Una donna e l’innamorato che si accontenta di qualche briciola. La preghiera come misura della rassegnazione. Il secondo romanzo di Anna Voltaggio, “La Santa degli altri” è un tributo all’assenza. Si svolge in una città, Palermo, che ha fianchi larghi e mani morbide, una testa pulsante che trova sollievo poggiandosi su una schiena…
La Santa degli altri (176 pagine, 19 euro) è un tributo alla mancanza; vengono celebrati gli spazi dove si accettano le immagini partorite dal tempo. Sono figure precise e senza sbavature, timide nella maggior parte dei casi e non si vogliono mai mostrare troppo a lungo. Nascono dai margini e aspettano solo un semplice richiamo: questo è l’unico destino possibile. E allora i luoghi di questo libro diventano fecondi, ma solo dopo tanta fatica. Anna Voltaggio possiede una penna concreta e ciò rende le pause essenziali. Detto e non detto conservano il medesimo peso e il peso ha consistenza: si può allargare, può delineare i confini con le dita e ogni cosa diventa probabilità. Le pagine evidenziano i punti in cui l’anima ha imparato a fare a meno delle presenze. Esistono entità che Anna Voltaggio trasforma in monumenti sempre più irraggiungibili e ci riesce mantenendo uno scopo costante: permettere a chi legge di riconoscere i vuoti e vederli riflessi, in modo da disinnescare il pericolo. Così nasce l’empatia. Restano piccoli tagli che si aprono e in questo labirinto creato dal nulla si trova la verità: l’assenza ha una forma ed è una compagna che vuole essere tenuta in vita e riconosciuta.
Le bruciature da lontano, le crepe di Tommaso
Nica è lei stessa l’affanno. Perché deve sempre concludere tutto, come se questo risolvesse i problemi. Non è disposta ad accettare che certe domande non hanno risposte, e a volte, quando le camminavo accanto, mi pareva di sentire il rumore dei suoi pensieri che vibravano come un treno. Nica vuole sempre arrivare da qualche parte, a qualsiasi costo, anche se la destinazione è tutta sbagliata.
Attraverso lo sguardo di Tommaso, Nica conquista il ruolo che le spetta: è fumo che si dissolve in una città di carta che prende fuoco. I conoscenti vorrebbero almeno sfiorarla, l’innamorato si accontenta di qualche briciola. Nica è ovunque e da nessuna parte. Si posa sul cuore con la stessa delicatezza dei petali e ritorna quando gli occhi sono chiusi. Anna Voltaggio utilizza un meccanismo doppio per adeguare le descrizioni al ritmo flemmatico del romanzo (qui è possibile leggerne un estratto), pubblicato da Neri Pozza: il risultato è – da un lato – una struttura verticale dove i dettagli cadono in picchiata, trovando però il percorso giusto; dall’altro troviamo una linea orizzontale che consente l’ingrandimento della storia oltre i limiti. Le frasi si allungano come elastici di parole, reggono l’importanza delle immagini che non si arrestano, ma che – anzi – creano nuove associazioni. Bisogna considerare Nica come una donna-spettro dall’alito bollente che disfa la realtà e lascia tracce leggere. S’insinua tra le pieghe con un movimento appena percettibile e converte fantasie in ricordi plausibili, quando vuole. Nica è vicinanza e anche carenza; ritorna quando il giorno si ritira. Vive nella dimenticanza amara di Tommaso, nella sua pelle strappata, nei nomi che non si pronunciano più; è una memoria non violenta, la bellezza che si sottrae perché consapevole di non essere eterna. Quando tutto sembra spento lei resta attaccata a un filo luminoso e poi svanisce, piantando nel petto il desiderio di ritrovarla ancora. Anna Voltaggio offre inoltre un corpo alla città: Palermo ha fianchi larghi e mani morbide, una testa pulsante che trova sollievo poggiandosi su una schiena. Avanzare sembra difficile e per farlo pare inevitabile cambiare la postura, magari rendendola più irregolare e scomoda. E ogni singola pagina è un esercizio nuovo di descrizione.
Una nuova consapevolezza, la voce di Gelsomina
Quando sono nata, in un giorno segreto del 1371, ero destinata a diventare santa, e il mio destino era dunque di sparire per consegnarmi agli altri.
Cosa significa davvero pregare? È una domanda che permette di scorgere l’interiorità dell’essere umano e per Gelsomina è un un gesto che serve a misurare la rassegnazione. È un personaggio che si differenzia dagli altri perché non ha pretese. Anna Voltaggio racconta la storia di una donna-ombra (insieme a quella di Nica, la donna-spettro) che vuole ottenere per sé il talento primordiale: la capacità di mettere in fila i pezzi della sua identità, unendoli a quelli della sua famiglia. Da qui nasce una nuova consapevolezza: credere in qualcosa significa imparare a stare immobili e compiere una rinuncia nel silenzio, seguendo voci fragili che indicano la via. In quest’opera chi prega la Santa (la propria e quella degli altri) possiede le chiavi giuste per decifrare il mondo – quello che ti salva e quello che ti abbandona.
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