“Liguria Immaginifica” di Alessandra Chiappori, un estratto

Misteri assortiti di Liguria, tra fantasmi, diavoli, polpi, luoghi sinistri. Li racconta Alessandra Chiappori – firma di LuciaLibri – che ci spiega quanto si è divertita a scovare storie poco note e leggende, e quanto si possano divertire i lettori leggendo il suo nuovo libro, pubblicato da Il Palindromo: “Liguria immaginifica. Guida ai luoghi straordinari della regione” (264 pagine, 14 euro). Per gentile concessione dell’autrice e della casa editrice pubblichiamo anche un estratto del volume, che è possibile acquistare in tutte le librerie e nei principali store on line

In un testo che amo, cioè Dall’opaco, Italo Calvino scriveva: «ogni orientamento per me comincia da quell’orientamento iniziale, che implica sempre l’avere sulla sinistra il levante e sulla destra il ponente, e solo a partire di lì posso situarmi in rapporto allo spazio». Ora che mi sono tolta lo sfizio di citare Calvino, posso proseguire dicendo una banalità, e cioè che in Liguria è facile orientarsi: in genere si va da ponente a levante e viceversa, lo fanno la ferrovia, l’autostrada, l’Aurelia. L’orizzonte sud è tutto azzurro di mare, mentre alle spalle si alzano in poco spazio le cime ardite delle Alpi e gli Appennini.

Insomma: era abbastanza scontato  inquadrare geograficamente la regione dove sono nata. Ecco perché il progetto della Liguria immaginifica mi ha stuzzicata: si trattava di andare oltre l’immagine stereotipata, di cercare pagine meno note, meno esposte, storie che nei secoli hanno intrecciato leggende e verità fino a confonderle, e farne qualcosa di intrigante e affascinante come solo un racconto misterioso sa essere.

Solo che in quei misteri, collezionati con rigoroso rispetto  numerico provincia per provincia, dall’estremità di Ponente, cioè Grimaldi, alla Lunigiama che sfuma in Toscana, alla fine qualche verità geografica c’era davvero. Qui la palla passa al lettore, che spero si diverta quanto mi sono divertita io a ricamare vicende stregate tra diavoli, fantasmi, isole che navigano e uomini scimmia, polpi venerati e pietre la cui lingua non sappiamo decifrare. Il tutto, scoprendo e riscoprendo quella geografia così apparentemente semplice, ma stratificata e ricchissima di curiosità non sempre note. A questo serve la mappa allegata alla guida: a sognare, fantasticare, e poi andare a verificare se esiste davvero un drago accovacciato sotto costa. Non ci credete?

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Storia dell’antico polpo che salvò un borgo dove: Tellaro comune: Lerici (La Spezia)

Se si potesse condensare la Liguria in un’immagine, il borgo di Tellaro sarebbe perfetto: le case color pastello dei pescatori, le barche tirate in secca sulla spiaggetta e nei carruggi che ripidi scendono alla marina, le lenzuola stese tra schegge d’ombra e sole, i bambini che giocano, gli scogli e gli spruzzi del mare. Un posto così caratteristico e tranquillo che innamorarsi è un attimo. Lo è per chi in questa frazione di Lerici decide di sposarsi, ma lo è stato anche per tanti scrittori che hanno reso Tellaro un posto molto letterario. Il paese, da parte sua, ha fornito suggestioni che hanno intercettato la creatività e la fantasia.

È il 16 aprile del 1914, a Tellaro si è da poco svolta la processione del Venerdì Santo. La cerimonia notturna si è rivelata agli occhi di David Herbert Richards Lawrence, che ne scrive a un amico, uno spettacolo intriso di mistero e salsedine: le ombre tra i vicoli, il tremore delle candele alla luce lunare, i suoni e i canti della ricorrenza mescolati allo sciabordio delle onde. Perché Tellaro, con quel mare, ha un legame profondissimo.

Arroccato sulla punta del golfo di La Spezia che idealmente chiude a levante, Tellaro guarda dal mare la Palmaria, il Tino e il Tinetto e Portovenere, la “baia splendente”, come la definiva Shelley. È comodo arrivarci dalla località attigua di Fiascherino, anche perché qui si gira solo a piedi, le alternative alla strada panora mica sono un trekking, o una barca. La passeggiata da Fiascherino era nota agli intellettuali che frequentavano questo posto: qui viveva Lawrence, in un casa rosa che aveva scelto come nido per sé e la propria amante. Ogni giorno ritirava la posta a Tellaro stupendosi per la me raviglia semplice del luogo: «è perfetto – scriveva nelle lettere estasiate, descrivendo la futura casa – c’è una minuscola baia seminascosta dalla roccia e ricoperta da macchie di ulivi che degradano rapidamente». Oggi sul camminamento pedonale che un tempo era un sentiero tra gli ulivi si intravedono sprazzi delle sue parole.

Lì vicino aveva preso casa negli anni Sessanta anche Mario Soldati, che amava godersi la tranquillità di queste case sbucate dal mare. Una bellezza umile, stretta tra il verde e il blu. Montale la immortala in uno sfuggente passaggio in treno, dove cattura un fram mento di grande intensità andando proprio “Verso 213 Liguria immaginifica Tellaro”: «Cupole di fogliame da cui sprizza / una po lifonia di limoni e di arance / e il velo evanescente di una spuma / di una cipria di mare che nessun piede / d’uomo ha toccato o sembra».

Eppure a Tellaro non c’è praticamente niente, tran ne l’essenza del borgo stesso: un intreccio di vicoli stretti che percorrono il paese tra una casa e l’altra, nel poco spazio che resta, scivolando verso gli scogli. Dal la piazza della chiesa tutte le viuzze corrono al mare, destinazione ultima di un borgo che proprio a questo mare deve la sua storia più famosa, un intrigo tra fatti e mitologie che nasconde la sua verità in qualche anfratto subacqueo, e che per questo continua a nutrirsi di fantasie terrestri.

«O chiese di Liguria, come navi / disposte a es ser varate!» direbbe Vincenzo Cardarelli, e in questo caso avrebbe trovato la cartolina perfetta da associare ai suoi versi sulla Liguria. La chiesetta di San Giorgio, con la sua abside che si rigonfia sull’azzurro, come a tuffarsi, si protende sul mare di Tellaro. Sarà per questo che nella notte dei tempi fu proprio un polpo, che dagli scogli stava a guardia della torre campanaria, a salvare il paese da un’incursione di pirati.

Leggenda? Forse. Sul lato verso il mare della chiesa si incontra una targa che cristallizza con la sua ufficialità la memoria storica di un fatto: «Saraceni mare no 214 Fantasticherie marine strum infestantes sunt noctu profligati quod polipus aer cirris suis sacrum pulsabat».

Fu il polpo, nottetempo, a salvare Tellaro dall’invasione dei corsari, suonando le campane. La leggenda porta indietro il tempo al 19 luglio 1660, in una notte in cui il pirata Gallo d’Arenzano tentò l’assalto del borgo con le sue galee. Non era una novità: la costa ligure ha sempre subìto attacchi e razzie dal mare, per questo a Tellaro si erano organizzati: avevano nominato una vedetta, pronta a scrutare il mare dal campanile di san Giorgio e dare eventuali segnali di allarme suonando le campane in caso di pericoli all’orizzonte. Ma quella sera c’era burrasca, nessuno avrebbe potuto attraccare. Così pensava la vedetta, che si addormentò.

Qualcuno dice che le corde delle campane fossero cascate fatalmente in acqua, qualcuno sostiene che il polpo avesse visto il nemico incombere. Insomma, i pirati comparvero sotto costa, ma le campane presero a suonare svegliando tutto il paese. Secondo alcuni, le persone, scosse da quel parapiglia, scapparono terrorizzate lasciando vuoto il paese e a mani altrettanto vuote gli assalitori; secondo altri, i tellaresi, scesi in piazza ormai svegli, si fecero valere difendendosi e scacciando i pirati.

Comunque sia andata, le campane avevano avvisa to per tempo. Com’era stato possibile se la sentinella dormiva? Saliti sul campanile, gli abitanti di Tellaro si accorsero che le corde erano tra i tentacoli di un pol po che, dall’acqua o salito sul campanile – su questo dettaglio la leggenda perde colpi in precisione – tira va facendo rintoccare le campane. Non stupisce che da allora il polpo sia diventato, per Tellaro, una sorta di animale guida e simbolo di un rapporto che fin dall’antichità lega il paese al mare.

Cosa è vero e cosa no in questa storia variopinta? Tutto e niente: sono storicamente accertati gli attacchi dei corsari, che tra il XVI e il XVII secolo depredarono la costa, ed è autentica la chiesa, nata a metà del Cinquecento sulle fondamenta di una fortificazione che risaliva ai tempi della battaglia della Meloria, pensata per difendere il borgo. Quando San Giorgio fu consacrata, nel 1584, una delle torri del fortino fu trasformata in campanile. L’edificio divenne così una chiesa che sembrava uscire dal mare. Questo potreb be spiegare la facilità con cui il polpo si aggrappò alle corde per suonare le campane. O almeno, questo deve aver pensato Mario Soldati che, stregato dalla storia del borgo che gli aveva rubato il cuore, al polpo di Tellaro dedicò la sua favola illustrata per bambini, Il polipo e i pirati, del 1974.

A furia di abbracciare la chiesa, il mare l’ha incrostata di salsedine e rovinata: dal 2018 San Giorgio è interessata da grandi opere di restauro che la stanno mettendo a nuovo. Le campane, intanto, hanno ri preso a suonare e ogni anno, ad agosto, celebrano il polpo nell’evento che ormai connota il paese, i suoi simboli e la sua storia. Certo, durante la sagra a lui dedicata il polpo ha un ruolo centrale, protagonista indiscusso del menù, ma ricorda più il triste epilogo di Adriano, il polpo della spiaggetta di Palaedo che Dario Vergassola ha immaginato nella sua favola dedicata a Manarola e che, confuso dall’amore, fa una brutta fine in pentola. Due sono le ricette speciali: il polpo alla tellarese, preparazione diffusa in tutta la Liguria ma qui servita con aggiunta di aglio, prezzemolo e olive, e il polpo all’inferno, stufato con foglie di alloro, maggiorana, peperoncino e pomodoro.

È tempo, come faceva Mario Soldati, di fare una passeggiata gustando il panorama, sedersi al ristorante e ordinare un leggendario polpo, perché, come dice il regista e autore: «Tellaro è un posto che non si può attraversare, è un posto a cui si arriva, un po’ la fine, una delle fini del mondo. Si arriva, e basta: si è arrivati!» (continua in libreria o qui).

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