L’attualissimo e incompiuto “Requiem per Fanny Goldmann”? Una storia feroce su un delitto di una violenza sottile e profonda, di cui è vittima una non più giovane attrice, sedotta per calcolo da un aspirante scrittore. Tra dignità dell’autodistruzione e furto e manipolazione dell’identità, una storia che parla al presente, anche se Ingeborg Bachmann non fece in tempo a definirla…
Una donna può essere uccisa senza che nessuno alzi un dito, perché qualcuno le ha sottratto la narrazione della propria vita, lasciandole come unico rifugio il fondo di un bicchiere?
Ci sono letture che non potranno mai essere definitive, perché gli scrittori non hanno avuto il tempo di fissare l’ultima parola, ma che trapassano comunque l’anima, affondano il colpo, non lasciano scampo, senza invecchiare mai, attualissime. È il caso di un ambizioso progetto in prosa dell’austriaca Ingeborg Bachmann, un ciclo di romanzi che avrebbe dovuto intitolarsi Todesarten, e avrebbe documentato come, nell’Austria e nella Germania del dopoguerra, la violenza si fosse trasformata, più che scomparire, come la gente venisse uccisa attraverso forme di violenza così sottili da sfuggire a qualsiasi tribunale, delitti invisibili, forme moderne di omicidio, che non lasciano sangue sul pavimento.
Frasi scabre contro l’ovvietà
Ingeborg Bachmann riuscì a portare a termine solo il primo dei volumi programmati, Malina. Il caso Franza e Requiem per Fanny Goldmann rimasero abbozzi, tormentate varianti. Quando Bachmann morì, il 17 ottobre 1973, a Roma, tre settimane dopo che un incendio aveva divorato il suo appartamento in via Giulia, stava ancora lavorando a quei manoscritti. Adelphi ha deciso di riproporre, per la nuova serie dei Microgrammi, proprio Requiem per Fanny Goldmann (73 pagine, 7 euro), radiografia di un testo non ancora definito, che ha la consistenza incerta propria di ogni manoscritto interrotto, con frasi che talvolta si aprono su intuizioni fulminanti e si chiudono senza risolversi. La versione in italiano è quella storica di Magda Olivetti; traduttrice che resiste alla tentazione di ammorbidire le frasi scabre in periodi più fluidi e meno aspri, restituendo la prosa com’è, cruda e reticente al tempo stesso, e trasformando in italiano un tedesco vissuto con tensione dall’autrice, lingua brutale della propaganda nazista, ma anche lingua magnifica di Celan, di Kafka, di Musil, e nella mente e tra le dita di Ingeborg Bachmann una lingua in cui ogni frase è una lotta contro l’ovvietà, contro il cliché.
Il tradimento, il crimine senza sangue
La protagonista si chiama Fanny Wischnewski, sposata Goldmann, ed è un’attrice viennese di bellezza più che di talento. Vive per anni in un equilibrio fragile tra la provincia da cui viene e la capitale che la consuma, divisa tra il bisogno di ruoli e quello, più segreto, di un uomo da amare senza calcolo. Finito il matrimonio con Harry Goldmann, ebreo viennese emigrato in California durante gli anni del terrore e tornato a rivendicare una città che lo aveva cacciato, la non più giovanissima Fanny è generosa fino all’autolesionismo, offre baci, denaro, contatti, l’accesso ai salotti che contano, a chiunque le prometta un futuro diverso da quello di comparsa che la sua carriera le sta cucendo addosso. L’uomo che raccoglie questa generosità è Toni Marek, mediocre scrittore di provincia, affamato di gloria letteraria. Marek seduce Fanny per calcolo, e il calcolo si consuma lentamente, in tante notti di conversazione che lui trasforma, frase dopo frase, in materiale narrativo. Il tradimento non passa per l’infedeltà fisica, che pure c’è, ma per un gesto più sottile e imperdonabile: Marek scrive un romanzo su di lei, ne fa un personaggio, le ruba la sua stessa biografia trasformandola in un successo che porta il nome di lui soltanto. È il crimine perfetto secondo la grammatica morale di Bachmann, quello che si compie dentro i confini della legge, senza che nessun tribunale possa mai riconoscerlo. La tentazione biografica è forte, e in parte legittima – per via del legame di Ingeborg Bachmann con Max Frisch, per molti sovrapponibile alla vicenda di Fanny e Marek, e di Montauk, romanzo di Frisch, nella cui filigrana ci sarebbe la scrittrice – ma rischia di ridurre a cronaca sentimentale un’opera molto più ambiziosa: una teoria generale della violenza esercitata dagli uomini sulle donne attraverso la parola stessa, la capacità di raccontare la vita di un’altra persona appropriandosene.
La relazione asimmetrica fra uomo e donna
La vittima non è del tutto innocente. La sua “colpa” è stata quella di credere che l’amore potesse essere un terreno neutro, uno scambio alla pari. Invece, nel mondo di Ingeborg Bachmann, ogni relazione tra uomo e donna è asimmetrica, carica di potere, segnata dal fascismo che per la scrittrice è «l’elemento primo tra uomo e donna», in quel modo quotidiano, quasi impercettibile, con cui un uomo impone la propria versione dei fatti, la propria narrazione del mondo. Dopo la scoperta del tradimento letterario, Fanny non crolla immediatamente. C’è una dignità nell’agonia che Bachmann descrive con una tenerezza spietata. Ma la resistenza ha i suoi limiti, e Fanny li supera bevendo l’alcool più economico che reperisce in drogheria. Ogni bicchiere è un passo verso il fondo, ma è anche un gesto di autodeterminazione: se non può controllare la propria storia, prigioniera del romanzo di Marek, può almeno controllare la propria distruzione.
Un po’ di levità
Eppure, nel mezzo di tanta oscurità, c’è anche una strana levità. Bachmann, quando descrive le zie di Fanny, le conversazioni da salotto, le piccole meschinità della società viennese, sfodera un’ironia mordace di grande livello. Le sue zie e sua madre formano un quartetto da commedia di costume, donne in ristrettezze che conservano l’aria di chi ha cenato con l’arciduca pur non sapendo come pagare la bolletta del gas. C’è del comico nel modo in cui le donne della famiglia Wischnewski si aggrappano ai loro titoli nobiliari sbiaditi, nel modo in cui Karin – la nuova moglie di Marek – cerca di mantenere con Fanny un’amicizia calorosa. Questa commedia, però, non attenua la tragedia, mostra come il male possa indossare l’abito da sera e parlare con voce educata.
Rimbombare nel presente
Non invecchia, questo libro. Oggi è comprensibile come ieri, il presente potrebbe essere benissimo il suo scenario, con perversi meccanismi che si ripetono. Si pensi a certi social, in cui un’esistenza privata diventa contenuto, un dolore diventa post, un lutto diventa reel, e chi lo racconta — spesso non è più chi lo ha vissuto — ne trae capitale simbolico, follower, visibilità. Il meccanismo di espropriazione dell’intimità è diventato l’infrastruttura ordinaria con cui milioni di persone gestiscono la propria immagine e quella altrui. Ingeborg Bachmann la descrive come una patologia della relazione con un singolo uomo predatorio; oggi è diventata quasi una dinamica diffusa, un effetto collaterale. Bastava sostituire il salotto viennese con un’interfaccia e il testo continua a funzionare quasi senza bisogno di aggiornamenti.
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