossia legato da vincoli di ospitalità sacri, garantiti da Zeus Xenios; e ancora oltre, da legami di solidarietà che affratella in social catena e allevia dalla condanna ad una inesorabile Lachesi-ginestra odorata di fugacità.

Xenìa

Nel libro VI dell’Iliade, Diomede, eroe greco, interroga Glauco, alleato dei Troiani – contro cui sta per ingaggiare un duello all’ultimo sangue per misurare la propria kalokagathìa– sulla sua discendenza, appartenenza al ghènos; gli preme sapere se si tratti di un eroe o di un Dio; il senso della mediocritas, del limes, la desistenza da ogni atto di hybris, però, obbliga l’eroe all’agnizione dell’Altro per rifuggire da ogni scontro impari con una possibile divinità. Come Farinata degli Uberti, nel canto X dell’Inferno, preparerà il terreno al confronto politico con l’avversario guelfo, Dante, indagandone le sue origini ingessato in quella inflessibile, icastica, statuarietà del suo interrogare “Chi fuor li maggior tui ?”e predisponendosi così al dialogo con il conterraneo “Tosco”, hostis sì, ma appartenente alla comune “nobil patria”, e quindi legato a lui dai vincoli della polis, così il greco Diomede chiede a Glauco le sue origini prima di condannarlo alla via dell’Ade. I due allora scopriranno di essere legati da legami di xenìa, tramite i due avi, Oineo e Bellerofonte, i quali avevano stretto in passato relazioni di reciproca ospitalità in Argolide, terra del primo e in Licia, nuova terra raggiunta dal secondo, l’exul immeritus, Bellerofonte. Pertanto si scambiano doni e rinunciano alla battaglia.

La consapevolezza sul senso della vita

Gli eroi greci non solo antepongono i valori di rispetto, riconoscimento, accoglienza, ospitalità, amicizia, lealtà, in una sola parola xenìa, davanti al codice marziale che li sovrasta e obbliga ad una condotta spregiudicata e irremovibile di fronte al nemico, come nel caso di Glauco e Diomede; la loro riflessione, infatti, sulla violenza della guerra, inferta dall’uomo all’uomo e subita dallo stesso per volontà del Fato, approda, già nello stesso episodio appena rammentato, ad una più profonda consapevolezza sul senso della vita di fronte al mistero della morte che travalica discendenze e patronimici e tutto involve in oblio.

«Grande figlio di Tideo, perché mi domandi chi sono? Le generazioni degli uomini sono come le foglie: il vento le fa cadere a terra ma altre ne spuntano sugli alberi in fiore quando viene la primavera. Così le stirpi degli uomini, una nasce, l’altra svanisce». La considerazione (preungarettiana) di Glauco è al centro della riflessione filosofica che ha attraversato i secoli dell’elaborazione del pensiero greco; una building identitaria che ha fatto della cultura ellenica un habitus interrogandi e dubitandi dalla validità universale e contemporanea: cosa c’è oltre l’identità, l’appartenenza surclassata dalla contingenza? Pulvis et umbra, dirà secoli dopo Orazio: foglie destinate ciclicamente a perdersi e ciclicamente a perpetuarsi, sostiene Glauco, in una bugonìa di sortilegio senza requie né tregue. Siamo creature destinate ad esistere un solo giorno, ephèmeroi, dirà Pindaro nell’VIII Pitica scritta in occasione della celebrazione della vittoria del lottatore Aristomene di Egina nei giochi del 446 a.C.:

Creature d’un sol giorno:

che cos’è mai qualcuno, che è mai nessuno?

Sogno di un’ombra è l’uomo. Ma quando

luce discenda da un dio fulgida splende

la luce sugli uomini e dolce è la vita.

Creature effimere

Esserci o non esserci non fa differenza; l’esistenza è sogno di un’ombra; siamo destinati a vivere un solo giorno, come creature effimere, come le foglie, come le farfalle: nasciamo, viviamo, poi moriamo; non c’eravamo, ci siamo, non ci saremo.

Così in in un epigramma del poeta Leonida:

Infinito fu il tempo, uomo, prima

che tu venissi alla luce, e infinito

sarà quello dell’Ade. E quale parte

di vita qui ti spetta, se non quanto

un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola

di un punto? Così breve la tua vita

e chiusa, e poi non solo non è lieta,

ma è assai più triste dell’odiosa morte.

Con una simile struttura d’ossa

tenti di sollevarti fra le nubi

nell’aria! Tu vedi, uomo, come tutto

è vano: all’estremo del filo

c’è un verme sulla trama non tessuta

dalla spola. Il tuo scheletro è più tetro

di quello di un ragno. Ma tu che, giorno

dopo giorno, cerchi in te stesso, vivi

con lievi pensieri e ricorda solo

di che paglia sei fatto.

(Antologia Palatino VII 472)

La vita dell’uomo è un punto, un poliptoto “stigmè kaì stigmés”, un punto più piccolo di un punto. Una fenomenologia fulminea di luce Ed è subito sera, per dirlo con le parole del traduttore dell’epigramma, Salvatore Quasimodo. Dal peso e travaglio dell’esistenza allo sgravio dell’anima, della psyché, (che in greco antico significa anche farfalla), in una metamorfosi, – il tempo e ritmo di un giro di passacaglia -, di leggerezza che tutto sovrasta, libera e trascende; dalla paglia, il nonnulla di cui siamo fatti, alla psyché-farfalla che torneremo ad essere.

Secondo Weil

Dal “poema della forza”, dunque, come lo ebbe a definire Simone Weil, giunge una lezione, attraverso l’episodio di Glauco e Diomede, di humanitas rimasta inascoltata; i tempi, infatti, sono sempre abbastanza immaturi per riportare in auge il mito onnipotente dell’uomo, carico di hybris, che si sostituisce al Fato e si fa teleologia imperialistica e razzista di annientamento e distruzione, che degrada l’Altro, il suo fratello-xènos, il suo fratello-foglia, soldato o civile, uomo, donna, bambino, anziano ad una anonimia statistica di immorale indifferenza, subalternità e subumanità, solo un obiettivo-numero, privo di contorni umani, da annientare:

Così Weil: «Ma nulla di ciò che hanno prodotto i popoli europei vale quanto il primo poema conosciuto, apparso presso uno di essi. Ritroveranno forse il genio epico quando sapranno credere che nulla è al riparo dalla sorte, quando sapranno non ammirare mai la forza, non odiare i nemici e non disprezzare gli sventurati. È dubbio che tutto ciò sia imminente».

(S. Weil, L’Iliade o il poema della forza, Asterios Editore, 2013, p. 86)

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