L’eresia bianco(nera) di Culicchia? La libertà di tifare Germania

Quella tedesca è sempre stata una patria nascosta, sportiva e culturale, per Giuseppe Culicchia, che ne “La mia Germania” racconta la sua passione di tifoso per la “Nationalmannschaft”. Fin da bambino tracciò una strada da bastian contrario, fuori dal coro e dall’ovvio…

Deutschland über alles? Il binomio è sempre stato Culicchia-Torino, della fede granata dell’autore di Tutti giù per terra e del recente Uah! Vita e opinioni di Franz Zazzi, gentiluomo (ne abbiamo scritto qui) si sa pressoché tutto. La passione per la nazionale tedesca di calcio è stata, invece, svelata da poco, grazie a un intrigante volume pubblicato da Neri Pozza, La mia Germania. Storia di un amore clandestino (155 pagine, 18 euro). Eliminata dal Paraguay, piuttosto ingloriosamente e sorprendentemente, ai sedicesimi di finale, ai rigori, la Germania è l’altra squadra che fa palpitare il cuore di Giuseppe Culicchia dall’età di cinque anni, dal mitico 4-3 dell’Italia ai tedeschi, allo stadio Atzeca.

L’eternità delle sconfitte

Allora, come probabilmente oggi, poco importò al giovanissimo della sconfitta («al contrario delle vittorie le sconfitte sono eterne») considerata un punto di partenza, al giovanissimo rapito come era da quelle maglie bianche con dettagli neri (da qui il malefico titolo del nostro articolo, quasi uno scherzo) e dall’eroico capitano degli avversari, Franz Beckenbauer, rimasto in campo con un braccio destro legato al collo, a causa di una lussazione alla spalla. Fu la prima scintilla di un perenne spirito di contraddizione, era la prima ribellione nei confronti della figura paterna, un barbiere siciliano che esultava per gli azzurri, la prima volta che quel bambino scrutò una via diversa da quella tracciata dal coro, dalla tribù, dall’ovvio.

… per tutta la vita avrei fatto il bastian contrario.

Una macchia irrazionale…

Tifare per la Germania, in Italia, negli anni Settanta, non era una scelta sportiva, ma quasi una devianza sociale, una macchia, un’onta. Era come dichiarare di preferire il freddo al sole, la disciplina alla passione, l’ordine al caos. Eppure certe scelte non si spiegano, o forse sì, quelle irrazionali forse ci definiscono più di mille ragionamenti. Quell’eresia, tutt’altro che un capriccio infantile, non si sarebbe arrestata e Culicchia non tornò mai indietro: il tifo, come l’amore, non si spiega e lo scrittore piemontese di origine siciliana ha trovato nella Germania, sportiva e culturale, una patria alternativa a quella che il destino gli aveva assegnato.

… o magari, inconsciamente, no

Una radice più profonda, però, potrebbe dar senso all’inspiegabile, una storia che precedeva il calcio e che apparteneva alla vita del padre. Due soldati tedeschi, durante la guerra, gli avevano risparmiato la vita. Senza quel gesto (raccontata in Sicilia, o cara), Culicchia non sarebbe mai nato. Il tifo per la Germania diventò così, forse, una forma di riconoscenza muta, un debito pagato attraverso la fedeltà sportiva. E fu anche premiata con i successi in tre Mondiali (ma nel 1982 sarebbe arrivato uno storico ko con l’Italia) e in tre Europei. Tutto è raccontato con ironia e precisione, senza retorica. Non in un manuale per tifosi o in un almanacco del calcio, ma in un libro totale, emotivo, sentimentale, se vogliamo, che va oltre undici uomini in maglia bianca che giocano a calcio.

Un popolo di calciatori, musicisti, cineasti e scrittori

Oltre al racconto di partite epiche (su tutte la semifinale dei Mondiali del 1982, vinta dalla Germania Ovest contro la Francia di Platini), o di un autografo di Bastian Schweinsteiger, Giuseppe Culicchia si sofferma sulla sua corrispondenza d’amorosi sensi con la cultura tedesca, la musica, il cinema, la letteratura, la passione per Goethe e Christa Wolf, la scoperta di Nietzsche (le lezioni di Vattimo seguite, anche senza essere iscritto a Filosofia) e Walter Benjamin, il vivo interesse per scrittori di nazionalità o di lingua tedesca, Bernhard, Grass, Kafka, Doblin, Schulze. Il libro, dunque, attinge anche alla storia personale e quella, più vasta, della Germania moderna. Dal muro di Berlino alla riunificazione, dalla guerra fredda all’Europa unita: una terra che è luogo dell’anima, per ordine e bellezza. Tutto, e per sempre, intrecciato al calcio, alla passione e al tifo. Per Culicchia, tifare per la Germania – parallelamente all’amore per il Torino – è stato un modo di stare al mondo, di costruire un io che non dipendesse dall’approvazione altrui. È stato, in fondo, un atto di libertà.

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