L’umanità sopravviverà anche fra poco meno di un secolo, quando Ian McEwan immagina che il mondo sia travolto da una catastrofe ambientale e da un’inondazione senza precedenti. In “Quello che possiamo sapere” resta poco della memoria individuale e collettiva e i protagonisti sono, a distanza di un secolo l’una dall’altra, due coppie di amanti, studiosi e letterati…
Anno 2119: il disastro planetario, da tempo previsto e annunciato, è ormai avvenuto, la vita dei singoli e delle collettività sopravvive contratta, relegata ai margini di ciò che della superficie terrestre ormai resta. Due coppie di amanti — di studiosi e letterati — si prendono, si lasciano, si rincorrono e, forse, si amano veramente, ad unirle, nel corso del poco più di un secolo che le separa l’una dall’altra, un manoscritto perduto.
Un mondo devastato, un’umanità che sopravvive
In Quello che possiamo sapere (376 pagine, 21 euro), ultimo romanzo di Ian McEwan, pubblicato in Italia da Einaudi, nella traduzione di Susanna Basso, tutto è già accaduto, tutto il peggio, soprattutto: il Grande Disastro e l’Inondazione che ne è seguita e ha sommerso gran parte del mondo abitato, tanto che la vita di chi le è sopravvissuto si limita ora a pochi spazi, persino le sedi storiche delle cattedrali del sapere, le università, a cominciare da Oxford, sono andate perdute, fagocitate dalle acque. Poco resta anche, nella memoria individuale e collettiva, di quello che un tempo è stato e ora non c’è più: pratiche, usi comuni e collettivi, esperienze private e pubbliche. E ciò nonostante, l’umanità sopravvive, si adatta alla nuova realtà e si industria per capire, conoscere, studiare il proprio passato e quanto ha creato. Così, mentre l’Intelligenza Artificiale è stata nazionalizzata e una valanga di dati, informazioni, documenti sembra essere alla portata di tutti, ma deve essere vagliata, distinta, studiata per ricavarne informazioni utili e oggettive, diviene quasi archeologia lo studio dell’esperienza letteraria del secolo precedente.
Un manoscritto perduto
Ecco allora che, all’inizio del romanzo, troviamo Thomas Metcalfe — un ricercatore e studioso dell’opera di Francis Blundy —, alla ricerca di un poemetto, la Corona per Vivien, scritto da Blundy nel 2014, in occasione del compleanno della moglie e a lei donato, nel corso di una cena di compleanno, passata alla storia come “Secondo Immortal Convivio”, in onore del “Primo Immortal Convivio”, cui, nel 1817, presero parte anche Keats e Wordsworth. Il poema non è mai stato pubblicato e non vi è traccia del manoscritto originale, come pure delle ipotetiche copie che il poeta avrebbe potuto affidare ai propri estimatori, in primo luogo il suo editor nonché biografo, il cognato Harry Kitchener.
Le ricerche di Metcalfe, che consulta ogni sorta di fonte, torna più e più volte a leggere gli archivi di Blundy, della moglie e del cognato, si fanno sempre più impegnative, avventurose, controverse, e sollevano numerosi interrogativi relativamente all’attività letteraria di scrittori, editor, biografi e critici, spingendo il lettore a interrogarsi su quanto le vite letterarie siano ricostruibili e, dunque, da noi conoscibili, anche nel caso in cui si disponesse di una quantità considerevole di documenti. E ripropongono, in ultima istanza, l’annosa questione se e quanto un autore e la sua vita coincidano con la sua opera. E nel finale sembrano suggerire — e confermare — la risposta, ormai, per i più, forse scontata.
Un possibile domani
Parallelamente alla vicenda legata alla ricerca della Corona e alle domande che essa solleva, McEwan sviluppa interrogativi sulla nostra epoca, su quale sarà il suo — il nostro — lascito alle generazioni successive e future e quale sarà l’opinione che esse se ne faranno.
Anche se non può dirsi propriamente un romanzo dispotico, McEwan in Quello che possiamo sapere preconizza che l’umanità, dopo il paventato collasso planetario, vivrà, amerà, tradirà, ingannerà e, in ogni caso, sopravviverà; ma ci ammonisce anche in merito alla nostra passione sfrenata, eccessiva, di condividere ogni aspetto della nostra vita, ogni minuto evento, ogni passione, ogni pensiero e affetto, milioni e milioni di dati che finiranno — e finiscono già — nelle mani di chi non ha nulla a che fare con noi e — particolare non irrilevante — ci governa.
Sono più gli interrogativi, i dubbi e le incertezze, le voragini aperte sulle nostre pratiche presenti, delle rassicurazioni a essere disseminati fra le pagine del romanzo, tenute insieme, comunque, magistralmente da una scrittura estremamente controllata, precisa, puntuale che non trascura nulla di ciò che descrive e racconta: un possibile domani e un oggi, ai suoi — forse anche ai nostri — occhi, sconclusionato, dissennato, proiettato irrefrenabilmente verso la catastrofe, in cui la letteratura, come sempre, nasce da una cesura, una frattura tellurica nell’animo di chi scrive, spesso camuffata e inconoscibile ai più, grazie agli artifici della scrittura, ma sempre dissonante e a volte, come in questo caso, cruenta e aberrante.
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