Una produzione fra le più stupefacenti della scena europea tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. La lascia il portoghese António Lobo Antunes, scrittore “figlio” del conflitto in Angola. Autore sempre contro la guerra e i mali del colonialismo, contro Salzaar e contro le speranze deluse dopo la fine della dittatura. Ha firmato più di un capolavoro, è stato l’eterno rivale di Saramago, con il suo stile “polifonico”, intreccio di voci, lunghissimi periodi, flussi di coscienza. Una scrittura che trascina come onde…
Non fatevi ingannare da chi pensa o sostiene che leggere i libri del portoghese António Lobo Antunes (1942-2026) sia una cosa complicata: i suoi libri sono caratterizzati da intrecci di voci, flussi di coscienza, piani narrativi stratificati e sovrapposti, inesauribili periodi, ma confrontarsi con la sua scrittura «polifonica» – come lui stesso l’ha più volte definita – è una esperienza di lettura appagante, in cui rimbombano l’esperienza, purtroppo così attuale, della guerra, le pieghe più dolorose della psiche, gli orrori del Novecento lusitano, e per apprezzarla pienamente è sufficiente farsi trascinare dalle onde, i libri dello scrittore portoghese sono un mare, ora solleticato dalla brezza, ora in balia di una tempesta, profondissimo, in cui rapidamente si passa dal pelo dell’acqua agli abissi, dove naufragare è dolce.
Il Nobel sfiorato
Altro che CR7, il Portogallo ha perso la sua coscienza critica, uno scrittore dallo sguardo impietoso sull’umanità, un’icona culturale che lascia un’eredità impressionante, una produzione fra le più stupefacenti della scena europea tra il ventesimo e il ventunesimo secolo; è uno degli altri campioni che infoltisce le fila di chi non ha vinto il Nobel, una lista ormai di pari importanza rispetto a quella che comprende chi si è aggiudicato il riconoscimento dell’Accademia di Svezia. Nel 1998, anno in cui trionfò José Saramago (ben più rivale che amico), António Lobo Antunes arrivò al testa a testa finale e il suo connazionale, probabilmente, gli fu preferito, per l’anzianità, qualcuno si illuse che nel futuro il più giovane – politicamente non incasellabile, al contrario di Saramago, convintamente comunista – avrebbe avuto tempo e modo di conquistare l’alloro più ambito. Non è stato così. E a distanza di quasi trent’anni la contrapposizione tra i due “giganti” è in qualche modo rilanciata. Qualcuno ristampi S. Il Nobel privato, velenoso romanzo sulla vecchiaia di un grande scrittore portoghese, pubblicato nel 2011 dalla scomparsa Cavallo di Ferro. Secondo alcuni dietro il misterioso autore, Domingos Bomtempo, potrebbe esserci proprio l’eterno concorrente…
Un feroce nichilismo
Come il Sergente X del racconto salingeriano Per Esmé, con amore e squallore, António Lobo Antunes, medico specializzato in psichiatria, dopo aver preso parte, tra il 1970 e il 1973, come medico militare alla guerra coloniale in Angola (che si sarebbe conclusa con l’indipendenza del paese africano) non era più un giovane uomo con tutte le facoltà mentali «i-n-t-a-t-t-e». La follia, la morte, la solitudine, un feroce nichilismo affollano molte delle sue pagine, specialmente quelle della fase iniziale della sua produzione. Debuttò nel 1979, fu tradotto in Italia nella seconda metà degli anni Novanta, senza troppa fortuna da Einaudi (che iniziò col suo titolo più noto, In culo al mondo), a cui poi è subentrata la casa editrice Feltrinelli, che ha appena annunciato la pubblicazione del suo ultimo romanzo in autunno.
La guerra contro la guerra
«Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile», la celebre citazione tratta dal romanzo Operazione Shylock di Philip Roth ben si adatta all’esistenza dell’autore de L’ordine naturale delle cose e di Non è mezzanotte chi vuole (ne abbiamo scritto qui). Per una vita intera Antonio Lobo Antunes ha combattuto, preferendo farlo quando la guerra era finita, con la scrittura. Contro i mali del colonialismo, contro Salzaar, contro le speranze deluse dopo la fine della dittatura, e dunque contro il potere in generale, contro le lacerazione della società portoghese, e con molte riserve nei confronti delle classi più facoltose, a cui pure lui stesso apparteneva, figlio di un famoso neurologo. António Lobo Antunes ha più volte raccontato d’essersi sentito un codardo da giovane – mentre tanti coetanei venivano uccisi o sparivano – per non essersi opposto, in prima persona, alla retorica nazionalista e alla dittatura di Salazaar, e di aver fatto in qualche modo pace con se stesso («guadagnando il rispetto di me stesso…»), partecipando alla guerra in Angola e partecipando a missioni rischiose, e scrivendo nel corso dei decenni successivi la sua vasta e struggente opera di formidabile genio.
Lettere dal fronte, amore e morte
Chi non ha ancora messo neanche un piedino nelle acque della scrittura di António Lobo Antunes ha solo l’imbarazzo della scelta tra volumi impregnati dell’eredità dell’esperienza bellica, di critica al colonialismo, di svisceramento della storia portoghese, o di finissime analisi psicologiche, da Lo splendore del Portogallo a Spiegazione agli uccelli, da Arcipelago dell’insonnia a Sopra i fiumi che vanno, ma, se vale un timido consiglio, forse per iniziare a conoscere lo scrittore e l’uomo varrebbe la pena accostarsi a Lettere dalla guerra (333 pagine, 20 euro), edito in Italia nel 2009 da Feltrinelli, grazie alla traduzione di Vittoria Martinetto. È un libro il cui scheletro è costituito dalle lettere realmente scritte e spedite dal futuro scrittore alla giovane prima moglie, Maria José, che era incinta: un primordiale tour delle sue ossessioni, la morte, la guerra, la vita, l’amore, il dolore, l’inquietudine.
È una promessa piccola piccola, che arriva da una minuscola porzione di universo, ma lo facciamo: continueremo a nuotare nel mare di António Lobo Antunes.
Seguici su Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

