Subordinata e giovanissima, Mrs. Winter, seconda moglie di Maxim, vive un perenne paragone con la prima moglie di lui, il cui ricordo è vivissimo. Per “Rebecca” di Daphne Du Maurier è però riduttivo parlare semplicemente di un romanzo sentimentale. La figura centrale rappresenta una forma di femminilità potente, autonoma e libera, inizialmente affascinante, poi minacciosa, in una società patriarcale…
Rebecca (384 pagine, 15 euro) di Daphne Du Maurier è un romanzo di straordinaria complessità che, al momento della sua pubblicazione, fu venduto principalmente come una storia d’amore. Ma l’etichetta di “romanzo sentimentale” è riduttiva e problematica, poiché oscura i temi centrali dell’opera: la violenza e la manipolazione esercitate dagli uomini sulle donne, la costruzione di narrazioni volte a giustificare il dominio maschile nonché la messa in discussione dell’ordine patriarcale e il rifiuto della donna di essere ridotta al ruolo di vittima passiva.
Ancora oggi molti lettori tendono a fraintendere le dinamiche tra i personaggi e i rapporti di potere che il testo mette in scena. D’altronde, in una società profondamente misogina come la nostra, non è raro che venga privilegiata una prospettiva che finisce per giudicare con maggiore severità le donne che rifiutano di conformarsi alle aspettative sociali rispetto alle strutture di dominio che il romanzo invita invece a interrogare. Ed ecco che una donna che rifiuta di conformarsi all’ideale di moglie docile, che rivendica la propria autonomia e che si appropria di uno spazio di potere tradizionalmente riservato agli uomini viene subito condannata.
Le donne
Nell’analisi che segue, mi concentrerò sul ruolo delle donne all’interno del romanzo, illustrando perché Maxim de Winter rappresenti il vero e unico villain della storia, nonostante il romanzo sia spesso interpretato attraverso una prospettiva che tende a giustificarlo.
«Last night I dreamt I went to Manderley again». Si apre così il romanzo di Daphne du Maurier, con un sogno. Fin dalle prime parole dell’incipit possiamo individuare tre elementi fondamentali:
1. Il narratore è interno e la narrazione è in prima persona. L’espressione I dreamt, (io) sognai”, ci introduce immediatamente al punto di vista della protagonista: il lettore non ha accesso diretto alla realtà dei fatti, ma alla loro percezione da parte della narratrice, con tutti i limiti e le possibili distorsioni che questo comporta.
2. La struttura retrospettiva della narrazione. Il verbo dreamt, posto al passato, indica che la protagonista sta raccontando eventi già avvenuti. L’intero romanzo si configura quindi come un lungo flashback.
3. La centralità del luogo: Manderley. Già nella prima frase viene nominato il luogo che diventerà il centro simbolico del romanzo, un elemento fondamentale per comprendere le dinamiche della storia, i rapporti tra i personaggi e i significati più importanti dell’opera.
La tecnica narrativa di un romanzo non è un elemento secondario. La scelta della forma non è mai casuale, l’autore o l’autrice sceglie con cura il modo in cui raccontare una storia, e proprio questa scelta diventa parte della sua cifra stilistica. Non conta soltanto che cosa un romanzo vuole raccontare, ma anche come sceglie di farlo. Nel caso di Rebecca, la narrazione retrospettiva in prima persona rappresenta una scelta narrativa che non dobbiamo ignorare. Quando leggiamo un romanzo costruito attraverso questa tecnica, è importante soffermarsi sulle sue implicazioni, ovvero il punto di vista adottato, la distanza tra il momento in cui gli eventi sono accaduti e quello in cui vengono narrati, e il modo in cui la storia viene filtrata dalla coscienza della narratrice.
Lei, il marito e la prima moglie
Come anticipavo, parlare di identità in Rebecca – in libreria per Il Saggiatore, nella traduzione di Marina Morpurgo – è particolarmente interessante, ma anche complesso. Per tutto il romanzo, Mrs. de Winter è alla ricerca di una propria identità, in un mondo in cui questa sembra continuamente minacciata e schiacciata da forze esterne. Da una parte c’è Maxim, il marito, che contribuisce a mantenerla in una posizione di sottomissione; dall’altra c’è l’ingombrante presenza di Rebecca, la prima moglie di Maxim, il cui ricordo continua a dominare Manderley. Mrs. de Winter vive così in un costante confronto con una donna che non è più presente fisicamente, ma che sembra occupare ogni spazio della sua vita. Rebecca diventa non soltanto una rivale, ma anche il modello di donna attraverso cui la protagonista misura continuamente se stessa. Non è un caso che la protagonista non abbia un nome. Dopo il matrimonio con Maxim de Winter, la donna sarà identificata esclusivamente come Mrs. de Winter. Un nome che, in realtà, non le appartiene: è il nome del marito e la definisce unicamente in relazione a lui. Da questo dettaglio emerge la sua posizione subordinata all’interno del matrimonio.
Subordinazione è infatti una parola chiave per comprendere il rapporto tra la protagonista e Maxim. Quando i due si conoscono, la ragazza lavora come dama di compagnia di una ricca signora che la tratta quasi come una serva. È proprio questa condizione di subordinazione, insieme alla sua timidezza e ingenuità, ad attirare Maxim. Infatti, nel corso del romanzo comprendiamo che Maxim sceglie la seconda Mrs. de Winter proprio perché è l’opposto di Rebecca. Rebecca era una donna impossibile da controllare, una figura che metteva in discussione l’idea tradizionale di mascolinità e di autorità che Maxim aveva di sé. La giovane protagonista, invece, appare fragile, inesperta e bisognosa di protezione, caratteristiche che creano un rapporto profondamente sbilanciato.
La differenza d’età
Anche la differenza d’età è un elemento significativo. La protagonista è di vent’anni più giovane di Maxim, un dettaglio che Daphne du Maurier sottolinea più volte nel corso del romanzo. Questa grande differenza d’età rafforza la dinamica di potere tra i due e contribuisce all’infantilizzazione della protagonista. Dal punto di vista simbolico, una donna infantilizzata non viene percepita come un soggetto autonomo, ma come qualcuno da guidare, proteggere o, come in questo caso, controllare. Più volte nel romanzo, Maxim infantilizza Mrs. Winter, cosa che provoca in lei una grande difficoltà nel suo sviluppo identitario e nella sua formazione come persona e come donna. Assistiamo molto spesso a momenti in cui la chiama “sciocchina”, “bambina”, “mia dolce bambina”, “bambina stupidella”. Durante i preparativi per il ballo in maschera a Manderley, ad esempio, Maxim le suggerisce di vestirsi come “Alice nel Paese delle Meraviglie”, la cui protagonista, come sappiamo, è solo una bambina. Ancora una volta Maxim riduce la moglie a un’immagine di innocenza e infantilità, cosa che rivela un aspetto problematico e molto inquietante del suo carattere.
L’innocenza pretesa
Maxim vuole una donna pura e innocente. In un momento chiave del romanzo, Mrs. de Winter arriva a identificarsi a tal punto con Rebecca da assomigliarle e Maxim si accorge che qualcosa è cambiato nel suo sguardo, un’espressione che non aveva mai visto prima, qualcosa che descrive come un «bagliore di esperienza negli occhi. Non era un’esperienza buona». Continuerà poi dicendo: «Esiste un certo genere d’esperienza che io preferisco non vederti acquistare mai». È evidente che Maxim si riferisca all’esperienza sessuale, negata alla donna. Ed è proprio per questo che Maxim desidera una donna come Mrs. de Winter: ancora ingenua, quasi infantile, che non abbia acquisito quell’autonomia e quella consapevolezza che potrebbero renderla meno controllabile.
La manipolazione impossibile
Rebecca, invece, era tutto il contrario. «Non era nemmeno una donna normale», dirà Maxim, volendo intendere, con questo, che Rebecca si allontanava dal modello di femminilità angelica imposto dalla società. Maxim era rimasto sconvolto quando Rebecca: «gli parlava di lei, mi diceva cose che non ripeterò mai ad anima viva». Maxim non riporta le parole pronunciate da Rebecca, ma è chiaro che si trattasse di discorsi legati alla sfera sessuale, una dimensione che per lui rappresenta una minaccia. Oltre al fatto che Rebecca non poteva essere facilmente manipolata né controllata. Come spiega Mrs. Danvers: «Non è mai stata fatta per lasciarsi mettere il piede sul collo». Rebecca appartiene quindi a quella categoria di donne che si discostano dal modello femminile tradizionale imposto dalla società patriarcale e che, proprio per questo, vengono percepite come scomode e, in un certo senso, mostruose. Come dirà Mrs. Danvers: «Non era innamorata di nessuno, disprezzava tutti gli uomini, era superiore a queste cose».
La mostruosità di Rebecca emerge simbolicamente nelle ultime pagine del romanzo, attraverso un sogno particolarmente significativo di Mrs. de Winter. Nel sogno, Rebecca è seduta nella camera da letto: «Maxim le spazzolava i capelli, li teneva in mano. E mentre li spazzolava li andava torcendo in un lungo cordone nero, che gli sgusciava tra le dita come una serpe. Con tutte e due le mani egli lo teneva stretto e sorridendo Rebecca se lo metteva attorno al collo». Questo sogno è particolarmente interessante per due ragioni. La prima riguarda l’immagine dei capelli intrecciati come una serpe, che rimanda alla figura di Medusa. Il secondo elemento riguarda proprio ciò che Medusa rappresenta simbolicamente: una forma di femminilità percepita come mostruosa perché potente, autonoma e impossibile da controllare. Daphne du Maurier sembra appropriarsi di questa immagine della mostruosità femminile, ma ne rovescia il significato: ciò che nella tradizione viene rappresentato come una minaccia diventa invece uno strumento di resistenza e di giustizia.
Medusa
Questa idea di mostruosità rimanda ancora una volta alla sfera sessuale e all’angoscia della castrazione. È stato Sigmund Freud in Medusa’s Head, a collegare il mito di Medusa al concetto di angoscia di castrazione. Tuttavia, le riletture femministe hanno proposto di considerare Medusa non come simbolo di tale paura, ma come rappresentazione della paura maschile di fronte all’autonomia femminile, del tentativo di controllare una donna percepita come potente e del conflitto tra desiderio e timore nei confronti della sessualità femminile. È proprio ciò che rappresenta Rebecca per Maxim: una forma di femminilità potente, autonoma e libera, che inizialmente lo attrae proprio per il suo fascino, ma che si trasforma poi in una minaccia, perché sfugge al controllo maschile e mette in discussione il ruolo, l’autorità e il senso di potere di Maxim.
Non è un caso che un’altra parte del corpo di Rebecca continuamente richiamata da Maxim siano gli occhi: uno sguardo capace di affascinare e destabilizzare, proprio come quello di Medusa. «C’era un non so che, in quegli occhi…». È lei a esercitare uno sguardo, è lei a diventare soggetto attivo del desiderio e del potere, non più l’uomo. Rebecca non è nemmeno una figura passiva nella sfera sessuale, anzi, vive la propria sessualità apertamente e come esperienza di piacere, e non per la funzione esclusivamente procreativa che si tendeva ad attribuire alla donna. Uccidendo Rebecca, Maxim cerca quindi di eliminare ciò che lei rappresenta: una forma di potere femminile che non può essere controllata né ricondotta ai ruoli tradizionali. Il suo crimine diventa così un tentativo di ristabilire un ordine in cui lui possa tornare a occupare una posizione di dominio.
Dunque, la mostruosità attribuita a Rebecca non coincide mai realmente con una degenerazione morale, come invece Maxim cerca di far credere. È fondamentale che il lettore lo riconosca. Rebecca appare “mostruosa” soltanto perché questa è la narrazione costruita da Maxim, l’unica versione dei fatti a cui la protagonista e noi lettori abbiamo accesso. Rebecca non avrà mai la possibilità di raccontarci la sua versione. La vera origine di questa “mostruosità” non risiede in una mancanza morale, bensì nella forza e nell’autonomia di Rebecca, che sfuggono al controllo patriarcale. È proprio questa impossibilità di essere dominata a trasformarla, agli occhi di Maxim, in una figura pericolosa. Come Medusa, Rebecca incarna una forma di femminilità che non può essere addomesticata né ricondotta a un ruolo subordinato.
Una sorta di doppio
Ritornando al sogno, è ancora più interessante, però, che questo sia il sogno di Mrs. de Winter. Se il sogno può essere interpretato come una manifestazione dell’inconscio, allora Rebecca non è soltanto un fantasma che ritorna, ma è anche una figura costruita dalla psiche della protagonista stessa. Rebecca potrebbe rappresentare una parte rimossa della sua identità, una dimensione di sé che la protagonista non riesce ancora a riconoscere, una sorta di doppio, proprio come Bertha Mason rappresentava il doppio di Jane Eyre (un romanzo che presenta diversi parallelismi con Rebecca), quindi una figura femminile repressa che incarna ciò che la protagonista non può o non vuole ammettere. D’altronde, per gran parte del romanzo, Mrs. de Winter cerca inconsciamente di sostituirsi a Rebecca, perché crede che lei rappresenti il modello di donna desiderato da Maxim. Ma se sul piano cosciente Mrs De Winter sceglie Maxim, il sogno sembra raccontare qualcosa di diverso.
Quando Rebecca avvolge i suoi capelli-serpente intorno al collo di Maxim, trasformandoli simbolicamente in un cappio, il sogno realizza una forma di giustizia che la protagonista, nella realtà, ha contribuito a impedire attraverso il proprio sostegno al marito. Questa immagine potrebbe quindi rappresentare il senso di colpa latente di Mrs. de Winter e la sua consapevolezza, rimossa ma presente, di aver sposato un assassino. Nel romanzo, infatti, la reazione della protagonista alla confessione di Maxim è molto complessa. Quando Maxim le rivela di aver ucciso Rebecca, lei non elabora immediatamente la verità, ma reagisce attraverso la dissociazione: invece di confrontarsi con il fatto sconvolgente di aver sposato un assassino, la sua mente si rifugia in dettagli banali e quotidiani: «Non sentivo nulla, né pena né paura, e non c’era alcun orrore in fondo al mio cuore. […] Mi pareva assai strano che io pensassi a cose simili: la zampa del cane, l’orologio di Maxim, Robert e le tazze da tè.» Maxim voleva come moglie una Alice nel paese delle meraviglie, e alla fine, con la sua manipolazione ha ottenuto quello che voleva: Mrs de Winter è davvero una sorta di Alice, poiché rimarrà rinchiusa nelle sue fantasie.
Un richiamo a Jane Eyre
Se nella realtà Mrs. de Winter non farà nulla per sostenere Rebecca o per vendicare la violenza da lei subita, sarà Mrs. Danvers a compiere questo gesto. Legata profondamente a Rebecca, dopo l’esito del processo che si conclude con l’innocenza di Maxim, Mrs. Danvers decide di vendicare personalmente la morte della donna alla quale è rimasta fedele, dando fuoco a Manderley. Il finale del romanzo mi ha riportato alla mente, ancora una volta, Jane Eyre: nel romanzo di Charlotte Brontë l’incendio della casa assumeva un valore ambivalente: un atto distruttivo, ma allo stesso tempo liberatorio, perché pone fine all’ordine patriarcale rappresentato dal dominio di Rochester. Anche Rochester, infatti, presenta alcune somiglianze con Maxim: entrambi sono uomini che esercitano un forte potere sulla figura femminile e cercano, in modi diversi, di eliminarne la voce. Rochester rinchiude Bertha Mason nella soffitta, Maxim invece uccide Rebecca.
In Rebecca, tuttavia, la distruzione di Manderley assume un significato ulteriore: non è soltanto un atto di vendetta e di distruzione dell’ordine patriarcale, ma anche un gesto di solidarietà femminile. Questo rende Mrs. Danvers un personaggio molto più complesso e positivo di quanto la narrazione apparentemente suggerisca. Lungi dall’essere una figura negativa o inquietante, Mrs. Danvers è in realtà l’unico personaggio che rifiuta la narrazione distorta costruita da Maxim su Rebecca e l’unica che non si lascia manipolare dalla sua versione dei fatti. Il fuoco è la sua forma di vendetta, ma anche di giustizia, perché Manderley non è semplicemente una casa, ma rappresenta Rebecca stessa. Senza Rebecca, Manderley perde il proprio significato e non ha diritto di esistere. Ed è proprio attraverso il ruolo che il testo attribuisce alla casa che possiamo comprendere il motivo più profondo che spinge Maxim a uccidere sua moglie.
La casa patriarcale
«C’era forse attorno a Manderley una aureola di inviolabilità, di luogo eletto, di cui non si doveva discutere». Manderley rappresenta tante cose: il patriarcato, la rigidità delle sue tradizioni riguardanti la separazione imposta tra femminilità e mascolinità. Manderley potrebbe anche rappresentare l’Inghilterra del suo tempo. Non è la prima volta che nella letteratura inglese una grande proprietà di una famiglia importante rappresenterebbe la nazione stessa, e le minacce al suo ordine (prendiamo ad esempio Casa Howard di E. M Forster). All’inizio, Manderley rappresenta Maxim stesso. E dal testo, è chiaro che la principale preoccupazione di Maxim è quella di mantenere intatta la propria sfera domestica, rappresentata appunto da Manderley. Ma la sua Manderley è in pericolo, e il pericolo è proprio Rebecca. Quando arriva Rebecca, tutto cambia: “Essa ha fatto di Manderley la meraviglia che è oggi. I giardini, i cespugli, persino le azalee, credi che esistessero quando era in vita mio padre?” ammette a malincuore Maxim. Manderley smette di essere Maxim e diventa Rebecca, come se ne fosse una personificazione.
L’arrivo di Rebecca sconvolge gli equilibri di quella casa patriarcale, che appartiene alla famiglia di Maxim, che porta il suo nome e che rappresenta la continuità della linea maschile, perché Rebecca non si limita ad abitare a Manderley, ma se ne appropria simbolicamente. Nel romanzo gotico classico l’eroina era prigioniera della casa, qui invece rifiuta di essere una vittima, prendendo possesso di quella stessa casa che avrebbe potuto intrappolarla. Questo rappresenta una minaccia per Maxim, perché mette in discussione l’idea che il potere derivi dall’uomo. Rebecca incarna una nuova possibilità, la possibilità di un trasferimento di potere, uno spostamento dalla centralità maschile a quella femminile. Se una donna può prendere possesso simbolicamente dello spazio che per tradizione appartiene all’uomo, allora viene messa in discussione l’intera struttura patriarcale su cui si fonda Manderley e in generale la società. Rebecca dimostra che una donna non deve necessariamente occupare una posizione subordinata.
La mascolinità in crisi
L’odio di Maxim verso Rebecca nasce quindi dal suo senso di inferiorità e dall’umiliazione maschile di sentirsi privato del suo ruolo dominante. Rebecca mette in crisi la sua mascolinità. Il suo omicidio può essere letto simbolicamente come un tentativo di eliminare non solo Rebecca come individuo, ma ciò che lei rappresenta, una femminilità autonoma, potente, capace di occupare lo spazio tradizionalmente maschile. Maxim elimina Rebecca, ma Rebecca trionfa fino alla fine, diventando il simbolo di una speranza più grande: quella di tutte le donne che, scegliendo di non rinunciare a se stesse, trasformano la propria voce in una forza che nessuno può cancellare.
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