Attraverso due solitudini, quella di un centenario e di una trentenne, Ilaria Rossetti lega la mancata elaborazione, in Italia, delle violenze coloniali alla nascita dei nuovi estremismi. Il risultato è la sua opera più ambiziosa e matura, “Qualcuno da odiare”
Perrone, Neri Pozza, Bompiani, Guanda. Il pellegrinaggio di Ilaria Rossetti attraverso belle case editrici continua. Resta intatta la sua capacità di fare letteratura in un’Italia la cui salute editoriale è tutt’altro che debordante, nonostante i numeri monstre della produzione. La scrittrice lodigiana è un esempio di qualità, coerenza, stile. E lo conferma nella sua più recente opera, edita da Guanda, Qualcuno da odiare (256 pagine, 19 euro).
Genealogia emotiva della rabbia sociale
Esiste un filo invisibile, ma solidissimo, che lega le macerie morali del ventesimo secolo italiano alle frustrazioni silenziose del presente. È il filo del risentimento, quel bisogno squisitamente umano – e spaventosamente politico – di trovare, a tutti i costi, qualcuno da odiare. Con il suo più ambizioso romanzo, Ilaria Rossetti non firma un manifesto ideologico, semmai mette a nudo la genealogia emotiva che alimenta la rabbia sociale, trasformando il rancore da vicenda privata a vero e proprio sentimento nazionale. Qualcuno da odiare copre un arco temporale notevole, dal 1937 al 2019, azzerando le distanze tra due esistenze che la storia sembrerebbe voler mantenere separate. Da un lato c’è Abele, un centenario che si porta addosso il fantasma del colonialismo fascista; dall’altro Ludovica, una trentenne che galleggia nelle sabbie mobili del precariato contemporaneo. Rossetti li fa specchiare l’uno nell’altra per dimostrare come il risentimento sia un linguaggio universale, capace di unire epoche diverse sotto la stessa bandiera del fallimento economico ed esistenziale.
Da un sogno piccolo a un grande rancore
La parabola di Abele, nella prima metà del Novecento, inizia con un sogno piccolo e tragicamente ordinario: aprire un forno. Quando la patria lo chiama, Abele obbedisce. Quando la guerra lo costringe all’orrore, non sperimenta il pentimento, proprio perché la sua intera identità si regge su quell’obbedienza cieca. Il ritorno nell’Italia del boom economico e la modernizzazione lo travolgono: il forno chiude, i supermercati ne cannibalizzano il mestiere, gli affetti si sgretolano. Per lui il rancore diventa l’unica forma di coerenza rimasta per non dichiararsi definitivamente sconfitto. A distanza di decenni, Ludovica eredita lo stesso senso di espropriazione, seppur con codici diversi. Lei fa parte della generazione dei titoli di studio accumulati e delle promesse tradite di mobilità sociale, ritrovandosi invece a fare la badante per necessità. La sua rabbia è sorda, quotidiana, priva di grandi cornici ideologiche. Quando si avvicina a quella che, di fatto, è una formazione neofascista, “Idea Sociale”, non lo fa per militanza, ma per disperazione. È qui che il romanzo si fa spietatamente lucido, mostrando come la fragilità economica sia da sempre il terreno più fertile per chi vende risposte pronte a domande complessissime.
Elefanti
C’è un singolare filo conduttore. Protagonisti fra i protagonisti sono… gli elefanti, l’intuizione forse più felice del libro. Lungi dall’essere semplici metafore decorative, queste creature accompagnano la vita di Abele dall’Africa profonda fino alla gabbia di un circo di provincia. Gli elefanti sono la memoria che non si può eludere, il peso specifico del passato che l’Italia ha scelto di non guardare in faccia. Sia Abele che Ludovica finiscono per somigliare a questi pachidermi: corpi ingombranti che trascinano una storia che non sanno più come maneggiare.
Rimozione storica collettiva
Chi ha amato Le cose da salvare (ne abbiamo scritto qui) o La fabbrica delle ragazze (ne abbiamo scritto qui) riconoscerà Ilaria Rossetti, che col nuovo romanzo compie un ulteriore ed evidente salto di maturità. L’aspetto più perturbante di Qualcuno da odiare risiede proprio nella sua capacità di legare la rimozione storica collettiva – l’assenza in Italia di una reale elaborazione pubblica delle violenze coloniali – alla nascita dei nuovi estremismi. Abele non si è mai messo in discussione semplicemente perché nessuno glielo ha mai chiesto; Ludovica aderisce a slogan semplificati perché nessuno le ha fornito gli strumenti culturali per decodificare il presente. Ilaria Rossetti ci consegna il ritratto di un Paese che preferisce l’ostilità e il rancore all’esame di coscienza. Nelle due solitudini raccontate forse c’è una fragile possibilità: quella di smettere di cercare un colpevole e iniziare, finalmente, a convivere con le nostre colpe.
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