Il tormento del genio, Bosc racconta Tristan Egolf

Un romanzo su un genio a lungo incompreso, poi celebrato, infine dimenticato e inabissatosi in errori e cadute. “L’invenzione di Tristan” di Adrien Bosc non racconta solo il percorso esistenziale ed editoriale dello scrittore Tristan Egolf ma finisce per riflettere sul destino della scrittura e degli scrittori, sulla vocazione letteraria

La vita e il mondo non sono ring in cui Tristan Egolf poteva danzare, tantomeno colpire e nemmeno incassare. Egolf, scrittore americano di enorme talento ma dalla vita brevissima – si suicidò nel 2005, quando doveva ancora compiere trentaquattro anni – esplose in Europa, dopo innumerevoli rifiuti, anzi in Francia, gran cerimoniere quasi per caso Patrick Modiano, quando Egolf frequentava la figlia del futuro Nobel, Marie. Della storia tormentata di un genio a lungo incompreso e poi lodato e poi criticato e, infine, inabissatosi nella sua mente, s’è invaghito lo scrittore francese Adrien Bosc, che ha già qualche titolo all’attivo in Italia, grazie all’editore Guanda, ma con quest’ultimo fa un salto di qualità capace di conquistare, magari nel tempo, schiere di lettori appassionati. La sua operazione letteraria è una discesa agli inferi al fianco di Tristan Egolf, dei suoi fantasmi, dei suoi errori, del suo aggrapparsi maldestramente alla vita, delle sue repentine cadute.

La letteratura come ossessione

L’autore, scrivendo L’invenzione di Tristan (190 pagine, 19 euro), pubblicato da Guanda con la traduzione di Laura Bosio, col più classico degli espedienti si mette nei panni di un narratore fittizio (un giornalista del New Yorker, Zachary Crane) e, di fatto, scrive un trattatello di letteratura, un’indagine sulla letteratura come ossessione, oltre che un ambiguo intreccio di verità e fiction, un racconto sfaccettato, mediato da tante testimonianze (fanno capolino le ex, parenti, amici, il notissimo agente Andrew Wylie), di un geniale e tormentato artista, uomo che collezionò errori, scorciatoie non raccomandabili e sconfitte. Il suicidio di Tristan Egolf non è mai in discussione nel corso della lettura, ma l’operazione di Bosc è sottile, elegante, profonda, osserva Egolf, ma finisce per pensare a ogni scrittore, per interrogarsi su ogni artista, compreso se stesso.

Prima cult, poi meteora

Ambizioso e inquieto, così appare Tristan Egolf mentre è intento a scrivere quel romanzo totale che diventerà, nell’edizione italiana, per Frassinelli, Il signore della fattoria, da tempo fuori catalogo, storia torrenziale e visionaria, senza dialoghi, che meriterebbe un’altra chance. È un caso letterario nei primi anni Duemila, in tutto il mondo, un giovane prodigioso americano che ha scritto un libro di culto, lanciato da Gallimard e paragonato a classici sempiterni, acclamato, adulato, non regge però la pressione, ricambia vita, continente, amore, ma non trova mai se stesso, la vocazione letteraria è «solitudine invisibile», «un’ossessione» che divora, sembra avere effetti autodistruttivi, la vena creativa inaridisce e l’ombra di un singolare padre, veterano di guerra, morto suicida, fa il resto, relegandolo in un’angolo, una meteora dimenticata.

Pagare tutto a caro prezzo

Riflessioni e frammenti narrativi finiscono per costituire lo scheletro di un romanzo affascinante, con uno squattrinato ma mai rassegnato antieroe, un amico fragile cresciuto nel Midwest, che lavora infinite volte alle sue storie, specie a quella da cui tutto inizierà, che lo consacrerà. Il mondo dell’editoria non esce benissimo da L’invenzione di Tristan: cieco, miope, tendente al conformismo, pronto a ingabbiare il talento, a circoscriverlo in stereotipi. Lui non si fa imprigionare, ma paga tutto a carissimo prezzo, spietatamente: dipendenze, arresti, demoni interiori. Un romanzo memorabile.

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