Un’ossessionante rivalità tra due fratelli, dalla brughiera scozzese fino alle colonie americane, un geniale dramma domestico e psicologico camuffato da romanzo d’avventura. “Il Master di Ballantrae” è il vero capolavoro di Robert Louis Stevenson…
Tutti d’accordo sui capolavori in tema di romanzi d’avventura, ma il vertice segreto dell’intera opera di Robert Louis Stevenson è un libro che rifiuta le semplificazioni al tempo dominanti in certa narrativa di genere. C’è un classico del suo repertorio in cui l’elemento avventuroso non è mai fine a se stesso, ma funziona da cornice per un dramma domestico e psicologico sviluppato in modo geniale. Ne Il Master di Ballantrae (314 pagine, 22 euro), in libreria per Adelphi a cura di Masolino d’Amico e con uno scritto di Jean Echenoz, Stevenson tiene insieme il ritmo serrato delle narrazioni ottocentesche e una densità di sguardo sulla natura umana che appartiene al romanzo psicologico che si sarebbe imposto e sarebbe stato canonizzato successivamente.
Stevenson cominciò a scrivere questo romanzo nei monti Adirondack, dove si era trasferito per curare i polmoni, e lo portò con sé nei mesi successivi come un manoscritto in perenne trasformazione, prima di pubblicarlo a puntate su una rivista americana tra il 1888 e il 1889, e infine in volume col sottotitolo di Racconto d’inverno. Quella genesi itinerante, fatta di soggiorni diversi e di un autore già segnato dalla malattia, si riflette nella struttura stessa del libro. La critica dell’epoca lo salutò come il ritorno di uno scrittore capace di unire la suspense avventurosa dei suoi romanzi più popolari alla complessità morale che aveva già mostrato di saper maneggiare. I nomi dei due protagonisti, James e Henry, sono un omaggio esplicito all’amicizia con lo scrittore americano che Stevenson frequentava e ammirava: un dettaglio biografico che dice molto, nel senso che lo stesso Stevenson, fin dal principio, immaginava questa sua prova come la più ambiziosa.
La scelta sbagliata di una famiglia
Il romanzo è presentato come il libro di memorie di Ephraim Mackellar, amministratore della tenuta di Durrisdeer, in terra di Scozia. Nel 1745, l’anno della rivolta giacobita in Scozia contro la monarchia, la famiglia di possidenti Durie – il Laird di Durrisdeer, il figlio maggiore James Durie (il Maestro di Ballantrae) e il figlio minore Henry Durie – fa una scelta estrema, portando avanti una strategia che alla lunga si rivelerà scellerata: un figlio si unirà ai rivoltosi del pretendente Stuart che reclama un trono perduto, mentre l’altro si schiererà coi lealisti, cosicché, a seconda di chi vincerà, il titolo nobiliare e le proprietà della famiglia saranno preservati. È una mossa di puro calcolo dinastico, la stessa logica prudente con cui tante famiglie aristocratiche attraversarono quegli anni turbolenti, ma la sconfitta della rivolta trasforma quella scommessa in una condanna. James viene dato per morto sul campo di battaglia, Henry eredita il titolo, la terra e persino la donna che era stata promessa al fratello, e da quel momento la vita che gli viene concessa si rivela avvelenata fin nelle fondamenta: la comunità intera lo guarda come un traditore opportunista, mentre continua a rimpiangere l’eroe caduto in battaglia, ignaro del suo reale destino.
Il ritorno di un fantasma
James non è morto, naturalmente, e il romanzo si costruisce proprio sul suo ritorno, sulla lenta rivelazione di una sopravvivenza avventurosa fatta di pirateria, di traversate oceaniche, di fortune racimolate e perdute in terre lontane. Quando ricompare a Durrisdeer, porta con sé un rancore che si è affinato nel tempo trascorso lontano da casa, e che si esercita con la precisione di chi conosce ogni debolezza del fratello meglio di chiunque altro. Stevenson porta i due fratelli, e con loro il lettore, dalla brughiera scozzese fino alle colonie americane, in un crescendo geografico che asseconda l’espandersi dell’ossessione reciproca, fino a un finale ambientato tra le nevi del Nord America dove la rivalità trova il suo esito più estremo.
Bene e male, non due natura distinte
Ciò che rende ancora oggi affascinante questo romanzo è il rifiuto quasi ostinato di trasformarlo in una parabola su un buono e un cattivo. Stevenson aveva già esplorato pochi anni prima, nel celebre Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, l’idea che bene e male non siano due nature distinte ma due possibilità sempre compresenti nello stesso individuo, e in questo romanzo quella stessa intuizione si allarga a un’intera famiglia, distribuita ora nell’uno ora nell’altro fratello, senza che sia mai possibile tracciare una linea netta di separazione. Poi c’è la scelta narrativa più sofisticata, il punto di vista: la storia arriva al lettore attraverso il resoconto di Mackellar, l’amministratore della tenuta, uomo fedele a Henry fin nel midollo, di parte, che pure ammette di trovare temibilmente affascinante James, anche mentre lo detesta, costringendo il lettore a un lavoro costante di verifica. A questa voce principale si aggiungono, a tratti, i dispacci di un altro personaggio che ha seguito le imprese di James lontano dalla Scozia. Fatevi un piacere, cercate questo libro, leggetelo e innamoratevene…
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