Ciabatti: “Il mio prossimo romanzo? Voglio dividere e irritare”

Intervista a Teresa Ciabatti, che sta scrivendo «un finitissimo sequel» del suo libro più rappresentativo e discusso, “La più amata” ed è tra i protagonisti della rassegna palermitana “Women in love”: «Presi le distanze dalla protagonista, oggi non lo rifarei. Riparto da un’amica della Teresa Ciabatti di quel romanzo. Sono affascinata. Con le altre scrittrici italiane facciamo squadra. Vorrei essere Antonella Lattanzi. In America si sognano un romanzo come “Il colibrì” di Veronesi»

Tra miss Havisham e il libro che sta scrivendo, tra l’immortale personaggio del romanzo Grandi Speranze di Charles Dickens e un «fintissimo sequel del mio romanzo più rappresentativo, La più amata». Teresa Ciabatti è tra le protagoniste della rassegna «Women in love», al museo Salinas di Palermo, organizzata dalla giornalista Sara Scarafia. E ha scelto il capoluogo siciliano, oltre che per confrontarsi, come altri colleghi prima e dopo di lei, con eroine e antieroine della letteratura, anche per fare sbirciare nella sua officina. Protagonista di un appuntamento che a un certo punto avrebbe anche voluto… annullare. «Ero terrorizzata – racconta Ciabatti – perché mi impappino, non sono abituata, vado a braccio, avevo pensato di annullare tutto, poi Sara Scarafia mi ha convinta e mi sono buttata. A partire da miss Havisham, che ferma il tempo dopo essere stata abbandonata alla vigilia del matrimonio, ho fatto un excursus da Medusa a Elsa di Frozen. Loro fanno qualcosa di simile, la prima pietrifica, la seconda blocca tutto con il ghiaccio. Mi piaceva ragionare sui personaggi che, a vario titolo, fermano il tempo come miss Havisham. Farò una cosa pop, mischiando letteratura e cartoni animati».

Ciabatti, vedendo in azione miss Havisham sembra di poter dire che senza personaggi così non ci si divertirebbe…

«Senza le ragazze cattive non esisterebbe la letteratura. Non solo è cattiva miss Havisham, ma anche Estella, la bimba allevata da lei, a cui insegna ad avere un cuore di ghiaccio e a far piangere gli uomini. È uno dei primi personaggi bambini maligni, fra le prime rappresentazioni di infanzia spudorata, provocatoria, cattivissima. Si pensi a come umilia Pip. Anche Pinocchio è cattivo, ma quella di Estella è una cattiveria diversa, pilotata, più consapevole. Per me il rapporto fra miss Havisham ed Estella è il racconto perfetto sulla maternità, che implica in qualche modo la manipolazione, la proiezione dei propri sogni, la volontà di tracciare direzioni, una madre, in qualche modo, non vuol fare dei figli una replica di sé?».

Alla fine il progetto di vita di miss Havisham per Estella non si realizza completamente o no?

«Il romanzo rimane un po’ aperto, non sappiamo se Pip ed Estella staranno finalmente assieme o no. In ogni caso sono anziani, la vita è finita, lei si è sposata, è stata maltrattata dal marito, è rimasta vedova, ci ha messo tutta una vita per capire cosa è successo…».

Prende parte a una rassegna giovane, ma già di successo e ben connotata, che ha avuto alcuni mattatori. Indimenticabile l’intervento di Alessandro Piperno su madame Bovary lo scorso febbraio…

«Ma io mica mi metto in competizione con Piperno, lui fa talmente bene le cose che fa. Mica mi metto a correre con…».

Bolt?

«Ecco. Sul Corriere lui fa le sue cose, si occupa di Proust, io scrivo di bambole, di Cristina d’Avena o di Andrea Balestri, che da bimbo ha interpretato Pinocchio nel film di Comencini. Sono due esempi di individui per cui il tempo sembra essersi fermato»

Alla Feltrinelli di Palermo presenterà il suo penultimo libro, La più amata, edito da Mondadori, caso editoriale del 2017. Un po’ in ritardo?

«No, nel senso che è, fin qui, il mio romanzo più rappresentativo, quello a cui sono maggiormente legata, e sto scrivendo un nuovo libro, un fintissimo sequel che riprende un personaggio del primo, un’amica di Teresa Ciabatti, personaggio che torna come narratrice, con la sua voce, irritante, odiosa, scorretta e fastidiosa. È qualcosa che sto scrivendo, se tutto va bene uscirà fra un anno e mezzo o due, ho impiegato anni per tornarci su, ma riparto da lì».

La più amata ha raccolto lodi e consensi, ma anche critiche spietate. Come ha provato a conviverci?

«Ho patito molto il fatto che non avevo minimamente calcolato che potesse essere un libro così fastidioso, per me è anche pieno d’amore e di tenerezza. Sul momento le reazioni aggressive mi sorpresero. A distanza di tempo mi sono reso conto che l’aggressività di quel libro poteva prevedere anche reazioni del genere. Dopo l’uscita ero spaventata, ho anche sofferto, adesso rimpiango quel clima, nel senso che credo che un romanzo debba fare questo, dividere, recar fastidio, far discutere. Magari ci riuscissi un’altra volta, spero di farlo ancora, penso che sarei più preparata. L’approvazione da una parte e l’irritazione dall’altra sono fondamentali, ho impiegato un po’ di tempo per capirlo, ma ci sono riuscita e vorrei proseguire su questa strada, nel senso che la letteratura deve anche provocare fastidio».

Fingeva d’essere una spietata autobiografia, ma c’era tanta invenzione. Era, appunto, un romanzo. Nei mesi successivi all’uscita perché prese le distanze dal personaggio che ha il suo nome e i suoi dati anagrafici?

«Dopo La più amata andavo in giro preoccupandomi molto di dimostrare che ero una persona buona ed educata, non la cattiva che emergeva dalle pagine. Era un gioco letterario, un equivoco meraviglioso, che evidentemente ha funzionato, doveva avere quell’effetto lì. Io sono tutt’altro che trasgressiva, semmai sono sfigata, sto a casa, guardo “Chi l’ha visto” in tv».

Cosa le ha insegnato la delusione del premio Strega?

«È stato un periodo bello, anche divertente, ma non me lo sono goduto davvero, pativo molto che ovunque mi scambiassero per qualcuno che non ero. Quando è finito tutto, però, è stato il momento più bella della vita. Non ero preparata a quei mesi difficili, ma adesso certe cose non le rifarei, non prenderei le distanze, farei come adesso. Per tornare al nuovo libro, mi prendo le responsabilità del nuovo gioco che sto creando. Certo ci sono voluti anni per una simile consapevolezza…».

Definì il secondo posto allo Strega «un fallimento». Ha cambiato idea?

«Sicuramente. Bisogna piantarla col mito della vittoria a tutti i costi. Perdere è un’esperienza interessante, materiale narrativo niente male. Va bene perdere cento volte e magari vincere in un’occasione…».

Esemplare Antonio Scurati, vincitore dell’ultimo Strega, dopo averlo perso due volte per un soffio…

«Ecco, è un ottimo esempio. Bisogna far fuori chi vive la sconfitta con frustrazione».

Non è stata tante volte in Sicilia, ma che rapporti ha con gli scrittori siciliani?

«Nulla di personale, sono stanziale, mi muovo giusto fra Orbetello e Roma, vivo in tre strade, nemmeno in un quartiere. A Milano sono stata per la prima volta dieci anni fa. Leggo e ammiro tanti siciliani contemporanei, Nadia Terranova, Stefania Auci, Evelina Santangelo, che mi affianca nella presentazione alla Feltrinelli».

Tra voi scrittrici italiane c’è molta solidarietà e complicità negli ultimi tempi. È vero?

«Facciamo squadra e stiamo conquistando molto più spazio. E non è ancora finita. Abbiamo capito quanto sia importante un confronto artistico, un continuo e utile rispecchiamento, che personalmente mi ha cambiato in meglio il mestiere. Prima ero molto più sola, frustrata e invidiosa. Ho tante amiche e sodali fra le scrittrici».

Sono Valeria Parrella, Chiara Valerio, Michela Murgia, Caterina Bonvicini, con cui è immortalata nella foto di Whatsapp?

«Anche. E non solo. Penso pure ad Alessandra Sarchi, a Helena Janeczek, ad Antonella Lattanzi. Quest’ultima è un’amica carissima, una delle scrittrici più grandi, con cui mi confronto spesso. Vorrei essere lei, è quella che invidio di più e quando l’invidia è manifesta e si dichiara… è meraviglioso».

In generale lei ha sempre difeso la letteratura italiana contemporanea, ritenendo che sia troppo bistrattata e non inferiore a molta della produzione che arriva dall’estero…

«Proprio così, abbiamo scrittori e libri meravigliosi, che non temono il confronto con molti stranieri celebratissimi. Chi sostiene il contrario lo fa in astratto, probabilmente non legge né gli italiani né gli stranieri. Io parlo con cognizione di causa, leggo quattro, cinque romanzi a settimana. La nostra letteratura è ricchissima e variegata. Siamo sempre tutti generosi e ben disposti con quello che arriva da oltre confine, ma dovremmo ammirare anche i  nostri connazionali. Uno dei romanzi più belli della stagione l’ha scritto Fuani Marino per Einaudi (Svegliami a mezzanotte, ndr), davvero meraviglioso. E che dire de Il colibrì di Sandro Veronesi (La Nave di Teseo, ndr) appena pubblicato? In America se lo sognano un romanzo così!».

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