Il perimetro del pianto, il “nucleo” di Han Kang

Un racconto di quasi due decenni fa, in cui si intravede la Han Kang di oggi, conosciuta e affermata. “La scatola delle lacrime” è una favola dalla maturità sorprendente, che invita a riconsiderare emotività e tristezza: non sono fardelli o debolezze. Lo capirà una bimba che piange spesso e incontra un collezionista di lacrime…

Un soffio di Han Kang, che risale al 2008, quando ancora la scrittrice sudcoreana non aveva ancora raggiunto la fama internazionale che sarebbe arrivata con i suoi titoli più famosi e soprattutto con il premio Nobel per la Letteratura. Eppure, riletto oggi, questo racconto che Adelphi propone nella Piccola Biblioteca appare come un nucleo primario della sua poetica, in cui si intravedono già alcuni temi che diventeranno centrali negli anni successivi.

Non una curiosità d’archivio

Di sicuro La scatola delle lacrime (68 pagine, 12 euro), tradotto da Lia Iovenitti e illustrato da Bomroya, va in una direzione, verso una scrittura più essenziale, più concentrata sulla materia emotiva che sulla trama. La scatola delle lacrime è un oggetto narrativo enigmatico, un contenitore che custodisce ciò che non può essere detto. Edito inizialmente in sordina, all’interno di una raccolta, è stato apprezzato dai lettori più attenti, ma a lungo considerato un lavoro minore, un esercizio di stile, dalla critica. Eppure, il tempo l’ha dimostrato, questo testo di Han Kang può finalmente essere letto non come una curiosità d’archivio, ma come parte integrante di un percorso narrativo che, già molti anni fa, mostrava una maturità sorprendente.

Affinché il dolore non si disperda

Uno dei protagonisti del racconto è un uomo che, in un certo senso, vive la propria esistenza come un accumulo di lacrime non versate. La scatola che dà il titolo al racconto è un oggetto concreto che accompagna il protagonista. È un’eredità, un peso, un archivio di emozioni. Han Kang lavora su una fisicità minima, quasi impercettibile: un tremito, un respiro trattenuto, un gesto mancato, la vibrazione interna, più che una scena drammatica. La scatola, che dà il titolo al libro, contiene lacrime, ma non è mai mostrata come un contenitore “magico”: è un oggetto quotidiano, fragile, un modo per impedire che il dolore si disperda, per delimitarne un perimetro.

Un viaggio oltre le montagne

Quando il proprietario della scatola, accompagnato da un piccolo uccello blu, giunge nella remota provincia in cui una bimba – soprannominata Lacrimona o Fontanella, isolata, vulnerabile e derisa – piange per un nonnulla, cambia il corso della storia per tutti. La piccola si unisce al viaggio dell’uomo (forse lui stava cercando lei per raccogliere la lacrima più pura e insensata…) e del volatile che l’accompagna: andranno oltre le montagne, da qualcuno che ha bisogno di loro. Il pianto, l’emotività, la commozione, la tristezza e il dolore non siano fardelli con cui fare i conti in solitudine, e non siano vissute come debolezze, sembra volerci dire Han Kang; su questo si interrogano le figure messe in scena in questa favola.

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